MOTIVAZIONI DELL’INTERVENTO USA IN AFGANISTAN

 

 

pag.  2 petrolio del Caspio e oleodotti afgani (audizione feb. 1998 alla Camera Rappres. USA della Unocal)

 

pag.  6 economia di guerra e primavere finanziarie legate a disastri (Marco D’Eramo/ Manifesto)

 

pag.  8 USA, concentrazione del 64% della liquidità finanziaria mondiale  (Giacomo Catrame / Non Luoghi)

 

pag.13 fenomeni di guerra: Bayer: dal crac del Lipobay al boom di Cipro (M. D’Eramo/ M.)

 

pag.14 lo strano appello su internet di novembre 2000 relativo alle donne sotto i talebani (anonimo)

questo messaggio mi ha suscitato un dubbio che mi ha portato a conoscere la realtà di cui riporto alcuni articoli sotto

 

articoli su un inquietante fenomeno americano di estrema rilevanza:

 

pag.16    il sionismo internazionale, parte integrante dell'imperialismo occidentale.

              rilevato su www.arabcomint.com  con note sull’AIPAC

              (American Israel Public Affairs Committee)

pag.18    L’epifania dell’immaginario “cristiano-sionista”

              interessante articolo di Roberto Giammanco rilevato su www.hortusmusicus.com

pag.24    Gerusalemme nel “millenarismo catastrofico”

noiosissimo e illeggibile, ma utile per capire cosa può albergare nella testa di un uomo

pag.27    nota sul CENSUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni)

              una realtà internazionale con sede a Torino

 

 

 

nota: l’indicazione della “pagina” serve per il puntamento veloce all’argomento

tasto F5 e poi, nella finestra che si apre, digitare il n° della pagina

la presenza del simbolo ==> segnala un argomento su cui vorrei avere dati


 

L'Afghanistan e il petrolio

dal Manifesto del 17 X 2001

 

Il documento che presentiamo è l'audizione del febbraio 1998 di un alto dirigente della società petrolifera Union Oil Company della California, nota come Unocal 76, tra le maggiori compagnie indipendenti degli Usa. Nel corso degli anni novanta l'Unocal ha cercato e trovato petrolio e gas in Africa, Asia, America latina, lasciando spesso dietro di sé, in Birmania in modo particolare, una scia di sofferenze. Il petrolio e il gas dell'Asia centrale, rappresentavano in quegli anni un'alternativa al dominio mediorientale. Come portarli vicino ai luoghi di consumo? Dove far passare le condotte? L'Afganistan, ecco la soluzione. Più tardi, alla fine di quel 1998, la pista afgana si rivelava impraticabile e la Unocal si ritirava dall'iniziativa più avanzata, quella che aveva il compito di portare il gas naturale al Pakistan e all'India (CentGas), lasciando il campo ai soci-concorrenti, tra i quali prevaleva la società saudita Delta.

Questo è in buona sostanza l'antefatto energetico e logistico della tragedia attuale. I protagonisti sono ancora adesso un costruttore saudita e un petroliere americano; ma la guerra non si combatte più in un consiglio di amministrazione, ma con atti di terrorismo e bombardamenti di intelligenza sopraffina che riducono a deserto un deserto. L'Afganistan, da possibile strada alternativa per l'energia del Caspio verso i porti d'imbarco e le città dell'India e della Cina, diventa un altro terreno di manovra dei sauditi. Cina e India non avranno petrolio e gas da un consorzio a guida Usa, ma rafforzeranno invece il potere dei soliti paesi produttori. La spartizione reale sarà però ora disposta dall'esito della guerra. Forse l'Arabia saudita tornerà nei ranghi e l'Afganistan tornerà ad essere la pista energetica sperata dagli USA.

 

 

testo dell'audizione di John J. Maresca

davanti al sottocomitato per l'Asia e il Pacifico della Camera dei rappresentanti Usa,

il 12 febbraio del 1998.

Maresca è il vicepresidente delle relazioni internazionali della Unocal Corporation,

una delle principali compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti.

 

 

È bene tener presente l'importanza delle riserve di gas e di petrolio presenti in Asia centrale e il ruolo che queste giocano nel determinare la politica Usa. Vorrei concentrarmi su tre questioni. Primo, la necessità di numerose vie di transito in cui far passare gli oleodotti e i gasdotti per le riserve di petrolio e di gas presenti dell'Asia centrale. Secondo, la necessità che l'America sostenga gli sforzi regionali e internazionali tesi a soluzioni politiche equilibrate e durature dei conflitti nella regione, compreso l'Afghanistan. Terzo, il bisogno di assistenza strutturata per incoraggiare le riforme economiche e lo sviluppo nella regione di un clima appropriato per gli investimenti. A questo proposito, noi sosteniamo in modo specifico l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act.

La regione del Caspio contiene enormi riserve di idrocarburi intatte. Solo per dare un'idea delle proporzioni, le riserve di gas naturale accertate equivalgono a oltre 236mila miliardi di piedi cubici. Le riserve petrolifere totali della regione potrebbero ammontare a oltre 60 miliardi di barili di petrolio. Alcune stime arrivano fino a 200 miliardi di barili. Nel 1995 la regione produceva solo 870.000 barili al giorno. Entro il 2010 le compagnie occidentali potrebbero aumentare la produzione fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno, un aumento di oltre il 500% in soli 15 anni. Se questo dovesse accadere, la regione rappresenterebbe circa il 5% della produzione totale di petrolio al mondo.

C'è tuttavia un grosso problema da risolvere: come portare le vaste risorse energetiche della regione ai mercati che ne hanno bisogno. L'Asia centrale è isolata. Le sue risorse naturali sono sbarrate, sia geograficamente che politicamente. Ciascuno dei paesi del Caucaso e dell'Asia centrale vive difficili sfide politiche. Alcuni paesi hanno guerre irrisolte e conflitti latenti. Altri hanno sistemi in via di trasformazione in cui le leggi e anche i tribunali sono dinamici e mutevoli. Inoltre, un importante ostacolo tecnico che noi dell'industria petrolifera riscontriamo nel trasporto del greggio è l'infrastruttura esistente nella regione per quanto riguarda gli oleodotti.

Essendo stati costruiti durante l'era sovietica, con Mosca come suo centro, gli oleodotti della regione tendono a dirigersi a nord e a ovest verso la Russia. Non ci sono collegamenti verso il sud e l'est. Ma attualmente è improbabile che la Russia possa assorbire altri grossi quantitativi di petrolio straniero. Improbabile che nel prossimo decennio essa possa diventare un mercato significativo in grado di assorbire nuove riserve energetiche. Le manca la capacità di trasportarle ad altri mercati.

Due grossi progetti infrastrutturali stanno cercando di rispondere al bisogno di una maggiore capacità di export. Il primo, sotto l'egida del Caspian Pipeline Consortium, prevede la costruzione di un oleodotto a ovest del Caspio settentrionale fino al porto russo di Novorossiysk nel Mar Nero. Il petrolio viaggerebbe poi con le petroliere attraverso il Bosforo fino al Mediterraneo e ai mercati mondiali.

L'altro progetto è sponsorizzato dall'Azerbaijan International Operating Company, un consorzio di undici compagnie petrolifere straniere tra cui quattro compagnie americane: Unocal, Amoco, Exxon e Pennzoil. Questo consorzio considera possibili due vie di transito. Una di esse si dirigerebbe a nord e attraverserebbe il Caucaso settentrionale fino a Novorossiysk. L'altra attraverserebbe la Georgia fino a un terminale di spedizione sul Mar Nero. Questa seconda via potrebbe essere estesa a ovest e a sud attraverso la Turchia fino al porto di Ceyhan sul Mediterraneo.

Ma anche se entrambi gli oleodotti fossero costruiti, la loro capacità totale non sarebbe sufficiente a trasportare tutto il petrolio che, si pensa, la regione produrrà nel futuro. Essi non avrebbero nemmeno la capacità di arrivare ai mercati giusti. Bisogna costruire altri oleodotti per l'export.

Noi dell'Unocal riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione. L'Europa occidentale, l'Europa centrale e orientale e gli stati ora indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all'1,2% all'anno nel periodo 1995-2010.

L'Asia è tutto un altro discorso. Il suo bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie dell'Asia orientale, noi dell'Unocal avevamo previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010. Sebbene l'aumento a breve termine della domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a lungo termine.

Devo osservare che è nell'interesse di tutti che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell'Asia. Se i bisogni energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto.

La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell'Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un'opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. Per quelli che non hanno familiarità con la terminologia, il netback è il prezzo che il produttore riceve per il suo gas o il suo petrolio alla bocca del pozzo dopo che tutti i costi di trasporto sono stati dedotti. Perciò è il prezzo che egli riceve per il petrolio alla bocca del pozzo.

La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud attraverserebbe l'Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a causa delle sanzioni. L'unico altro itinerario possibile è attraverso l'Afghanistan, e ha naturalmente anch'esso i suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia.
Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l'Università del Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l'Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il nord e il sud.

La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L'oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso l'Afghanistan fino a un terminal per l'export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza all'oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari.

Data l'abbondanza delle riserve di gas naturale in Asia centrale, il nostro obiettivo è collegare le risorse di gas con i più vicini mercati in grado di assorbirle. Questo è basilare per la fattibilità commerciale di qualunque progetto sul gas. Ma anche questi progetti presentano difficoltà geopolitiche. La Unocal e la compagnia turca Koc Holding sono interessate a portare forniture competitive di gas alla Turchia. Il prospettato gasdotto Eurasia trasporterebbe il gas dal Turkmenistan direttamente all'altra parte del Mar Caspio attraverso l'Azerbaijan e la Georgia fino in Turchia. Naturalmente la demarcazione del Caspio rimane una questione aperta.

Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l'Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto internazionalmente.

L'Asia centrale e la regione del Caspio è benedetta da riserve abbondanti di petrolio e gas che possono migliorare la vita dei suoi abitanti, e fornire energia per la crescita sia all'Europa che all'Asia. Anche l'impatto di queste risorse sugli interessi commerciali e sulla politica estera degli Stati Uniti è significativo. Senza una risoluzione pacifica dei conflitti nella regione, difficilmente saranno costruiti oleodotti e gasdotti attraverso le frontiere. Noi chiediamo all'Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per tutti i conflitti nella regione.

L'assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari. Noi incoraggiamo anche forti programmi di assistenza tecnica in tutta la regione. In particolare, chiediamo l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act. Questa sezione restringe ingiustamente l'assistenza del governo Usa al governo dell'Azerbaijan e limita l'influenza Usa nella regione.

Sviluppare itinerari per l'export a costi competitivi per le risorse dell'Asia centrale è un compito formidabile, ma non impossibile. La Unocal e altre compagnie americane similari sono pienamente preparate a intraprendere il compito e a riportare ancora una volta l'Asia centrale al centro dei traffici come era in passato.

 

Traduzione di Marina Impallomeni

 


 

SCIACALLI DELL’ECONOMIA

Marco D’Eramo

Manifesto  17 X 2001

 

Dopo l'11 settembre si scoprì che degli sciacalli avevano razziato i devastati grandi magazzini delle Twin Towers: erano ignobili iene da strada, che ora però sembrano dilettanti rispetto ai rapinatori in cravatta, telefonino e portatile che stanno sfruttando le migliaia di morti per guadagnare miliardi di dollari in più e per portare in porto iniziative fino a ora bloccate dall'opinione pubblica. La muta è guidata dal vero leader degli Stati uniti, Dick Cheney, il vice presidente più potente nella storia di questo paese.
Già nei primi giorni di ottobre il senato ha approvato con la maggioranza bulgara di 99 a 0 (un solo astenuto, nessun contrario) fondi per la difesa per 345 miliardi di dollari (700.000 miliardi di lire) per il corrente anno fiscale, 100 miliardi di dollari in più rispetto all'anno scorso, dando così al presidente Bush tutto quello che aveva chiesto e qualcosa in più. Le azioni delle industrie belliche sono subito salite in modo spettacolare: per esempio, in un mese il corso delle azioni Raytheon è cresciuto del 36%.

Il pacchetto Bush

Ma il vero assalto alla diligenza, il colpo grosso nelle casse dello stato (sarà votato questa settimana) è il piano di rilancio dell'economia approvato dalla commissione finanze della Camera con 23 favorevoli e 14 contrari dopo un dibattito astioso. Anche qui, i deputati vanno ben oltre le attese di Bush che aveva chiesto un pacchetto da 60-75 miliardi di dollari (125-160.000 miliardi di lire), per rilanciare un'economia messa k.o. dagli attentati. Gli onorevoli rappresentanti gli hanno invece dato 100 miliardi di dollari (210.000 miliardi di lire), dei quali ben 70 vanno a sgravi fiscali per le imprese e i capitali.
Il pacchetto prevede di aumentare la quota di ammortamento degli investimenti (che viene così sottratta agli utili); di cancellare la corporate minimum tax e di rimborsare qualunque pagamento di questa tassa già versato: la minimum tax era stata introdotta nel 1986 per combattere l'elusione fiscale delle grandi imprese che, tra ammortamenti, oneri finanziari, accantonamenti e così via, finivano per non pagare mai un cent di tassa. Un particolare sconto fiscale, da quest'anno, ma via via più cospicuo nel prossimo decennio, è previsto per le imprese di servizi finanziari che operano all'estero. Secondo il New York Times, la multinazionale che premuto di più è General Electric. La tassa sui capital gains scende dal 20 al 18 per cento per tutti gli investimenti acquisiti da quest'anno in poi e mantenuti per un periodo da uno a 5 anni. Finora il 18 per cento era applicato solo agli investimenti che duravano più di 5 anni, per tagliare fuori i profitti speculativi. Il costo di questo pacchetto nei prossimi dieci anni sale così ad altri 150 miliardi di dollari.
Finiranno perciò nelle tasche dei finanzieri cifre dalle dimensioni da capogiro, superiori all'interno Prodotto interno lordo di molte nazioni di media grandezza.

