pag. 1     fonti delle informazioni

 

le informazioni al tempo di una guerra “mediatica”

              articoli:

 

===>      dichiarazione di Bush sulla “guerra mediatica” che avrebbe confuso la verità  come difesa contro “il nemico che ascolta”

 

pag. 3     “Ufficio di influenza strategica” e “Comando per le operazioni psicologiche dell'esercito”

 

pag. 4     artefazione dei termini per creare “giusti” ed “ingiusti”

 

pag. 6     sunto del libro “ Under Fire - U.S. Military Restrictions on the Media from Grenada to the Persian          Gulf” di  Jacqueline E. Sharkley

 

pag.10   conferme (flash sull’argomento)

 

 

 

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Fonti delle informazioni per le vittime civili:

prevalentemente emittenti arabe pakistane e iraniane (al-Jazeera emittente televisiva satellitare nel Qatar;   AIP, Afgan Islamic Press, agenzia di stampa ufficiosa degli ultra-fondamentalisti con sede a Islamabad in Pakistan, ovviamente vicina ai taleban)

                           portavoce talebani (Abdul Hanan Himat,  portavoce del ministero per l'Informazione dei Taliban; Abdul Wakil Omari, vicedirettore dell'agenzia dei Taliban Bakhtar )

 

Non mancano però anche fonti internazionali:

HRW, Human Rights Watch; attraverso Sidney Jones, suo direttore per l’Asia

ICRC,  Croce Rossa Internazionale

Edhi, organizzazione umanitaria pakistana

Fatumata Kaba, portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i profughi (UNHRC) a Islamabad

 

Si tratta quindi prevalentemente di fonti “di parte”. Tanta parzialità, come anche le imprecisioni, sono da addebitare alla censura Americana sui fatti di questa guerra (vedi articoli seguenti)

 


 

Il Pentagono annuncia il falso di guerra

 

Dopo l'11 settembre nasce l'Ufficio di influenza strategica. Per condurre le campagne contro il terrorismo, l'Ufficio di influenza strategica si avvarrà del Comando per le operazioni psicologiche dell'esercito, che ha al suo attivo la campagna condotta contro il governo sandinista in Nicaragua, negli anni '80, e quella organizzata negli anni '90 a sostegno dell'intervento Usa nei Balcani.

MANLIO DINUCCI

 

La guerra si fa, oltre che con le armi, con l'informazione. Lo ha ben capito il Pentagono, che ha creato, dopo l'11 settembre, un apposito settore: l'"Ufficio di influenza strategica". Suo compito – hanno detto alti funzionari della Difesa - è quello di "diffondere notizie, possibilmente anche false, ai media stranieri nel quadro di un rinnovato sforzo per influenzare l'opinione pubblica e i politici sia nei paesi amici che in quelli ostili" (The New York Times, 19 febbraio). Qualcuno si ricorda il lancio delle prime operazioni di "Libertà duratura", con la frase di Bush: "Vi diremo poco e qul poco non è detto che sarà la verità"? Il nuovo ufficio, a capo del quale è il generale Simon Worden, si è già messo al lavoro, conducendo campagne sia "bianche", basate su notizie fondate, sia "nere", basate espressamente sulla disinformazione. Esse saranno estese tra breve anche a Internet, inviando messaggi e-mail a giornalisti e leader politici. Alla domanda se sarà possibile identificarne il mittente, un funzionario del Pentagono ha detto che i messaggi avranno probabilmente l'estensione "dot-com" e non "dot-mil", ossia risulteranno di origine commerciale e non militare. Per condurre tali campagne, l'"Ufficio di influenza strategica" si avvale del Comando per le operazioni psicologiche dell'esercito, che ha al suo attivo la campagna condotta contro il governo sandinista in Nicaragua, negli anni '80, e quella organizzata negli anni '90 a sostegno dell'intervento Usa nei Balcani. L'ufficio ha inoltre stipulato un contratto con il Rendon Group, una società di consulenza internazionale con base a Washington, che, dal periodo della guerra del Golfo, collabora con la CIA nella propaganda diretta in particolare quella rivolta ai paesi arabi.