La corsa all'Alaska

Ancora più sfacciato, nello strumentalizzare i morti dell'11 settembre, è il piano energetico che ripropone perforazioni petrolifere nella riserva naturale dell'Alaska (Arctic National Wildlife Refuge), che avevano suscitato una rivolta tra gli ambientalisti, memori del disastro ecologico provocato in Alaska dalla Exxon Valdez e intenzionati a salvaguardare questo parco di 80.000 kmq. Perforazioni che erano state decise in un incontro segreto a febbraio tra gli esponenti della lobby petrolifera e il vicepresidente Cheney, anch'egli membro di diritto di questa lobby: fino a luglio scorso era presidente della Hulliburton, la più grande corporation al mondo in strumentazione e tecnologia estrattiva.
Ora l'amministrazione Bush sostiene che queste perforazioni sono imprescindibili per ragioni di sicurezza nazionale, per ridurre le importazioni di petrolio, anche se questi nuovi campi non saranno produttivi per almeno altri sette anni: per di più lo stesso Dipartimento dell'Energia prevede che nei prossimi 20 anni crescerà del 25 per cento l'import di petrolio negli Usa dal Medio oriente e dalla regione del mar Caspio.
Per di più i giorni scorsi hanno dimostrato che il petrolio dell'Alaska è inerme contro il terrorismo. L'11 settembre fu segnalato un dirottamento su un aereo delle Korean Airlines con 200 passeggeri a bordo. Subito nel porto di Valdez fu chiesto di salpare e dirigersi al largo a tutte le navi-cisterna che stavano imbarcando ognuna 100.000 barili l'ora (un barile sono circa 150 litri). Per fortuna la notizia del dirottamento si rivelò falsa: ma fece capire quale immane disastro ecologico scatenerebbe un semplice motoscafo carico di esplosivo lanciato contro una petroliera. E' bastato un ubriaco che il 4 ottobre ha scricato una pistola sull'oleodotto per spargere ben un milione di litri su un ettaro.

Lobby in campo

Ma i petrolieri insistono e Bush sciorina la promessa di migliaia di nuovi posti di lavoro in quest'era di recessione. Ha così incassato l'appoggio del potente sindacato dei camionisti (Teamsters), che già vedono un futuro di decine di migliaia di autocisterne in più scorazzare nel selvaggio nord. Anche due senatori democratici sono passati con Bush: Mary Landrieu della Luisiana, uno stato petrolifero, e Daniel Akaka (Hawaii) che si è fatto portavoce dei nativi dell'Alaska favorevolissimi alle perforazioni che, sperano, porteranno nuovo sviluppo economico. Perciò, pur detenendo la maggioranza in senato, i democratici non sono sicuri di vincere, e quindi praticano l'ostruzionismo e redigono un altro disegno di legge. I democratici cancellano le perforazioni e in cambio propongono un gasdotto che - dicono - creerebbe 400.000 posti di lavoro, rispetterebbe la natura e sfrutterebbe risorse che finora vanno sprecate: infatti miliardi di metri cubi di gas vengono già estratti insieme al petrolio, ma sono re-iniettati sotto terra per assenza di gasdotto.

La Silicon Valley

Fin a qui siamo allo sciacallaggio vero e proprio. Vi sono poi tutti coloro che traggono profitto dalla nuova situazione. Per esempio, qui nella Baia di San Francisco, la Silicon Valley rischiava di perdere tutta la sua prosperità per la recessione e in particolare per il tracollo della New Economy. La necessità di nuove misure di sicurezza, di spionaggio e di nuovo materiale elettronico ha rianimato il settore (basti pensare che solo nelle Twin Towers più di 60.000 computer sono andati persi, comprese più di 20.000 work stations). Anche i corsi azionari hanno ripreso vita: dall'11 settembre la Cisco System è cresciuta del 17%, Oracle del 30%, Qlogic del 38%, Uniphase del 46%.
Trae grande vantaggio anche il settore biotech. Oltre naturalmente alla Bayer (vedi articolo in questa stessa raccolta), le azioni Nanogen sono cresciute del 49% dopo l'annuncio di un contratto con l'esercito Usa per sviluppare un chip che individui armi biologiche; il corso delle azioni Avant Immunotherapeutics è salito del 57%, quando si è saputo di contratti col Pentagono sui vaccini. E' cresciuta del 45% Acambis, una ditta britannica di vaccini che non ha prodotti sul mercato, ma ha contratti con i Centri di controllo e prevenzione delle malattie.

Charities in ribasso

Un cinico direbbe che l'erba cresce più verde nei cimiteri. Ma, nella politica sociale, l'unica ricaduta positiva della tragedia è che Bush ha dovuto rinunciare al suo piano di delegare alle opere pie e alle associazioni caritatevoli una buona parte dei compiti di assistenza sociale e welfare. E per due ragioni. La prima è che dopo l'11 settembre le charities non ricevono più un dollaro (tutta la filantropia dei cittadini va al World Trade Center Fund). La seconda è che Bush ha congelato i fondi di molte charities islamiche accusandole di finanziare il terrorismo. Se perciò le opere di carità delle diverse confessioni entrassero alla Casa bianca, Bush si troverebbe in un penoso dilemma: o ospitare nella porta accanto associazioni che potrebbero rivelarsi contigue al terrorismo, oppure discriminare le charities islamiche e cioè attentare alla laicità dello stato americano.

 


 

periodo della guerra fredda

La storia più recente ha visto l'area dell'Asia centrale quale uno dei principali terreni nei quali si è svolta la Guerra Fredda. La rivoluzione iraniana del 1979, l'invasione russa dell'Afganistan lo stesso anno e la successiva guerra decennale in questo paese sono altrettanti momenti di questo confronto.

Inizia in questi anni la stretta collaborazione tra gli Stati Uniti, i paesi islamici filoamericani (come l'Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo Persico e il Pakistan) e quella che negli anni seguenti verrà definita come "l'arcipelago fondamentalista". I guerriglieri afgani verranno addestrati in Pakistan dai servizi segreti di quel paese sotto la supervisione americana, a loro si uniranno volontari da tutto il mondo islamico, chiamati a combattere nel nome della jihad, ma con il sostegno e la promozione degli Stati Uniti impegnati nella battaglia decisiva con la superpotenza concorrente.

Osama Bin Laden, fino a allora un illustre sconosciuto, principe di sangue reale saudita, costruisce la sua fama attraverso il ruolo di comandante dei "volontari internazionali" accorsi a combattere l'Armata Rossa.

Negli anni del conflitto, quindi, si struttura un'organizzazione internazionale, addestrata dai migliori specialisti occidentali (tra i quali le SAS inglesi, le teste di cuoio di Sua Maestà non più imperiale), in possesso di grandi risorse finanziarie e di armamenti e, soprattutto, coperta dall'appoggio attivo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Negli anni successivi al conflitto, questa dotazione di armi, uomini e tecnologie verrà utilizzata a più riprese dagli Stati Uniti per chiudere i conti con tutti i regimi arabi non allineati con l'Occidente. Nella guerra civile algerina tuttora in corso è documentata la presenza di uomini e organizzazioni legate all'universo fondamentalista e incaricate del progetto di destabilizzare il regime di quel paese colpevole di controllare statalmente la propria produzione di gas e petrolio e, soprattutto, di venderlo direttamente ai paesi europei senza controllo americano. In Cecenia, dopo l'indipendenza dichiarata da una leadership nazionalista ma laica, si presenta la stessa organizzazione che si impadronisce del paese e oggi gestisce la guerra di resistenza contro i russi. Non può sfuggire la coincidenza tra l'interesse americano a sviluppare oleodotti e gasdotti che trasportino gli idrocarburi del Mar Caspio attraverso paesi amici come Georgia e Turchia, evitando Russia e Iran, e la fulminea entrata in scena di gruppi ben armati e ideologicamente motivati proprio in un'area che è uno degli snodi fondamentali degli oleodotti russi che portano greggio e gas dal Mar Caspio al porto russo di Novorossijsk.

La stessa ascesa dei Talebani in Afganistan tra il 1996 e il 1997 è avvenuta grazie all'intervento dell'ISI (l'inteligence pakistana) e dei servizi anglo-americani, capaci di trasformare un armata di studenti afgani delle Madrase (le scuole coraniche integraliste del Pakistan) stracciona e impreparata, nei nuovi padroni dell'Afganistan. Anche qui l'interesse è chiaro: unificare l'Afganistan, dove la guerra civile durava ormai dal 1992 senza vincitori né vinti tra gruppi concorrenti della ex resistenza afgana, allo scopo di utilizzarlo per un oleodotto che, partendo dai giacimenti del Turkmenistan, passasse per il martoriato paese asiatico e si dirigesse verso il porto di Gwadar in Pakistan. Anche qui si trattava di escludere russi e iraniani dallo sfruttamento e dal passaggio delle risorse energetiche del Mar Caspio.

I rapporti tra gli Stati Uniti, i servizi segreti pakistani e sauditi e l'arcipelago fondamentalista del quale l'esponente più conosciuto è Osama Bin Laden, sono quindi strettissimi e datano da almeno ventidue anni. A questo proposito è interessante leggersi il materiale prodotto dallo studioso canadese Michael Chossudowsky che ha documentato in modo incontrovertibile l'origine, l'intensità e la durata di questi rapporti.

periodo dopo la caduta dell’URSS

La fine della Guerra Fredda, però, avvia un mutamento dello scenario nel quale operano i diversi soggetti. Gli Stati Uniti si trovano a ridefinire il loro intervento nelle varie aree del mondo e, in primo luogo in quella vasta dorsale, decisiva per l'approvvigionamento di materie prime energetiche e per il controllo su di esse, che parte dai Balcani europei, passa attraverso il Medio Oriente e si spinge fino all'area della quale ci stiamo interessando. La fine del bipolarismo mondiale, infatti, rende le alleanze storiche insicure, permette l'emergere di potenze regionali interessate a rinegoziare il controllo occidentale sulle risorse energetiche e consente ai paesi europei (in ordine sparso o coordinati nell'Unione Europea) di avviare un proprio approccio nei Balcani e di tentare timidamente di stabilire propri rapporti con i paesi petroliferi medio orientali considerati nemici dagli Stati Uniti come l'Iran.

Se da un lato queste sono le minacce e i rischi che il dominio mondiale unipolare degli Stati Uniti corre con la fine dell'Unione Sovietica, la dissoluzione "dell'impero rosso" apre enormi prospettive di intervento in quei paesi dell'Asia Centrale controllati da Mosca fino al 1991.

Il ruolo strategico di queste repubbliche (e di Pakistan e Afganistan con loro) viene, inoltre, esaltato dalla crescita come potenze regionali dell'India e della Cina, paesi vicini e minacciabili da eventuali basi nell'area.

In particolare gli Stati Uniti temono lo sviluppo di un'alleanza a tre Russia-Cina- India che potrebbe minacciare il dominio assoluto di Washington sul mondo come e più degli alleati-competitori dell'Unione Europea.

Nel DefensePlanning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999, possiamo leggere "Dobbiamo operare per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale. Queste regioni comprendono il territorio dell'ex Unione sovietica, l'Asia orientale e sud occidentale".

Questo programma viene redatto dopo la Guerra del Golfo, che segna l'avvio del processo di ristrutturazione del controllo del corridoio eurasiatico. Durante quella guerra gli americani centrano tre obiettivi: a) schierano gli europei e molti paesi arabi sotto la propria egemonia, b) ridimensionano l'ex vassallo Saddam Hussein, impedendogli di assumere il ruolo di potenza regionale, raggiunta la quale avrebbe potuto pensare di diversificare la vendita del proprio petrolio, c) ottengono basi militari e il diritto di stazionare con i propri soldati nell'area del Golfo. Il controllo esclusivo delle risorse dell'area viene quindi raggiunto, e con questo il ridimensionamento delle velleità europee di autonomia dagli americani nell'approvvigionamento energetico.

Il progetto americano si rivela, quindi, come un piano preciso per ristrutturare il mondo sotto la propria egemonia. La fine della Guerra fredda, infatti, consegna agli Stati Uniti una situazione dove viene a mancare il nemico comune che permetteva di tenere sotto il proprio controllo potenze e stati altrimenti concorrenti come Francia, Germania e Giappone. Non diversamente, nell'area delle risorse energetiche, gli stati "amici" degli Stati Uniti iniziano a ritenere possibile di svolgere una propria politica, parzialmente sganciata dagli imperativi americani. Per questo diventa essenziale, per gli USA, muoversi al fine di stabilire un controllo diretto sulle aree che il Dipartimento di Stato classifica come di "interesse nazionale".

 

l’America come concentrazione della liquidità della finanza mondiale

La necessità di un controllo sulle aree di "interesse nazionale" non deriva da un'astratta volontà di potenza degli Stati Uniti, ma dalla collocazione della loro economia nel quadro dell'economia-mondo. Dopo la crisi del modello di sviluppo industriale a base americana durante gli anni Settanta, gli Stati Uniti avviano un periodo di forte conflittualità tra le varie economie capitalistiche, ponendosi come centro finanziario mondiale, assorbendo il 64% del capitale mobile internazionale e utilizzando le istituzioni economiche internazionali al fine di abbattere le barriere poste dai vari stati a difesa delle proprie economie (ovviamente guardandosi bene dal diminuire le proprie).

Il processo che viene chiamato impropriamente "globalizzazione" è questo: il porsi delle classi dominanti americane in un ruolo di gestori del mondo, espellendo le classi dominanti degli altri paesi sviluppati dal controllo dell'economia-mondo. In questo modo queste ultime vengono associate al paese-guida in forma subordinata, permettendo loro l'accesso alle risorse, dal cui controllo, però vengono escluse.

Il rischio che gli Stati Uniti non possono assolutamente accettare è, infatti, la possibile nascita di un polo imperialista alternativo a loro stessi. Non si avrebbe in questo caso, infatti, una competizione tra economie differenti, ma la possibile sottrazione di quote crescenti di capitale mobile impiegato in forma finanziaria, altrimenti non impiegabile. L'economia americana funziona esclusivamente drenando questo capitale da tutto il mondo e internalizzandolo. Il livello produttivo è, oggi, simile negli USA, in Europa e in Giappone; la supremazia dei primi può essere possibile (dal punto di vista economico) esclusivamente controllando la liquidità monetaria mondiale.

Dopo la Guerra del Golfo, la guerra del Kosovo ha avuto la stessa motivazione, permettendo lo stabilirsi di truppe americane nell'area, spazzando via classi dominanti di paesi come la Jugoslavia che puntavano a negoziare il controllo dei corridoi di passaggio delle materie prime energetiche, e impedendo che L'Unione Europea stabilisse la propria presenza su questi ultimi.

Tornando all'Asia Centrale, è chiara la volontà degli USA di rafforzare la loro presenza militare e la loro influenza politica nell'area, in modo da controllare le fonti energetiche del Caspio, i corridoi di passaggio dell’estratto e i possibili stati concorrenti dell'Eurasia.

Fin dal1993 gli USA hanno dato inizio a una vera e propria "guerra degli oleodotti", sostenendo le compagnie petrolifere anglo-americane contro i concorrenti franco-tedeschi che cercavano di accordarsi con le compagnie statali russa e iraniana.

Il progetto, come abbiamo visto è quello dell'oleodotto Turkmenistan-Afganistan-Pakistan, e "l'operazione Taleban" aveva la sua costruzione come fine.

Quello che è intervenuto nel suo svolgersi, e che è alla radice dei vari attentati americani degli ultimi due anni, culminati nell'attacco alle Twin Towers, è il contrasto sempre più marcato tra gli interessi degli Stati Uniti e quelli delle élite arabo-musulmane, proprietarie delle ricchezze energetiche, ma escluse dal loro controllo.

Osama Bin Laden non è un "pazzo di Dio", ma il più terreno rappresentante di una guerra che le classi dominanti dei paesi arabi non possono muovere agli Stati Uniti per evidenti motivi di ordine militare, ma che permettono venga svolta in modo non ortodosso dalla galassia fondamentalista. Come si può vedere, la religione ha sicuramente un ruolo nella costruzione del consenso, ma quello che muove lo scontro che sta culminando in questi giorni con l'assalto americano all'Afganistan, sono ben corposi interessi materiali.

Inoltre, la religione ha nei paesi in questione un ruolo - tutt'altro che accessorio - di coesione sociale attorno alle classi dominanti e di giustificazione del loro ruolo. La progressiva penetrazione americana all'interno di questi paesi, con evidenti rischi di secolarizzazione, pone alle classi dominanti di paesi come l'Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo o il Pakistan, il problema della rottura delle strutture gerarchiche tradizionali, con conseguenze disastrose per il loro potere. Il riconoscimento dell'Afganistan dei Taleban, lo scarso entusiasmo nel sostenere la guerra americana, il mantenimento fino all'ultimo di canali finanziari aperti per l'organizzazione di Bin Laden, si spiegano così.

Inoltre, la preferenza mostrata dagli americani per l'asse nato nel 1998 tra Israele e Turchia, come "alleato preferenziale" nell'area, toglie il terreno sotto i piedi a queste élite che rischiano in prospettiva di essere liquidate come inutili al progetto strategico americano. Oltretutto paesi come Iran e Iraq, per ora reclusi nella lista dei "cattivi" (almeno finché non si rassegneranno a accettare completamente il controllo americano e insisteranno a cercare di fare affari separati con i paesi europei), potenzialmente sono interessantissimi partner regionali di domani, dal momento che le loro economie sono le uniche nella zona che potrebbero essere complementari a quelle turca e israeliana.

la guerra doppio toccasana

La guerra, quindi, era inevitabile; il progetto di controllo dell'Eurasia da parte degli USA si sta perfezionando con la guerra all'Afganistan e con il massiccio spostamento di truppe e strumenti di controllo nell'area. Inoltre, i possibili concorrenti americani non sembrano poter articolare nessuna strategia alternativa a quella di Washington. Così gli europei si accodano, sperando di ottenere qualche vantaggio rinnovando la propria subordinazione e cinesi, indiani e russi approvano l'operato americano, ognuno cercando di ottenere l'appoggio americano contro le guerre a bassa intensità mosse dalla stessa galassia fondamentalista alle loro periferie (Sinkiang, Kashmir e Cecenia).

Oltre a questo vi è un altro motivo che rende più che positiva per gli USA la dichiarazione dello stato di guerra, ed è quello legato alla situazione economica del gigante americano: la strategia di accumulazione delle risorse monetarie mondiali in casa propria ha permesso agli Stati Uniti la supremazia sui possibili concorrenti ma ha anche creato una situazione alla lunga insostenibile. La concentrazione di liquidità ha, infatti, reso necessario un dollaro forte con conseguenze facilmente immaginabili sulla bilancia dei pagamenti con l'estero. Questo dato era tranquillamente tollerabile dagli USA finché il mercato interno "tirava"; nel momento in cui il mercato americano si è saturato per raggiunti limiti di possibilità di acquisto, la concentrazione di moneta mondiale è diventata un limite all'espansione economica.

Da questo punto di vista la guerra è stata una manna dal cielo per l'economia americana, permettendogli in primo luogo un'espansione finanziata dal pubblico (per un totale di 220 miliardi di dollari) non solo nel settore militare. In secondo luogo, i programmi di aiuto ai paesi coinvolti "nell'alleanza contro il terrorismo", dovrebbe permettere una prima redistribuzione della liquidità concentrata negli Stati Uniti, rilanciando le esportazioni USA. A differenza della Guerra del Golfo che gli americani fecero pagare a arabi, europei e giapponesi, costringendoli anche alla partecipazione, questa guerra verrà pagata interamente dagli USA che, anche sul piano militare preferiscono per ora fare da soli, con la sola compagnia dei fidati inglesi. Quella guerra apriva un processo di ristrutturazione che, ora, quest'altra chiude, imponendo agli stessi padroni del gioco regole e necessità diverse.

da “Non luoghi”  di Giacomo Catrame 24/10/2001

 


 

La riscossa della Bayer
Dopo il caso Lipobay, miracolata da "Cipro" (l'anti-antrace)
M. D'ERAMO. - INVIATO A SAN FRANCISCO

Manifesto 17 X 2001

 

La Bayer colpisce ancora. La minaccia di antrace segna infatti la rivincita del colosso di Leverkusen su terra americana. Quest'estate la casa farmaceutica bavarese era stata posta sotto accusa e aveva rischiato la bancarotta per i morti provocati dal suo farmaco Lipobay. Oggi il suo antibiotico a largo spettro Ciprofloxacin è l'unico medicinale approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) per curare l'antrace. E le vendite di Ciprofloxacin (commercializzato come Cipro) sono cresciute già subito dopo l'attacco dell'11 settembre, ma sono esplose dopo i primi casi di antrace. Contro quel che si pensa in Italia, non c'è in giro nessuna psicosi da antrace: la gente va al cinema, al concerto, al pub come al solito. Magari apre la posta con un po' più di cautela: ma chi non lo farebbe? Esiste però una frangia che è comunque apprensiva e ipocondriaca e che da sempre fa incetta di medicine. Così una famiglia della California meridionale ha comprato dosi di Cipro sufficienti per 60 giorni per i propri sei figli, al costo totale di 3.500 dollari (7 milioni). Cipro è infatti assai caro e una singola pillola costa 5 dollari (10.000 lire). Ad agosto i grossisti californiani avevano venduto 465 bottiglie ognuna con 100 pillole da 500 milligrammi. A settembre le vendite erano salite a 835 e sono schizzate a 600 nei primi 10 giorni di ottobre.
Ma naturalmente le vendite sono cresciute molto di più in Florida e a New York dove sono apparsi casi di antrace: il presentatore della trasmissione "Night News" della Nbc, Tom Brokaw, si è presentato sul set brandendo un flacone del farmaco ed esclamando "In Cipro we trust" (in Cipro crediamo) che scimmiotta il motto degli Stati uniti "In God we trust" (in dio crediamo). Così molte farmacie di Miami hanno esaurito le scorte di Cipro e la catena dei drug-stores Wallgreen ha raddoppiato gli ordini ai grossisti.
Per far fronte alla nuova domanda, la Bayer ha riaperto una fabbrica che aveva chiuso in Germania dopo la crisi Lipobay di quest'estate. Nello stesso tempo ha messo a funzionare 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana un suo impianto in Connecticut che prima girava a 40 ore la settimana. Con queste misure la casa bavarese aumenterà la produzione del 25%. Cipro consentirà perciò alla Bayer di rimettere in sesto finanze piuttosto traballanti: già l'anno scorso Cipro aveva venduto nel solo mercato Usa per un miliardo di dollari (2.100 miliardi di lire). Quest'anno la cifrà salirà alle stelle. Il ministro della sanità Usa Tommy Thompson chiede lo stanziamento di 643 miliardi di dollari per comprare Cipro necessario a curare 12 milioni di persone per 60 giorni.
Vediamo qui in azione l'economia globale nei suoi rimbalzi planetari: il timore del terrorismo mediorientale nel Nordamerica risolleva le sorti di un'industria tedesca che le case farmaceutiche Usa avevano attaccato in precedenza (la Bayer sta per lanciare una versione migliore e più a buon mercato del Viagra prodotto dall'americana Pfizer). Ma c'è una sorta di ironia perversa per gli Usa: potrebbero ottenere lo stesso preparato a un prezzo infinitamente minore dalla casa indiana Cipla che produce un generico. Non possono però perché il brevetto della Bayer per Cipro è coperto negli Usa fino al 2003: e gli Usa si sono opposti alle richieste di rendere più elastica la legislazione mondiale sui brevetti.

 

 


 

strano APPELLO ricevuto via E-MAIL

 

>Subject: I: petizione

>Date: Wed, 29 Nov 2000 09:13:51 +0100

>MIME-Version: 1.0

>X-Priority: 3

>Subject:

>Women's Rights IMPORTANT!!!! Subject:Human Rights If  you decide not to forward this, please send it back to me. This is an actual petition, and "signatures" will be lost if you drop the line. Please take 3 minutes out of your life to do your part. And be sure to include other members of your household who are willing to sign. Oprah recently had a show about this atrocity and it was heartbreaking.

 

Il Madhu, governo dell'Afganistan, sta facendo una guerra sulle donne.

Da quando i Taliban hanno preso il potere nel 1996, le donne hanno dovuto indossare il burqua e sono state  picchiate e lapidate in pubblico per non vestire in maniera appropriata, perfino se questo significa semplicemente non avere il velo davanti agli occhi.

 Una donna è stata picchiata a morte da un gruppo di fondamentalisti per avere accidentalmente esposto il suo braccio (!) mentre stava guidando. Un'altra è stata lapidata a morte per cercare di lasciare la nazione con un uomo che non le era parente. Alle donne non è permesso di lavorare o neanche di uscire in pubblico senza un parente maschio; le professioniste, come professoresse, traduttrici, dottoresse, avvocatesse, artiste e scrittrici sono state obbligate a lasciare il lavoro e a chiudersi in casa. Le case dove una donna è presente devono avere le finestre verniciate in modo che la donna non possa mai essere vista. Devono calzare scarpe silenziose in modo da non essere sentite. Le donne vivono nella paura della loro vita per il più piccolo comportamento sbagliato. A causa del non poter lavorare,  quelle senza parenti maschi o mariti sono alla fame o chiedono l'elemosina per strada, anche se hanno una laurea. La depressione sta diffondendosi così tanto che ha raggiunto livelli di emergenza. Non c'è modo in una società Islamica così estrema di conoscere il tasso di suicidi con certezza, ma si stima che il tasso di suicidio tra le donne sia straordinariamente alto: quelle che non possono trovare medicine e trattamenti adeguati per la depressione grave,  preferiscono morire piuttosto che vivere in tali condizioni.

 In uno dei pochi ospedali per donne, un giornalista ha trovato corpi immobili, quasi senza vita, distesi sui letti, avvolti nei burqua, senza alcuna volontà di parlare, mangiare, o fare altro, a lasciarsi morire lentamente. Altre sono impazzite e sono state viste nascoste negli angoli a dondolare ipnoticamente la testa o piangere.

 Quando quel poco di medicinali rimasti finiranno, un dottore sta pensando di lasciare queste donne di fronte alla residenza del presidente come forma di protesta. Si è al punto in cui il termine "violazioni dei diritti umani" è diventato un sottinteso. I maschi hanno potere di vita e di morte sulle loro parenti femmine, specialmente sulle proprie mogli, ma un qualsiasi maschio arrabbiato ha parimenti diritto di picchiare una donna, spesso fino alla morte, se la sorprende con due centimetri di corpo scoperto o se si ritiene offeso nella maniera più lieve.

Le donne godevano di una relativa libertà: lavorare, vestirsi normalmente, guidare e apparire in pubblico sole, fino al 1996. La velocità di questa  transizione è la ragione principale per la depressione e il suicidio; le donne che una volta erano educatrici o dottoresse o semplicemente erano abituate a libertà umane di base ora sono strettamente controllate e trattate come subumane nel nome dell’Islam. Non è la loro tradizione o la loro 'cultura', è del tutto estraneo a questo, perfino in quelle culture dove il fondamentalismo è la regola.

Chiunque ha diritto a una esistenza umana tollerabile, perfino se sono donne in una nazione Mussulmana. Se possiamo minacciare l'uso della forza militare in Kosovo nel nome dei diritti umani per il bene dell'etnia Albanese, i cittadini del mondo possono certamente esprimere pacificamente la loro rabbia nei confronti dell'oppressione, dell'assassinio e dell'ingiustizia commessa contro le donne dai Taliban.

 

DICHIARAZIONE

 Nel firmare questo, siamo d'accordo che l'attuale trattamento delle donne in Afghanistan è completamente INACCETTABILE e merita azioni da parte delle Nazioni Unite e che l'attuale situazione non sarà tollerata.  Il diritto delle donne non è una piccola questione, ed è INACCETTABILE che delle donne nel 2000 siano trattate come subumane e come una proprietà materiale. Eguaglianza e decenza umana sono un DIRITTO fondamentale, non una libertà da concedere, che si viva in Afghanistan o altrove.

 

ISTRUZIONI

Per favore copia questa mail su un nuovo messaggio, firmala in fondo e spediscila a tutti nella tua lista di distribuzione. Se ricevi questa lista con più di 300 nomi, per favore spediscine una copia a:

sarabande@brandeis.edu


 

Andando a consultare il sito www.brandeis.edu si trova la pubblicità di una giovane università privata del Massachusetts “ Jewish-sponsored”:

 

Characterized by academic excellence since its founding in 1948, Brandeis is the youngest private research university, as well as the only nonsectarian college or university in the country

Located in Waltham, Massachusetts, on 235 attractive suburban acres, Brandeis is in an ideal location just nine miles west of Boston.

 

Una tale provenienza, unita alla data di ricezione (almeno non posteriore al 29 novembre 2000) lascia dubbi sulla sua finalità soprattutto se si nota l’enfasi vuota di certi passi:

una donna al tempo dei talebani non poteva guidare la macchina, men che meno con un disinvolto braccio fuori del finestrino. La scena invocata era precedente al 1996 e riguardava lo Stato sotto il controllo dei mujaheddin. Ma a quel tempo nessuno si sarebbe sognato di tirare una donna fuori della sua macchina e lapidarla per strada. A onor del vero nemmeno al tempo dei talebani, dove certo sarebbe stata processata per tanta offesa e forse anche lapidata, ma non certo con giustizia sommaria per strada.

Il messaggio vuole colpire le emozioni e predisporre gli animi. A cosa, nel novembre del 2000? L’Afganistan sarebbe stato invaso esattamente 2 anni dopo e dell’11 settembre 2001 non si aveva il minimo sentore.

O gli “Jewish” del college attraverso la CIA ne aveva già sentore? (si è troppo maligni a constatare che nessun jewish è rimasto intrappolato nelle torri? e si che di uffici condotti da ebrei ce ne erano, nei due edifici!)

Comunque il rapporto finale sugli oleodotti afgani, rispetto a questo appello, è di ben 2 anni prima (1998).

Che c’entrano i giudei?

Si leggano gli articoli seguenti sul nuovo potentissimo gruppo “evangelico - sionista” americano e sull’AIPAC.


 

Gli avvenimenti che si sono susseguiti negli ultimi due anni

hanno dimostrato chi guidi il gioco

nella strana relazione tra USA ed Israele

 

L'inesplicabile relazione tra gli USA ed Israele, caratterizzata dal totale e cieco supporto degli USA allo stato ebraico, ha portato molti analisti politici del Medioriente a ricercare le cause di tale anomala relazione in maniera che esse possano confermare le tesi poltiche che ciascuno già portava avanti.

In generale, possiamo dividere queste tematiche politiche in due scuole di pensiero: una, che sostiene che Israele sia il bastione dell'imperialismo occidentale nella regione, pronto a servirne gli interessi; l'altra, che tende a spiegare questa poco santa alleanza con l'enorme influenza che le lobby sioniste hanno in tutto il mondo occidentale.

 

Recentemente e' venuta fuori una terza scuola di pensiero, che sostiene che il sionismo internazionale sia diventato parte integrante dell'imperialismo occidentale.

 

L'obiettivo, qui, non e' quello di coinvolgere il lettore in un certo tipo di ricerca accademica, ma quello di sottolineare l'appropriato approccio al problema reale. Non si può minimizzare l'importanza di cercare la verità su un problema che, da 55 anni, causa lutti e devastazioni in tutto il mondo arabo, specie in Palestina.

Ognuna delle correnti di pensiero ha ragioni molto logiche che supportano la sua posizione. Coloro che sostengono Israele sia il bastione dell'imperialismo americano ed occidentale spiegano la loro analisi sottolineando il fatto che Israele sia stata artificialmente impiantata nell'area per servire gli interessi economici e strategici dell'occidente, minimizzando le future, possibili influenze russe o cinesi nella regione, e che tale supporto, da parte americana, si conforma al sistema "morale e democratico" praticato negli USA.

Israele manterrebbe il mondo arabo diviso, permettendo all'imperialismo occidentale di controllare la regione secondo la regola del "divide et impera", affermano i sostenitori di questa scuola. Sostengono inoltre che Israele sia un alleato affidabile, ben più degli instabili regimi arabi, mentre le continue guerre nell'area consentirebbero alle industrie belliche, negli USA, di operare a pieno ritmo, con profitti da capogiro. La presenza di Israele, poi, aiuterebbe a mantenere ininterrotto il flusso di petrolio verso l'occidente ancora per un lungo futuro. Tale razionalizzazione spiegherebbe facilmente il supporto pubblico americano verso lo stato ebraico.

Ora, però, i paesi arabi sono stati divisi dal colonialismo anglo-francese ben prima della creazione di Israele, anzi, oserei dire che proprio questa creazione e' stata un fattore di tentata unita' da parte del mondo arabo. Per quello che concerne l'interesse strategico e petrolifero, si può solo obiettare che i confini molto limitati di Israele sono ben poca cosa rispetto ad un mondo arabo che si estende dal Golfo Arabico all'Oceano Atlantico. L'America non può supportare Israele a causa della sua pretesa di essere una democrazia, semplicemente perché Israele non lo è e non potrebbe mai esserlo a causa del suo carattere ebraico. In realtà, il sistema semi-teocratico di Israele contravviene alla Costituzione USA, che non consente alla religione di interferire con il processo di uguale trattamento di fronte alla legge.

La moralita' e la legalita' non sono poi motivazioni da prendere seriamente in considerazione, dal momento che Israele ha infranto ogni codice morale nel suo trattamento degli indigeni di Palestina, mentre, dal punto di vista legale, Israele viola, a tutt'oggi, tutte le regole della legalità internazionale, incluse decine di risoluzioni ONU.

Riguardo poi il fatto che Israele sia appoggiato perche' ritenuto un alleato affidabile, vi sarebbero decine di esempi da fare, dalla vendita di armi alla Cina, allo spionaggio in grande stile negli USA. Basta sottolineare, invece, che Israele e' l'unico stato sul pianeta che puo' dire agli americani, senza perifrasi, di farsi i loro affari e non interferire negli affari di Israele. Non si puo' dimenticare, a questo proposito, la arrogante lavata di capo fatta dall'allora primo ministro Shamir al presidente Reagan quando questi oso' proporre una pace in Medioriente seguente all'invasione israeliana in Libano, nel 1982. E come dimenticare la figuraccia rimediata da Bush figlio quando, durante l'assedio di Jenin, parlo' agli israeliani dalla TV pubblica, chiedendo loro di ritirarsi "immediatamente, ed intendo dire ORA", dalla Cisgiordania e fu pubblicamente snobbato da Sharon, ed in seguito duramente attaccato da lui?

Anche se ammettessimo che Israele sia un obbediente servo degli americani, gli USA sanno molto bene che i regimi possono cambiare e, con essi, la loro attitudine verso quelli che prima erano amici. Basti citare gli esempi di Libia ed Iran, in cui i repentini e rivoluzionari cambiamenti di regime hanno significato una drastica inversione di tendenza verso gli USA, proprio a causa del cieco supporto di questi verso Israele.

Il supporto americano ad Israele e' costato ai contribuenti USA più di 140 miliardi di dollari negli ultimi cinquant'anni, ed altrettanti miliardi sono ritornati nelle casse americane per merito di rapporti economici con il mondo arabo. Gli USA dovrebbero sapere che i loro interessi nell'area sono più che altro subordinati ai governi dei paesi arabi, che un giorno potrebbero anche cambiare, travolti dalla furia repressa e contenuta delle loro masse. Il supporto ad Israele, dunque, non serve gli interessi nazionali USA. Ma cos'è dunque che istiga un tale, irreale, anacronistico ed ingiusto supporto? Dare la colpa alla sola lobby ebraica e' riduttivo. Studi più profondi sul tema rivelano più di una ragione che forza gli USA a supportare ciecamente Israele:

·         Il controllo sionista sui media

·         L'AIPAC (lobby ebraica) e la sua organizzazione piramidale nei cinquanta stati dell'Unione

·         La lobby Cristiano-Sionista rappresentata dal movimento evangelico.

Non vi e' oggi maggior potere di quello ottenuto manipolando la pubblica opinione usando i mezzi di comunicazione di massa, come TV, radio, giornali, cinema, riviste e libri. Nel momento in cui tale potentissimo giocattolo cade tra le mani di gruppi con determinati interessi politici, puoi essere certo che le informazioni che otterrai saranno quelle che soddisfano gli interessi e gli obiettivi di tali gruppi.

Negli USA, il 90% dei mezzi di comunicazione di massa sono nelle mani di organizzazioni sioniste. Se questo sembra assurdo, suggerisco al lettore serio di fare ricerche per conto suo.

Prendiamo ad esempio i tre maggiori quotidiani statunitensi, il New York Times, il Washington Post ed il Wall Street Journal. Essi sono rispettivamente posseduti e controllati da Arthur Sulzburger, Eugene Meyers e Peter Kann, tutti e tre sionisti dichiarati. Non solo, ma ognuno dei tre giornali in questione controlla decine di stazioni TV e centinaia di altri piccoli quotidiani.

Simili ricerche in TV, industria cinematografica, editoria porteranno alle stesse conclusioni.

Il successivo fattore decisivo che rende la politica americana totalmente succube di quella israeliana e' l'efficiente lavoro della lobby sionista, o AIPAC.

L'ex-senatore Fullbright l'ha definita il più potente gruppo d'interesse nella storia degli Stati Uniti, che sia riuscito ad allineare circa l'80% del Senato al sostegno incondizionato di Israele, anche quando tale supporto contravvenisse gli interessi USA.

L'ex-senatore Paul Findley chiese una nuova intifada in entrambe le Camere di Capitol Hill per liberarle dell'influenza dell'AIPAC. Pat Buchanan definì il Parlamento americano "territorio occupato".

L'ex senatore Adlai Stevson terzo dichiarò alla CBS che, a causa dell'AIPAC, il ministro degli esteri israeliano ha più influenza negli USA sugli affari mediorientali che in Israele e sicuramente più potere del ministro degli esteri USA.

L'AIPAC non e' un team pro-Israele che lavora solamente a Capitol Hill, ma e' una vera e propria corporazione, forte di 60.000 membri in tutti gli USA. Se qualche rappresentante osa criticare Israele, state pur certi che riceverà centinaia di chiamate ed un numero simile di fax che gli imporranno di seguire una linea più filo-israeliana. Ciò viene realizzato attraverso un processo chiamato Azione "allarme" che coinvolge tutta la struttura piramidale. Il codice "allarme" viene usato per allertare simultaneamente ed immediatamente tutti i membri dell'AIPAC in ogni stato. I deputati eletti negli USA sono molto sensibili a questo tipo di pressioni, che sono in grado di distruggere politicamente chiunque.

Thomas Moorer, Capo di Stato maggiore USA nel 1973, commento' una volta che, se gli americani scoprissero la devastante influenza dell'AIPAC, probabilmente prenderebbero le armi contro il loro stesso governo.

 

Naturalmente non bisogna trascurare l'influenza dei Cristiano-sionisti, le cui credenze religiose li spingono verso il Likud nello spettro politico israeliano, poiché essi credono che la creazione di Israele ed il suo sostegno siano l'adempimento dell'Alleanza divina e delle profezie bibliche, sicché' il loro supporto verso lo stato ebraico non è motivato né' da considerazioni di interesse nazionale né dalla moralità del comportamento di Israele. Jerry Fallwell, Pat Robertson e Jimmy Swaggert sono solo alcuni di questi fanatici, ma essi hanno il controllo su circa sessanta milioni di americani, che allineano alle posizioni pro-israeliane.

A meno che non si intervenga attivamente per limitare l'influenza sionista negli USA, è pressocché impossibile che l'americano possa liberarsi da questa formidabile trappola israeliana. Per adesso gli USA non hanno altra scelta se non quella di supportare acriticamente Israele ed i suoi progetti espansionistici. E' auspicabile che i gruppi arabo-americani parlino direttamente ed attivamente con il pubblico USA, per spiegargli cosa sta accadendo alle sue spalle. Oggi, dopo gli attentati dell'11 settembre, questi gruppi stanno gradualmente perdendo peso politico e devono essi stessi difendersi. Hanno, in un solo giorno, perduto la forza che avevano costituito in decenni di vita negli USA. E neanche questo e' un caso.

Dichiarare che Israele serve agli interessi americani nella regione e' un travestimento con cui gli i dirigenti USA giustificano il loro supporto verso Israele. Dopotutto, essi pensano per giustificare il loro parziale tradimento verso gli interessi dello stato, se Israele serve agli interessi americani, non e' patriottico supportarla anche se venissero violate moralita' e legalità'?

 

www.arabcomint.com

 


 

Aspettando la giovenca rossa sulla via di Armageddon.

L’epifania dell’immaginario cristiano-sionista

di Roberto Giammanco

da Hortus Musicus, III (2002), 11

www.hortusmusicus.com

 

Il 1 maggio 2002, ad Hardball, programma televisivo di grande ascolto della MSNBC, nientemeno che il leader della maggioranza al Congresso degli Stati Uniti Richard (Dick) Armey, repubblicano del Texas, ha dichiarato di non avere «nulla in contrario alla prospettiva di uno stato palestinese, però non mi piace affatto che lo Stato d’Israele debba cedere i suoi territori per creare lo Stato palestinese». Armey ha poi subito precisato che «Gerusalemme Est, la Cis­giordania e la striscia di Gaza appartengono, a tutti gli effetti, ad Israele». Ha inoltre rivelato pensieri, «che ho coltivato per anni», il più democratico e umanitario dei quali è la ferma convinzione che «i palestinesi che vivono ancora nella Cisgiordania dovrebbero essere ­deportati». «Ma allora – ha chiesto Chris Mathews, il presentatore del programma – dove dovrebbe trovarsi questo stato palestinese? In Norvegia? Una volta che Israele si annette la Cisgiordania, dov’è lo spazio? E poi, vorreste forse trasportare tutti i palestinesi in una località qualsiasi che chiamereste Stato palestinese?». Risponde Armey: «Nel mondo, di spazio ce n’è tanto, molte nazioni arabe possono mettere a disposizione dello Stato palestinese migliaia di acri di terra, anche coltivabile, proprietà insomma, offrire loro molte opportunità». Con deferente ma ferma professionalità, Chris Mathews ha cercato invano di far dire ad Armey che non era sua intenzione parlare di pulizia etnica: «Ve lo ripeto, siete proprio convinto che i palestinesi della Cisgiordania debbano andarsene?». «Certamente! – risponde secco il leader della maggioranza repubblicana al Congresso degli Stati Uniti, ­Richard (Dick) Armey».1

Ma questo è nulla a paragone delle letterine accluse ai pacchi dono che tanti scolaretti, dalla terza media al liceo, hanno mandato ai soldati impegnati nelle zona di Turkarem nell’offensiva «Scudo difensivo». Persino i riservisti che le hanno ricevute sono rimasti esterrefatti al punto che le hanno raccolte e spedite al Jewish ­Action Center accompagnandole con «un grido d’allarme per il sistema scolastico israeliano». Alcuni esempi: «Caro soldato, ti prego, ammazza più arabi che puoi. Io prego perché tu ritorni a casa sano e salvo e ne ammazzi almeno dieci per mio conto. Lascia stare le regole e annaffiali di piombo. Il migliore degli arabi è l’arabo morto. Che i palestinesi, sia maledetto il loro nome, brucino nel profondo dell’inferno. Non è divertente sparare agli arabi? Il solo arabo di prima qualità è l’arabo morto».2

Se il leader della maggioranza ­repubblicana al Congresso degli Stati Uniti Richard (Dick) Armey  patrocina la soluzione pulizia etnica, il senatore Jim Inhofe, repubblicano dell’Okla­homa, ne aveva confermato il fondamento e coronamento in un discorso del 4 marzo 2002 dal titolo emblematico Il diritto d’Israele alla terra d’Israele. Sette sono le «prove-ragioni» elencate dal senatore fondamentalista dell’Oklahoma, sette come le piaghe d’Egitto. Particolarmente dotta e convincente è la prova della «evidenza archeologica». Dimostra che «su quella terra gli israeliani sono presenti da tremila anni, il che elimina le pretese di qualunque altro popolo. I filistei sono estinti e così tutti gli altri popoli antichi. Nessuno di loro può vantare la continuità degli israeliani. Neppure gli egiziani contemporanei sono della stessa razza degli egiziani di due o tremila anni fa. Ora sono soprattutto arabi. I primi israeliti, invece, discendevano dagli israeliti originari». La quinta ‘prova’ ha tutto il sapore del coronamento del globalismo dell’IO SONO IO (dichiarazione di Dio a Mosé ne “l’Esodo”) : «Israele deve avere tutta la sua terra perché è un alleato strategico degli Stati Uniti». Non è forse detto nella Bibbia che “Abramo prese la sua tenda e si stabilì nella pianura di Mamre e lì costruì un altare al cospetto del Signore”? Hebron è in Cisgiordania ed è proprio lì che Dio apparve ad Abramo e gli disse: “Io ti dono questa terra!”, la Cisgiordania, appunto». «Questa non è una battaglia politica ma un confronto in cui si decide se la parola di Dio è vera o no». Riguardo all’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers e al Pentagono: «Una delle ragioni per cui ritengo che siamo stati noi ad aprire la porta spirituale per l’attacco contro gli Stati Uniti è stata la politica del nostro Governo, che ha fatto pressione sugli israeliani perché non facessero rappresaglie totali in risposta agli attacchi terroristici scatenati contro di loro». Dio ha permesso «l’olocausto delle Twin Towers» perché è stato offeso per la mancata vendetta. Come a Canaan: «nelle città di questi popoli che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, non conserverai in vita nulla che respiri: ma voterai a completo sterminio gli Hittei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei» (Deuteronomio 20:17-18).

L’ingresso torrenziale in politica del linguaggio biblico dei fondamentalisti cristiani coincide con gli anni di apprendistato di Ronald Reagan e con la sua trionfale ascesa alla Casa Bianca, grazie ai voti della Destra politico-religiosa, la Moral Majority.

Già nel 1971, durante una cena in onore di Ronald Reagan, allora nullafacente ma popolarissimo governatore della California, si parlò di profezie sull’inevitabile, addirittura imminente, conflitto nucleare con l’Unione Sovietica. Furono sgranate le citazioni bibliche d’obbligo dei più famosi passi paranoici del libro di Ezechiele, di Daniele, dell’Apocalisse.

«Appena saranno finiti i mille anni, Satana sarà lasciato libero, uscirà dalla prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarli alla guerra. Il numero di questi è come la sabbia del mare» (Apocalisse 20:8).

«In quel giorno – tuonò Jahweh – nel giorno in cui Gog verrà contro la terra d’Israele il furore mi salirà alle narici ognuno volgerà la spada contro i suoi fratelli. E verrò in giudizio contro di lui, con la peste e col sangue e farò piovere torrenti di pioggia e grandine e fuoco e zolfo su di lui, sulle sue schiere e sui popoli numerosi che saranno con lui. Così mi magnificherò e mi santificherò e mi farò conoscere agli occhi di molte nazioni ed esse sapranno che IO SONO L’ETERNO» (Ezechiele 38:12, 21:23).

Ronald Reagan, vero e proprio mago della comunicazione pubblicitaria al minimo comun denominatore emotivo, disse «con un’intensità addirittura luminosa sul volto e nella voce»: «Ora che la Libia è diventata comunista, questo è il segno che il giorno di Armageddon non è lontano. I rossi devono andare al potere in Etiopia! È inevitabile, è assolutamente necessario perché la profezia si compia, che l’Etiopia diventi una di quelle nazioni senza Dio che si scaglieranno contro Israele».

Il Gog che allora, nel 1971, era alla guida delle «potenze delle tenebre» pronte ad aggredire Israele, l’Unione Sovietica, era già l’Impero del Male. Ma perché proprio l’Unione Sovietica?

Perché, disse Ronald Reagan con solenne convinzione, «Ezechiele ci dice che verrà da Nord e, infatti, quale altra nazione di quella potenza c’è a Nord di Israele? Nessuna. Tutto questo sembrava assurdo prima della Rivoluzione bolscevica perché la Russia era una nazione cristiana, ma ora che è diventata comunista e atea, ora che si è messa decisamente contro Dio, risponde perfettamente alla descrizione di Gog!».

In un altro dei suoi saggi di escatologia biblico-politica, al canterino gospel Pat Boone, che più volte in diretta aveva detto di preferire la morte delle sue figliolette in un olocausto nucleare piuttosto che vederle crescere sotto l’Impero del Male (3),  Ronald Reagan ricordò che «gli ebrei hanno vissuto per secoli la diaspora, ma questo non vuol dire che Dio si è lavato le mani di loro». Anzi! «Prima del ritorno del Figlio li riunirà tutti in Israele. Persino i mezzi di trasporto di cui si sarebbero serviti sono stati descritti in dettaglio dal profeta! Alcuni “verranno per mare” ed altri ritorneranno “come colombe ai loro nidi”. In altre parole, o torneranno con le navi o per via aerea... Questa profezia si compì nel 1967 quando Gerusalemme fu riunita sotto la bandiera d’Israele… Già nel 1948…» E subito citò la data esatta della costituzione dello Stato d’Israele.(4)

Nel 1981, ormai Presidente degli Stati Uniti, a Jerry Falwell, il telepredicatore padrone di uno dei grandi imperi mediatici religiosi, Ronald Reagan dichiarò: «Jerry, lo sai che credo proprio che ci stiamo avvicinando, dico ora e non in tempi lunghi, al grande giorno di Armageddon?». Sullo sfondo del Grande Spettacolo degli anni di Reagan incombe, in versione consumistico-sionista, la Teologia fondamentalista di Armageddon, il cui Agostino è il predicatore evangelico Jerry Falwell. (5)

– «Anche oggi gli ebrei debbono esser considerati come il popolo eletto?»

– «Sì, senza alcun dubbio il tramite divino per l’evangelizzazione del mondo è la Chiesa cristiana ma Israele svolge un ruolo primario tra tutte le nazioni. L’età dei gentili (Luca 21:24) o è finita con la conquista ebraica di Gerusalemme nel 1967, oppure finirà in un futuro molto prossimo […]».

Israele e la Chiesa cristiana hanno scopi diversi ma tutt’e due «sono stati eletti da Dio»; «nessuno è responsabile della morte di Cristo che ha dato volontariamente la vita per lavare i peccati dell’umanità»; «L’antisemitismo è creazione di Satana che cerca tutti i mezzi per colpire il popolo eletto»; «Oggi, lo Stato d’Israele è la sede della profezia. Nel Vecchio Testamento il ruolo degli ebrei era quello di testimoniare, oggi è quello di preparare la Seconda Venuta di Cristo». Jerry Falwell integra, modificandolo, lo schema del sistema dispensazionista.

Le dispensazioni vanno dall’Innocenza prima della Caduta alla Legge consegnata a Mosè, alla Grazia, che comincia dalla morte di Cristo fino ai nostri tempi. La Seconda Venuta di Cristo porrà fine al periodo delle Tribolazioni. È solo grazie alla profezia che ogni dispensazione è legata all’altra divenendo così il filo conduttore di tutto il sistema. Tutti gli sforzi che gli uomini fanno per impedire o mutare il Disegno divino in ogni dispensazione sono inutili e, soprattutto, sono azioni suggerite da Satana. Il giorno di Armageddon, in data da destinarsi, milioni saranno inceneriti ma «proprio per questo – annunciava Falwell – non dobbiamo dimenticare com’è bello esser cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso ­davanti!». Infatti, secondo l’evangelismo postmillenarista, i «rinati in Cristo» verranno «rapiti», raptured, sollevati a mezz’aria tra la terra e il cielo e lì resteranno per «tutti i sette anni delle Tribolazioni».

L’idea del ‘rapimento’, disneyana e terroristica come tutte le visioni escatologiche, è al centro del grande Revival evangelico della fine del XIX secolo che coinvolse gli strati sociali «nativisti», gli eredi della «Nazione sotto Dio», minacciati dalle crisi economiche e dalle ondate di immigranti dall’Europa. L’idea del ‘rapimento’ fu una specie di valore aggiunto alla fiducia ­calvinista-  nell’elezione attraverso il successo economico e il dovere sociale. Nel libro dell’Apocalisse (6:19) è detto che i «rapiti saranno 12.000 per ciascuna delle dodici tribù d’Israele, per un totale di 144.000 ingressi al Regno». 144.000 ebrei o cristiani? Tanto che Mark Twain, scrivendo al Padreterno, gli chiedeva se il suo nome fosse nella lista. Per il fondamentalismo cristiano non c’erano dubbi: i rapiti erano solo i «rinati in Cristo». Ma il nuovo fondamentalismo dell’era reaganiana ci dice, per bocca di Jerry Falwell, che «né Paolo, né Pietro, né Giovanni smisero di essere ebrei dopo aver accettato Cristo come Messia. Tutti ebbero una doppia identità. Quando Cristo ritornerà, libererà gli ebrei da tutti i loro nemici gentili e loro, come nazione, Lo riconosceranno come il Messia, l’unico. I cristiani, cristiani ed ebrei, rimarranno per mille anni con Cristo nel suo Regno sulla terra».(6) Walt Disney non è mai riuscito a far meglio.

Il 5 aprile 2001 un annuncio epocale. I rabbini Menachem Makover e Chaim Richman dichiararono ufficialmente che, in un corral top secret d’Israele, era nata la giovenca rossa.

Chi volesse ammirare l’immagine del fatidico animale non ha che da inserirsi su: www.templeinstitute.org/current-events/RedHeifer/index.html

Secondo il giudaismo tradizionale, un ebreo che abbia avuto contatto, diretto o indiretto, con i morti (basta aver camminato su o vicino ad una sepoltura) è impuro e gli è vietato l’ingresso nel Tempio. D’altronde è dovere divino per tutti gli ebrei praticare il culto del e nel Tempio. Ora, tutti gli ebrei sono impuri perché, in un modo o nell’altro, sono entrati in contatto con qualche morto e poi, oggi, il Tempio non c’è. L’ultimo, è ben noto, fu distrutto da Tito nel 70 d. C. Che fare? La purezza, e quindi il dovere di praticare il culto del Tempio, può essere assicurata soltanto con il sacrificio di una giovenca rossa («Dì ai figli d’Israele che ti menino una giovenca rossa, senza macchia, senza difetti, che non abbia mai portato il giogo», Numeri 19:1-10). Il testo biblico prescrive che la giovenca rossa sia sacrificata con un elaborato rituale. Dovrà poi esser bruciata e dalle ceneri impastate con aromi se ne ricaverà un’acqua con cui aspergere i fedeli che, ipso facto, saranno purificati e potranno così partecipare all’ufficio divino nel Tempio. Nel 1976, Menachem Burstin dette inizio ad una ricerca degli ingredienti da usare per i futuri sacrifici. Nel 1987, pubblicò un libro sul Techelet, tintura che sembra fosse estratta da una «creatura marina» chiamata hilazon, mentre Vendyl Jones, pastore battista del Texas, scava alla ricerca dei cocci del vasellame del Tempio distrutto nel 70 d.C. Tra i cocci dovrebbe esserci il kalal con le ceneri della giovenca rossa ultima bruciata, ceneri che non sono state (ancora) ritrovate.

Tutte queste ricerche sono finanziate dalla Jerusalem Temple Foundation, organizzazione cristiana esentasse capeggiata per anni da Terry Risenhoover, multimiliardario finanziatore delle ricerche petrolifere nei territori occupati da Israele. Alla presidenza della Jerusalem Temple Foundation i cristiano-sionisti avevano chiamato Stanley Goldfoot, noto terrorista della banda Stern, la stessa che, nel 1948, assassinò il conte Bernadotte e fece saltare in aria tutto il comando inglese all’Hotel David. È sempre la Jerusalem Temple Foundation a finanziare la Yeshiva Ataret Cohanim, la scuola ortodossa che prepara, ormai da decenni, gli aspiranti rabbini a celebrare l’ufficio divino nel Terzo Tempio quando ci sarà. Ma quando ci sarà? Il 10 marzo 1983, quattro fanatici del Gusb Emunim, il Fronte dei fedeli, finanziato dai miliardari del Texas, cercarono di collocare cariche esplosive sotto la Grande Moschea di Omar e, nel 1984, il tentativo fu ripetuto dalla banda Lifta. Da ricordare che gli ebrei ortodossi considerano il monte su cui sorge la Grande Moschea di Omar come dissacrato dai musulmani e dai cristiani. Per loro, accedervi è sacrilegio. Ma i rabbini non si sono persi d’animo: hanno stabilito che «la sua santità si estende verso l’alto, all’infinito» e per impedire che l’impurità dei passeggeri non-ebrei la contaminasse, nel 1983 fu vietato tassativamente a El-Al di sorvolare la zona.

Il fervente appoggio ad Israele dei fondamentalisti cristiani, elemento portante della Teologia di Armageddon e del controllo dell’AIPAC sul Congresso e il Senato degli Stati Uniti,(7)  non è una novità nell’immaginario americano. «Troveremo che il Dio d’Israele è tra di noi – predicava il puritano John Winthrop nel 1630 – farà sì che noi diventeremo lode e gloria per quelli che verranno. Dobbiamo considerarci come una Città sulla collina: gli occhi di tutti sono su di noi». Israele era stato il primo popolo scelto per il patto con Dio e, per il secondo, la scelta divina era caduta sulla Nuova Sion, la Nuova Israele. La continuità tra «il popolo eletto» e la «Nazione sotto Dio» è un tema costante dell’evangelismo americano.

La ‘passeggiata’ di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee che ha provocato la Seconda Intifada e il genocidio ben più che ‘strisciante’ del popolo palestinese, è un evento sanguinoso e simbolico che viene da lontano. Come lo è l’assedio di fanatica crudeltà alla Basilica cristiana della Natività. In questo caso, è partita dalla International Christian Embassy, l’‘ambasciata’ dei cristiano-sionisti statunitensi che è insediata a Gerusalemme dal 20 settembre 1980, l’iniziativa di raccogliere fondi tra gli evangelici degli Stati Uniti per pubblicare inserzioni di condanna per «l’ignobile profanazione della Basilica». Naturalmente, da parte dei palestinesi.

Nell’orgia del Grande Spettacolo, i temi della Seconda Venuta di Cristo e della battaglia di Armageddon sono parte del potere di definizione dell’egemonia politica e mediatica dell’Impero. Sono assunti come l’atmosfera sublimante di un’ideologia globale del dominio che definisce i suoi «sommersi» e i suoi «salvati» per annientarli a distanza. Il suo assolutismo etico virtuale nasconde tutti gli orrori solo perché è simultaneo e dura il tempo di trasmissione.(8)
Pat Robertson, infaticabile telepredicatore padrone della CBN che, sull’onda del successo della Destra politico-religiosa è stato anche candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, è solito dire che il mezzo televisivo «rappresenta di per se stesso il compimento della profezia: “Euntes docete! Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli!” (Matteo 28: 19)». Gerard Straub, suo ex-direttore di produzione, rivelò che, sin dal 1979, Pat aveva un progetto segreto, il God’s Secret project di cui erano stati discussi tutti i dettagli tecnici e finanziari. Si trattava delle riprese televisive della Seconda Venuta di Cristo. «Il più grande spettacolo del mondo era lì davanti a noi – ricordava Straub –; io mi chiedevo dov’era meglio piazzare le nostre cineprese. Gerusalemme era il posto più ovvio. Discutemmo persino se l’aureola di luce di Gesù avrebbe potuto pregiudicare la riuscita delle riprese e come avremmo affrontato quel problema tecnico. Ma ve l’immaginate noi della troupe che diciamo a Gesù: “Signore, per favore, riducete un po’ la vostra luminosità. Abbiamo problemi di contrasto. Non vogliamo correre il rischio di sfondare il negativo!”».

Riuscirà davvero l’universo mediatico a organizzarci anche la Seconda Venuta?

 

NOTE

1 Il testo completo si può cercare su: comgroups.yahoo.com/group/togethernetwork.

 

2 Yedioth Ahronoth, 7 maggio 2002. Recentemente, il professor Daniel Bar-Tal dell’Università di Tel-Aviv ha analizzato 124 libri di testo per le scuole elementari, medie e superiori d’Israele. Fino a tutti gli anni Ottanta si tendeva ad esaltare le glorie dell’antico Israele «riscoperto» perché «risorto grazie al movimento sionista». Nei libri di testo di tutto quel periodo gli arabi venivano descritti come «inferiori», «fatalisti», «improduttivi», «apatici», «tribali», «vendicativi», «assassini», «disonesti», «criminali». I libri di testo contemporanei usano meno questa terminologia ma danno per scontato che non esiste alcuna identità palestinese, né antica né moderna. I libri di testo per gli arabo-israeliani, che sono un quinto della popolazione d’Israele, sono sì in lingua araba ma vengono scritti e pubblicati dal Ministero dell’Istruzione d’Israele. Tra i dipendenti del dicastero solo l’1% sono arabi e nessuno di livello medio o superiore. Non ci sono università per gli arabi. An Ugly Face in the Mirror, dello scrittore israeliano Adir Cohen, è uno studio sulla percezione che i giovani arabi israeliani, gli ebrei israeliani e i palestinesi hanno gli uni degli altri. Il 75% degli studenti ebrei descrive gli arabi come, nell’ordine, «assassini», «criminali», «terroristi», «rapitori di bambini», «parassiti» e «inferiori» sotto ogni aspetto. L’arabo è «un essere sporco dalla faccia feroce». Il 90% degli studenti ebrei era d’accordo che agli arabi «non si dovesse concedere alcun diritto». «Le descrizioni umilianti e negative contenute nei libri di testo – scrive Cohen – puntano deliberatamente a stabilire una base culturale che giustifichi atteggiamenti e comportamenti degli studenti ebrei nei confronti degli arabi e consolidi per sempre l’identità egemonica ebraica». «Non esiste un popolo palestinese, non è come se noi fossimo venuti qui a cacciarli e a impossessarci del loro paese. I palestinesi non esistono». (Golda Meir in un’intervista al Sunday Times del 15 giugno 1969).

Il 15 ottobre 1971, ai giornalisti di Le Monde, la stessa Golda Meir dichiarava: «Israele esiste come la realizzazione di una promessa fatta da Dio. Sarebbe ridicolo chiedergli conto della sua legittimità».

 

3 Better Dead than Red, meglio morto che rosso, fu il paranoico slogan che funestò le cronache e i sonni di un paio di generazioni di americani. In Europa non entrò nel discorso pubblico, salvo qualche rara eccezione, tra cui Giuseppe Pella che si disse pronto a veder morire la prole in un olocausto atomico piuttosto che saperla vivere sotto i rossi.

Quello slogan ebbe anche la sua teologia, come del resto è successo durante le recenti guerre «umanitarie» e/o «giuste» della Iugoslavia, dell’Afghanistan e come sarà per le tante altre a venire. Una martellante propaganda terroristica teneva alta la tensione emotiva con la prospettata necessità di colpire per primi (la teoria del First Strike) e migliaia di americani si rivolsero alle loro chiese per avere risposta a quesiti come questi: «Se i nostri vicini tentassero di ripararsi nel rifugio che basta a garantire la sopravvivenza dei soli membri della nostra famiglia, sarebbe lecito e moralmente giustificabile sparare su di loro?»; «quando le provviste stessero per esaurirsi, sarebbe lecito gettar fuori gli invalidi e i meno utili per consentire ai bambini e ai più giovani di vivere qualche giorno di più?»; «se qualcuno, subito dopo l’inizio dell’attacco, battesse alla porta del rifugio e chiedesse di esservi accolto, sarebbe lecito non aprire se ciò fosse indispensabile per non fiaccare il morale di chi è già dentro?». Padre L.C. McHugh S.J. rispose così sulla rivista America (30 settembre 1961): «In nessun luogo della tradizione morale cattolica si legge che Cristo, nel consigliare la non resistenza al male, abbia escluso il diritto all’autodifesa che è di origine naturale ed è riconosciuto dal diritto delle genti […]. Perciò ritengo assolutamente insensato affermare che l’etica cristiana imponga, o anche solo permetta, che ci si debba esporre al fallout per lasciar entrare nel rifugio dei vicini sprovveduti. Inoltre, dubito che qualsiasi teologo cattolico condannerebbe chi si servisse di tutti i mezzi a sua disposizione per respingere aggressori terrorizzati che cercassero di forzare la porta con sbarre di ferro, chi usasse la forza per cacciare fuori dal rifugio, costruito per sé e per la propria famiglia, chiunque vi si chiudesse dentro al posto dei legittimi proprietari» [i corsivi sono miei]. Di rincalzo al teologo gesuita, il dottor Paul Ramsey, teologo presbiteriano: «L’etica cristiana non ci impone di morire tutti per il solo fatto che tutti non possiamo sopravvivere». Cfr. Roberto Giammanco, Dialogo sulla società americana, Einaudi, Torino 1964; La Nuova Italia, Firenze 1995.

 

4 Roberto Giammanco, L’immaginario al potere. Religione, media e politica nell’America reaganiana, Pellicani editore, Roma 1990, pp. 87 ss.

 

5 Il termine ‘fondamentalista’ deriva da The Fundamentals. A Testimony of the Truth, il titolo di una collana pubblicata tra il 1910 e il 1917, «contro ogni teoria laica, materialista, scientifica, socialista […]», in parallelo con la grande offensiva cattolica «contro il modernismo». La fede evangelica è riassunta in 5 articoli: nascita di Cristo da madre vergine, resurrezione in corpore e sua Seconda Venuta, redenzione grazie alla sua morte sacrificale, infallibilità letterale della Bibbia, autenticità dei miracoli delle Scritture. La base sistematica del fondamentalismo evangelico è la Scofield Reference Bible, opera di tutta la vita di Cyrus Ingerson Scofield (1843-1921). Partendo dalla premessa che tutta la Bibbia è parola divina, Scofield sostenne che si debba dividerla «scientificamente» nelle sue parti. «Compito dell’interprete non è di valutarle per generi letterari, allegorie e metafore isolate, idee scelte alla rinfusa». Occorre «un’accurata e oggettiva classificazione che coordini i passi in categorie, dispensazioni, ognuna delle quali è un momento del Disegno divino». Il sistema dispensazionista è un ingegnoso meccanismo che sottrae il materiale delle Scritture ad ogni approccio storico o allegorico e ne garantisce un’interpretazione assolutamente letterale.

 

6 Cfr. il mio L’immaginario al potere, cit., cap. II.

 

7 L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) è il maggior gruppo di pressione pro-israeliano, con 60.000 iscritti che organizzano campagne volte a influenzare i membri del Congresso persino nelle circoscrizioni elettorali dove scarsa o nulla è la popolazione ebraica (per es. lo Stato dell’Oklahoma di cui è senatore Jim Inhofe). Ha un bilancio ufficiale di quindici milioni di dollari. Fino al 1999 era considerata la seconda lobby dopo quella dei pensionati e prima di quella dei sindacati. Dal 2000 è la prima in assoluto. L’AIPAC si occupa dei membri del Congresso così bene da far dire a William Quando, membro del National Security Council sotto Nixon e Carter, che, oggi, «il 70-80% dei membri del Congresso si comportano nelle delibere su argomenti importanti per Israele secondo le indicazioni che ricevono dall’AIPAC» (Tages Anzeiger, 22 aprile 2002). Gli interessi di Israele presso il Governo degli Stati Uniti sono invece curati dalla Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, una lega di 51 organizzazioni ebraiche.

 

8 Nel 1994, da un sondaggio dell’U.S. News and World Report (11 dicembre 1994) risultava che sei americani su dieci credevano nella fine del mondo, un terzo entro pochi anni o decenni; il 61% erano convinti che Cristo ritornerà sulla terra e il 44% che, a breve scadenza, ci sarebbe stata la battaglia di Armageddon. Due terzi degli intervistati erano Born again, «rinati in Cristo». Nell’anno 2000, un analogo sondaggio ha dato su per giù gli stessi risultati con un aumento al 72% dei convinti nella Seconda Venuta di Cristo, mentre il 53% degli intervistati si è detto persuaso che il Terzo Tempio d’Israele sarebbe stato costruito entro pochi anni, al massimo un decennio.


 

"L’anno prossimo a Gerusalemme"

Gerusalemme nel millenarismo catastrofico

Traduzione della relazione di Massimo Introvigne al seminario su Attività di polizia e violenza religiosa co-organizzato dal CESNUR e dal Critical Incident Response Group dell’FBI a Fredericksburg, in Virginia, il 7 giugno 1999. Al seminario, un gruppo di dieci studiosi europei e nordamericani ha trattato per agenti dell’FBI e per specialisti provenienti da varie branche dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America argomenti relativi ai nuovi movimenti religiosi, ai movimenti millenaristi e alle attività anti-sette.

 

Il millenarismo catastrofico (Wessinger 1997), un tempo chiamato premillenarismo, è la visione della fine del mondo attualmente predominante sia nel protestantesimo evangelico sia in una varietà di movimenti religiosi non generalmente considerati parte del mondo evangelico. Al contrario del millenarismo progressista, o postmillenarismo, il millenarismo catastrofico è una visione del mondo pessimistica. Esso presuppone che le cose andranno di male in peggio fino a che Gesù Cristo ritorni nella gloria inaugurando un Millennio di pace. In questa breve relazione, illustrerò gli eventi che portano al Millennio e il ruolo di Gerusalemme in questi, così come li presenta la visione del mondo prevalente nel millenarismo catastrofico. Sebbene ci siano molte varietà di questa visione del mondo, i principali contorni di una cronologia della fine sono comuni. Li esporrò a partire da due fonti in particolare: la letteratura teologica di baluardi del premillenarismo come il Dallas Theological Seminary e il Moody Bible Institute, di Chicago, e la narrativa evangelica contemporanea. La letteratura cristiana sulla fine del tempo ha una tradizione di lunga data, che risale almeno al romanzo di Forrest Loman Oilar Be Thou Prepared, for Jesus is coming, del 1937. Gli autori premillenaristi più famosi, come Salem Kirban (1970, 1997), Pat Robertson (1995) e Hal Lindsey (1996), hanno tutti offerto anche versioni romanzate della fine del mondo. Terrò maggiormente conto, tuttavia, dei cinque volumi delle serie Left Behind pubblicati fino a oggi da Tim LaHaye e Jerry Jenkins (1995, 1996, 1997, 1998, 1999). Questi libri hanno venduto più di cinque milioni di copie solo negli Stati Uniti d’America, hanno generato una piccola industria di versioni per ragazzi, T-shirt e altri effetti personali, e sia il primo volume (Left Behind) che il più recente (Apollyon) sono apparsi nella lista dei best seller del New York Times.

Il moderno millenarismo catastrofico è fortemente influenzato da una dottrina teologica conosciuta come dispensazionalismo, il padre della quale, John Nelson Darby (1800-1882), è anche all’origine del moderno fondamentalismo. Questa dottrina afferma che Dio usa "dispensazioni" per dirigere la storia del mondo. Ci sono differenti dispensazioni, sia per i diversi tempi storici (sette, secondo la maggior parte dei dispensazionalisti) sia per differenti popoli (Ebrei e Gentili). A partire dal riferimento a settanta settimane di Daniele 9, 25, il dispensazionalismo sostiene che le prime sessantanove settimane di Daniele si riferiscono al tempo degli Ebrei. Con il rifiuto di Gesù Cristo da parte di Israele e con la Pentecoste, il tempo degli Ebrei è finito, e le promesse di Dio a Israele rimangono incompiute anche se ancora valide per una futura dispensazione. Si apre così il tempo dei Gentili, il tempo in cui i non Ebrei hanno cominciato a governare il mondo, causando fatalmente la persecuzione degli Ebrei come popolo. Gli Ebrei non saranno distrutti del tutto, comunque, perché le promesse di Dio che li riguardano non potranno restare inesaudite per sempre. Durante il tempo dei Gentili, la Chiesa lentamente raccoglie in sé credenti da tutte le nazioni. Il tempo della Chiesa è una parentesi tra la sessantanovesima e la settantesima settimana di Daniele 9, 25. Com’è interpretato dai premillenaristi, questo brano implica che, quando il Vangelo sarà stato predicato a tutte le nazioni (un avvenimento che si sta avvicinando), due eventi annunceranno l’inizio della settantesima settimana, quando Dio concederà una nuova dispensazione e volgerà la sua attenzione ancora una volta al suo popolo eletto, gli Ebrei. Il primo evento si svilupperà molto lentamente, e vedrà gli Ebrei ristabilirsi nella loro storica patria in Israele, dove essi fioriranno come una potente e ricca nazione, anche se saranno ancora minacciati da nemici esterni e da guerre e minacce di guerre. Comprensibilmente, il movimento sionista (per quanto nella sua realtà storica piuttosto laicista) e il moderno Stato d’Istraele sono stati visti dai millenaristi come l’adempimento di queste profezie. Ci sono alcuni, comunque, che credono che Israele per adempiere le profezie dovrebbe mostrare nei prossimi anni un più spettacolare aumento di prosperità. Left Behind introduce la figura di un certo dottor Chaim Rosenzweig, uno scienziato israeliano che ha inventato e brevettato una formula miracolosa che garantisce eccezionali raccolti anche nel deserto.

Il secondo evento dovrebbe invece accadere nell’ordine di secondi, ed è chiamato il "Rapimento" (Rapture) della Chiesa. I cristiani ovunque nel mondo improvvisamente e soprannaturalmente scompariranno per incontrare Gesù Cristo in paradiso. I cristiani che sono morti dopo la Pentecoste e sono già con il Signore riceveranno subito i loro corpi risorti e glorificati. Left Behind si apre con una scena a tinte forti a bordo di un volo intercontinentale. Mentre il capitano Rayford Steele sta flirtando con l’aiutante di volo Hattie Durham (destinata più tardi a diventare l’amante dell’Anticristo), molti passeggeri improvvisamente scompaiono, con grande stupore del famoso giornalista Cameron "Buck" Williams, anch’egli passeggero del volo. Quando atterra col suo aereo, il capitano Steele (l’eroe della saga) scopre che sua moglie e suo figlio sono anch’essi scomparsi (mentre la sua agnostica figlia Chloe è stata "lasciata indietro", proprio come lui). Milioni di persone sono scomparse, infatti, compreso (in un inaspettato gesto di benevolenza da parte degli autori evangelici verso i loro lettori cattolici) il Santo Padre a Roma. Lentamente ma con sicurezza, persone come Steele e Williams (che finirà per sposare Chloe) capiscono che questo è in effetti il Rapimento di cui gli evangelici avevano parlato così a lungo, e si convertono. In Israele, anche il migliore amico del dottor Rosenzweig nonché più insigne studioso biblico della nazione, il rabbino Tsion Ben-Judah, annuncia alla televisione la sua conversione al protestantesimo evangelico.

Quando esattamente il Rapimento accadrà insieme ad altri eventi apocalittici, è un argomento di discussione considerevole tra i millenaristi catastrofici. Tutti concordano, comunque, sul fatto che a un certo punto dopo il Rapimento comincerà una nuova dispensazione (la settantesima settimana). Essa sarà chiamata la "Grande Tribolazione" e durerà per sette anni. Comincerà con la firma di un trattato tra un potente leader gentile e Israele, che prometterà alla nazione ebraica sette anni di pace. Questo leader occidentale, sebbene si atteggi a politico mite e amante della pace, è in effetti l’Anticristo, un uomo reso potente con eccezionali abilità da Satana. In Left Behind l’Anticristo è Nicolae Carpathia, un politico rumeno che improvvisamente emerge sotto i riflettori mondiali e assume la direzione delle Nazioni Unite convertendole in un governo mondiale, la Comunità Globale, che ha il suo quartier generale in una città chiamata Nuova Babilonia, vicino a Baghdad. Nicolae baratta la protezione di Israele con la formula miracolosa del dottor Rosenzweig. La Romania è tradizionalmente associata a figure sinistre, dal conte Dracula al compagno Ceausescu: quando Nicolae emerge come un apostolo della globalizzazione non c'è bisogno di essere un teologo del Dallas Theological Seminary per comprendere immediatamente che deve trattarsi di un poco di buono. L’Anticristo è stato, comunque, identificato nella letteratura millenarista divulgativa con una varietà di altre figure (Fuller 1995), tra cui Saddam Hussein, re Juan Carlos di Spagna, e Bill Gates.

Ciò che accadrà durante la Tribolazione può essere diviso in due parti: la prima fase, della durata di tre anni e mezzo, è il periodo per la durata del quale l’Anticristo manterrà fede al suo patto con Israele; mentre la seconda fase farà seguito al tradimento di tale patto. Nella prima fase, l’azione si svolgerà principalmente a Roma, in Israele e nel quartier generale dell’Anticristo (che secondo la maggior parte dei teologi millenaristi si troverà in Occidente, sebbene Left Behind lo situi vicino a Baghdad). A Roma, troveremo una nuova Chiesa apostata, o una falsa religione (presentata in Left Behind con il nome di Enigma Babylon One World Faith, e posta sotto l’autorità di un cardinale americano liberale divenuto il nuova papa, Pietro II). Essa radunerà la maggior parte delle religioni del mondo in un’organizzazione o federazione, sebbene alcune inevitabilmente resisteranno. Dal suo quartier generale, l’Anticristo sarà occupato a governare il mondo, mentre distruzione e morte considerevoli saranno causate dai giudizi di Dio elencati in Apocalisse 6, 2-17 come i primi sei dei sette sigilli. Essi comprendono una guerra mondiale (in Left Behind un tentativo anglo-statunitense, alla fine condannato all’insuccesso, di resistere a Nicolae), carestie, pestilenze, un grande terremoto e la persecuzione dei credenti. (Secondo molti commentatori, molti nuovi credenti si convertiranno dopo il Rapimento, e questo, in effetti è l’intero fondamento logico di Left Behind). A Gerusalemme accadranno tre eventi chiave. Innanzitutto, il Tempio verrà ricostruito e verranno ripresi i sacrifici levitici nello stile del Vecchio Testamento. Quando e come il Tempio sarà ricostruito, come il teologo premillenarista Paul N. Benware scrive in un influente manuale (1995, 225), non è chiaro: "Le Scritture semplicemente c’informano che a metà della Tribolazione il Tempio esiste e il sistema sacrificale levitico è in funzione". In Left Behind siamo informati che la moderna tecnologia ha permesso lo spostamento pacifico della Moschea di Omar a Nuova Babilonia. Nei romanzi, i sacrifici del Tempio sono compiuti da Ebrei ortodossi e sono ampiamente irrilevanti: questi Ebrei sono venuti a compromesso con la nuova religione globale Enigma Babylon One World Faith e sono lasciati in pace perché in realtà non contano (LaHaye and Jenkins 1999, 119). In secondo luogo, molti Ebrei (la maggior parte non ortodossi) si convertono al cristianesimo. Secondo i teologi millenaristi, i 144.000 menzionati in Apocalisse 7 e 14, che daranno testimonianza a Dio e saranno soprannaturalmente protetti dai giudizi divini non saranno tutti israeliani, ma certamente tutti apparterranno al popolo ebraico. In Left Behind, essi si incontrano nello stadio principale di Gerusalemme per sfidare l’Anticristo, che assiste anch’egli all’incontro. In terzo luogo, due misteriosi Testimoni appaiono a Gerusalemme (Ap. 11). Vestiti di sacco, essi prendono residenza vicino al Tempio, proclamano la parola di Dio e compiono miracoli sorprendenti. Sia i seguaci dell’Anticristo che gli Ebrei ortodossi cercano di ucciderli (in Left Behind con ogni tipo di arma moderna), ma sono colpiti a morte dal potere di Dio. Solo quando il loro periodo di predicazione di 1260 giorni è concluso, i Due Testimoni possono essere uccisi dall’Anticristo; Dio, comunque, li risuscita dai morti e li porta in paradiso. Sebbene molti interpreti insistano che noi non conosciamo l’identità dei Due Testimoni e che essi probabilmente svolgeranno il loro ministero nella seconda metà della Tribolazione, Left Behind li identifica con Mosé ed Elia e li pone nella prima metà.

La seconda metà della Tribolazione inizia quando l’Anticristo rompe il suo accordo con Israele. Entra nel Tempio in Gerusalemme, proibisce da questo momento in poi i sacrifici levitici, e installa un idolo di se stesso nel santuario. Ha persuaso molti che egli era morto ed è stato risuscitato (in effetti da Satana, a meno che non si tratti di un semplice inganno), e ora si proclama Dio. Non c’è più bisogno d’ora in poi di una Chiesa apostata mondiale, ed essa viene distrutta insieme con tutti i suoi leader. Tutte le religioni sono perseguitate. Nel frattempo, Gesù ha rotto il settimo sigillo e sette trombe sono suonate, ciascuna portando un nuovo castigo, compresa una crisi agricola mondiale e un’invasione di cavallette che tormentano la gente per cinque mesi senza tuttavia che nessuno muoia a causa del loro morso. La cronologia, qui, è aperta a un più ampio dibattito. L’ultima puntata di Left Behind pubblicata fino a oggi, sotto il titolo di Apollyon, finisce con l’invasione delle cavallette mentre l’Anticristo non è ancora entrato nel Tempio né ha distrutto la Chiesa apostata Enigma Babylon. I fedeli, comunque, si stanno preparando per l’ultima fase della Tribolazione - quando solo a coloro che recano il marchio della Bestia sarà permesso comprare e vendere - sviluppando un’economia di sopravvivenza alternativa e collegamenti segreti via Internet tra i credenti.

Le cavallette corrispondo in Apocalisse 8 alla quinta tromba, mentre la sesta tromba annuncia un esercito di duecento milioni di uomini "dall’Est" che devono distruggere un terzo dell’umanità. Mentre da qui in avanti — aspettando il prossimo romanzo della saga — perdiamo la guida di Left Behind, la letteratura premillenarista spiega che l’invasione dell’esercito orientale è realmente l’inizio della battaglia di Armageddon, che peraltro è meno una "battaglia" che una guerra. Il nome "Armageddon" è tradizionalmente associato con la pianura di Megiddo, in Israele, ma Apocalisse 14 menziona un’area creduta essere all’incirca 180 miglia in lunghezza. Molti interpreti credono che la battaglia si terrà, in effetti, o in Gerusalemme stessa o da qualche parte nella valle di Giosafat, a est di Gerusalemme. Ci sono almeno sette differenti teorie principali su come gli eserciti si muoveranno, e come la guerra di Armageddon si svilupperà (Pentecost 1964, 342-358). Esse provano a interpretare il versamento di sette coppe che segna il castigo della settima e ultima tromba del settimo sigillo. Di particolare interesse è la sesta coppa, nella quale il fiume Eufrate si prosciuga e un esercito dall’Est si dirige verso Armageddon. Molti comprendono questa allusione nel senso che l’Anticristo avrà spostato il suo quartier generale a Gerusalemme e che certe potenze orientali sfideranno la sua autorità. È chiaro, a ogni modo, che i cristiani della Tribolazione non avranno parte nella guerra, combattuta tra due schieramenti di guerrieri ugualmente demoniaci. Infatti, quando Gesù Cristo apparirà ad Armageddon, i due schieramenti si uniranno e si volgeranno contro di lui. Ovviamente, essi saranno distrutti: Armageddon diventerà il grande "torchio per vino della collera di Dio" (Ap. 14, 19-20) dove il sangue scorrerà fino all’altezza delle briglie dei cavalli. Infine, lo stesso Anticristo e il suo misterioso alleato, il Falso Profeta, saranno gettati nel lago di fuoco, e comincerà un'ulteriore dispensazione.

Questa è il Millennio, il Regno gloriosamente inaugurato da Gesù sul Monte degli Ulivi, dopo la distruzione di tutti i suoi nemici. Sarà un glorioso tempo di prosperità spirituale e sociale che durerà per mille anni. Gli Ebrei, ora tutti convertiti, saranno tutti restituiti alla loro terra ormai cristiana, e le promesse a loro fatte nel Vecchio Testamento saranno mantenute. Le opinioni sul Millennio variano, ma molti credono che i santi rapiti prima della Tribolazione, insieme con quelli morti durante la Tribolazione, torneranno tutti sulla terra per condividere il regno glorioso di Gesù. Alla fine del Millennio, Satana (imprigionato durante i mille anni) sarà liberato, e persuaderà altri a unirsi a lui in un'ultima ribellione. Questi ribelli e Satana stesso saranno rapidamente gettati nel lago di fuoco e condannati all’ultima dannazione, insieme con i malvagi morti precedentemente (e risorti solo per udire le loro sentenze finali). Tutti i santi regneranno per sempre in una Nuova Gerusalemme, in un "nuovo cielo e una nuova terra" con fattezze che difficilmente possiamo immaginare — si tratterà, forse, più di uno stato metafisico che di un luogo.

Sebbene esistano variazioni senza fine, questa è la trama di base (ampiamente concentrata su Gerusalemme) di come secondo il millenarismo catastrofico cristiano questo mondo finirà. Non si tratta affatto di una visione escatologica propria solo di "culti" di frangia o di "sette": si è sostenuto che almeno un terzo degli americani contemporanei condivida qualche tipo di credenza millenarista (Wills 1990; Boyer 1992). Cosa faranno costoro nei prossimi mesi, mentre la storia entra nel terzo millennio? Per la maggior parte di essi la risposta è semplice: niente, o almeno niente di speciale. Il premillenarismo — con o, più spesso senza, date stabilite per la fine — è stato prevalente tra i protestanti evangelici americani per quasi due secoli (Froom 1978-1982). L’ampia maggioranza di questi credenti si è preparata per la Seconda Venuta badando ai suoi affari, sforzandosi semmai di essere cittadini migliori, buoni lavoratori e buoni sposi, nel timore di essere "lasciati indietro" quando arriverà il Rapimento. Gruppi di frangia e singoli psicopatici che si vedono letteralmente come i Due Testimoni, o come gli ultimi combattenti per la libertà contro l’Anticristo, sono sempre esistiti. Sebbene abbiano occasionalmente causato tragedie, essi sono sempre rimasti minoritari e marginali, e non hanno trovato appoggio presso la più ampia comunità millenarista. Le emozioni possono correre veloci tra i gruppi di frangia e i singoli mentre ci muoviamo verso l’anno 2000, ed episodi di violenza di importanza locale possono certamente esplodere. D’altra parte, non c’è alcuna prova che l'avvicinarsi del terzo millennio stia causando qualche tipo di comportamento deviante tra una anche remotamente significativa percentuale dei milioni di credenti premillenaristi.

Il successo fenomenale della letteratura e della narrativa millenariste può certamente contribuire a una crescita della paura nei confronti della globalizzazione, incarnata presso i teorici del complotto di varie provenienze nel governo degli Stati Uniti in quanto sola superpotenza sopravvivente, nell’ONU, nella NATO o nell’Unione Europea. La paura della globalizzazione può, in casi rari, causare violenza sia da parte di movimenti religiosi minoritari sia contro alcuni movimenti religiosi (denunciati un un certo tipo di letteratura, particolarmente nell’Europa occidentale e orientale, e in America Latina, come agenti degli Stati Uniti — cioè agenti della globalizzazione e nemici delle identità nazionali). Comunque, la paura della globalizzazione è diffusa, e alimentata da molte fonti del tutto diverse dai manuali teologici e dai romanzi millenaristi. Speriamo, senza essere ingenui, che il prossimo anno a Gerusalemme saremo testimoni solamente di celebrazioni pacifiche, o almeno di un livello di conflitto e controversia religiosa non maggiori del consueto.

 

Riferimenti

Benware, Paul N., 1995, Understanding an End Times Comprehensive Prophecy Approach, Moody Press, Chicago.

Boyer, Paul, 1992, When Time Shall Be No More. Prophecy Belief in Modern American Culture, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) e Londra.

Fuller, Robert, 1995, Naming the Antichrist. The History of an American Obsession, Oxford University Press, New York and Oxford.

Froom, LeRoy Edwin, 1978-1982, The Prophetic Faith of Our Fathers, 2a ed., 4 vols., Rewiew and Herald, Washington D.C. and Hagerstown (Maryland).

Kirban, Salem, 1970, 666, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

-1997, 1,000, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

LaHaye, Tim, and Jerry B. Jenkins, 1995, Left Behind. A Novel of the Earth’s Last Days, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

-1996, Tribulation Force. The Continuing Drama of Those Left Behind, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

-1997, Nicolae: The Rise of Antichrist, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

-1998, Soul Harvest. The World Takes Sides, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

-1999, Apollyon. The Destroyer is Unleashed, Tyndale House Publishers, Wheaton (Illinois).

Lindsey, Hal, 1996, Blood Moon, Western Front Publishing, Palos Verdes (California).

Oilar, Forrest Loman, 1937, Be Thou Prepared, for Jesus is Coming, Meador Publishing Company, Boston.

Pentecost, J. Dwight, 1964, Things to Come, Dunham, Grand Rapids (Michigan).

Robertson, Pat, 1995, The End of the Age, Word Books, Waco (Texas).

Wessinger, Catherine, 1997, "Millenialism With and Without the Mayhem", in Thomas Robbins and Susan J. Palmer (a cura di), Millennium, Messiahs, and Mayhem. Contemporary Apocalyptic Movements, Routledge, New York e Londra, pp. 47-59.

Wills, Gary, 1990, Under God. Religion and American Politics, Simon and Schuster, New York.

 


 

__________________________________________________________________

 

NOTA sul CENSUR

 

Il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), fondato in Italia nel 1988 da un gruppo di accademici e studiosi di scienze religiose europei e americani interessati allo studio delle minoranze religiose e spirituali di qualunque genere e tipo e alla costruzione di "mappe" delle appartenenze religiose in tutti i paesi del mondo, è attualmente presieduto dal professor Luigi Berzano, ordinario di Sociologia generale presso l’Università di Torino, e diretto dal professor Massimo Introvigne, autore di una trentina di volumi in tema di minoranze religiose e noto specialista del settore. Il Comitato Scientifico che dà impulso alle sue iniziative comprende, con altri, la professoressa Eileen Barker, ordinario di Sociologia presso la London School of Economics, il dottor J. Gordon Melton, presidente dell’Institute for the Study of American Religion di Santa Barbara (California), il professor Jean-François Mayer, docente di Storia delle religioni presso l’Università di Friburgo (Svizzera), il professor Reender Kranenborg, docente di Religioni comparate presso l’Università Libera di Amsterdam.

1. Profilo

Il CESNUR è indipendente da qualunque organizzazione religiosa o confessionale. Guidato, come si è accennato, da un comitato scientifico internazionale in cui si trovano rappresentanti di alcuni fra i più prestigiosi centri di ricerca accademici sulle minoranze religiose, fa della laicità della ricerca (intesa come metodo, e da non confondere quindi con il laicismo) la propria bandiera e si interdice giudizi di valore o teologici sulle dottrine delle minoranze religiose che studia. Del resto, originariamente promosso da cattolici, il CESNUR comprende oggi nelle sue fila studiosi delle più svariate provenienze religiose e confessionali (o di nessuna).

Il CESNUR costituisce una rete di centri e studiosi indipendenti ma collegati, presenti in vari paesi del mondo, che si prefiggono di promuovere studi e ricerche nel campo della religiosità così come essa si presenta nel multiforme panorama contemporaneo, fornendo informazioni obiettive e portando a conoscenza dell’opinione pubblica i problemi reali che alcuni movimenti religiosi comportano e, allo stesso momento, difendendo il fondamentale principio della libertà religiosa.

Il CESNUR è stato riconosciuto nel 1996 come associazione con decreto della Giunta Regionale del Piemonte; la Regione Piemonte costituisce tuttora la principale fonte di finanziamento dei suoi progetti. Il Centro è inoltre finanziato dai contributi dei suoi membri e dai diritti ricavati dalla vendita delle pubblicazioni prodotte dai suoi ricercatori. Oltre agli ampi uffici di Torino il CESNUR dispone di piccole sedi o recapiti a Parigi, Santa Barbara (California) e Riga (Lettonia). I diversi collaboratori, residenti in varie nazioni e continenti, si scambiano quotidianamente informazioni, aggiornamenti, documenti e fonti sulle diverse realtà religiose - soprattutto laddove si verificano situazioni particolari - attraverso i diversi strumenti di comunicazione.

2. CESNUR, religione e politica

In Italia il CESNUR collabora regolarmente con gli organismi legislativi e la pubblica amministrazione. In collaborazione con le amministrazioni locali ha condotto due ampie indagini sulle credenze e le affiliazioni o appartenenze religiose in Sicilia e in provincia di Foggia. I risultati sono stati pubblicati nei volumi La sfida infinita (1994) e Il gigante invisibile (1997). Negli anni 1999-2000 un’ampia équipe di studiosi ha condotto un’amplissima e approfondita indagine sui vari gruppi e appartenenze religiose presenti su tutto il territorio nazionale. I risultati sono stati pubblicati nella primavera del 2001 e costituiscono la prima Enciclopedia delle Religioni in Italia.

Il Centro, nelle persone dei suoi collaboratori, offre assistenza a politici, parlamentari, partiti, giuristi, legislatori, magistrati, forze di polizia, pubblici amministratori e funzionari relativamente alle questioni concernenti gruppi e minoranze religiose, nel rispetto delle leggi sulla privacy e del diritto inalienabile e costituzionalmente garantito alla libertà religiosa, che difende in ogni sede o paese dove sia minacciato, anche attraverso iniziative di educazione al pluralismo religioso e consulenze a organismi internazionali.

3. La Biblioteca

A Torino, presso gli uffici del CESNUR (Via Confienza 19) ha sede la Biblioteca del CESNUR. Il Direttore, professor Massimo Introvigne, negli anni 1970 incominciò a collezionare a titolo personale volumi sulle minoranze religiose, sulle scuole esoteriche e gnostiche, sulla letteratura popolare a sfondo religioso, magico o metaphysical. La collezione attualmente include circa 20.0000 volumi in molte lingue e raccolte complete o semi-complete di più di 200 riviste e pubblicazioni. Seppure la collezione rimanga proprietà personale del Direttore, i volumi sono consultabili presso la Biblioteca, che è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 (esclusi i mesi di luglio e agosto) — si consiglia di prendere appuntamento. L’elenco completo dei volumi disponibili per la consultazione (suddiviso per argomenti) è continuamente aggiornato ed è accessibile attraverso il sito del CESNUR. La Biblioteca rappresenta la più ampia collezione europea di volumi sulle minoranze religiose e la seconda al mondo.

4. Il sito Web

Il CESNUR dispone di un sito Web (raggiungibile all’URL <http://www.cesnur.org>) che pubblica notizie relative alle attività del Centro e una serie di testi e articoli di specialisti di scienze religiose e cultura popolare relativi ai vari argomenti fatti oggetto di ricerche. Gli accessi nell’anno 2000 hanno superato il milione.

5. Conferenze e seminari

Annualmente il CESNUR organizza un convegno internazionale che raduna i principali specialisti nello studio della nuova religiosità. Ogni convegno raccoglie fra le 50 e le 80 relazioni, che riguardano i diversi aspetti della religiosità contemporanea Oltre a studiosi o accademici esperti in scienze religiose, partecipano ai convegni politici, legislatori, giudici, avvocati, psichiatri, psicologi, educatori, responsabili di chiese e movimenti religiosi e giornalisti specializzati. I convegni annuali si sono fino ad ora tenuti presso istituzioni italiane e straniere di indubbio rilievo: London School of Economics (1993 e 2001), Università Federale di Pernambuco, Recife, in Brasile (1994), Università Statale di Roma (1995), Università di Montreal (1996), Università Libera di Amsterdam (1997), Unione Industriale di Torino (1998), Bryn Athyn College in Pennsylvania (1999); Università di Riga, in Lettonia (2000). Nell’aprile 2001 il CESNUR tiene il suo convegno annuale di nuovo presso la London School of Economics.

Periodicamente seminari di studio, conferenze o convegni sono organizzati dalle singole branche della rete internazionale del CESNUR in vari paesi, anche in sede istituzionale (così, un seminario è stato organizzato presso il Parlamento Europeo a Strasburgo) e soprattutto in Italia.

6. Pubblicazioni

I ricercatori del CESNUR pubblicano diversi volumi e sussidi (ad esempio videocassette) che sono sia frutto di ricerche individuali sia di lavori di équipe. Essi sono destinati ad esperti del settore ma anche al grosso pubblico.

Il successo editoriale della collana Religioni e Movimenti (Elle Di Ci), costituita da brevi monografie a carattere divulgativo (che ha anche un’edizione in lingua spagnola ed una in lingua inglese, con alcuni testi tradotti in francese), e di altre opere, tra cui la monumentale Enciclopedia delle religioni in Italia, mostrano l’interesse dei lettori per il lavoro condotto dal Centro.

7. Indirizzo

CESNUR - Via Confienza 19 - 10121 Torino

Tel. 011-541950 Fax 011-541905 E-mail cesnurto@tin.it