Contratti analoghi verranno stipulati con società private estere, incaricate di condurre specifiche campagne di "informazione" e sondaggi dell'opinione pubblica. Altri contratti saranno tenuti segreti, in quanto avranno lo scopo di "far giungere notizie ai media stranieri attraverso società esterne che non abbiano chiari legami col Pentagono".

Rientra nei compiti del nuovo ufficio anche quello di condurre, possibilmente attraverso società esterne, "operazioni coperte", come attacchi a siti Internet, e non precisate "attività psicologiche e di inganno". L'"Ufficio di influenza strategica", collegato con la war room dell'informazione pubblica creata alla Casa bianca, si propone non solo di potenziare la propaganda diretta ai paesi ostili, ma di "estendere la propria attività in paesi alleati del Medio Oriente, dell'Asia e perfino dell'Europa occidentale". Il perché è chiaro: nei paesi alleati, anche in alcuni ambienti governativi, vi sono crescenti dubbi e timori sulla via imboccata con l'operazione "Libertà duratura", in particolare sulla situazione creatasi in Afganistan - dove l'aviazione Usa sta bombardando forze che, dopo aver combattuto i talebani, si oppongono al governo filoamericano di Karzai - e sulla preparazione di una nuova guerra su larga scala contro l'Iraq, cui potrebbero seguire guerre contro gli altri paesi dell' asse del male, Iran e Corea del Nord.

Si tratta quindi, anche nei paesi alleati, di convincere l'opinione pubblica e i governi sulla necessità di proseguire la "guerra contro il terrorismo". Tale compito spetta in particolare all'"Ufficio di influenza strategica", istituzionalmente incaricato di diffondere notizie false pur di raggiungere lo scopo. Sapendo questo, come potranno giornalisti e politici distinguere quali notizie sono vere e quali false? In effetti per molti il problema non si pone. Continueranno a fare quello che hanno sempre fatto: attenersi alle veline diffuse da Washington.


 

La macchina delle parole

 

Il presidente Chavez? «Tiranno». I suoi nemici? «La cittadinanza». I suoi amici? «La turba». Il golpista Musharraf? «Leader moderno». Le stragi di palestinesi? «Caccia ai terroristi». I diktat delle grandi potenze? «La comunità internazionale lo esige». Il pianeta ipnotizzato dell'informazione.

EDUARDO GALEANO - Il Manifesto

 

Sigmund Freud lo aveva imparato da Jean-Martin Charcot: le idee possono essere introdotte, per ipnosi, nella mente umana. E' passato più d'un secolo. E s'è sviluppata parecchio, da quei tempi, la tecnologia della manipolazione. Una macchina colossale, delle dimensioni del pianeta, ci impone di ripetere i messaggi che essa stessa ci mette dentro. E' la macchina tradisci-parole. Il presidente del Venezuela Hugo Chavez era stato eletto e rieletto da una maggioranza schiacciante, in elezioni molto più trasparenti di quelli che hanno consacrato George W. Bush negli Stati uniti.

 

La macchina ha girato per il golpe che ha cercato di rovesciarlo. Non per il suo stile messianico, né per la sua tendenza alla logorrea, ma per le riforme che ha proposto e le eresie che ha commesso. Chavez ha toccato gli intoccabili. Gli intoccabili, padroni dei mezzi di comunicazione e di quasi tutto il resto, hanno lanciato grida al cielo. In tutta libertà, hanno denunciato lo sterminio della libertà. Dentro e fuori le frontiere, la macchina ha trasformato Chavez in un «tiranno», un «autocrate delirante», un «nemico della democrazia». Contro di lui si è mossa «la cittadinanza», con lui «una turba» che si riuniva in «covi», nemmeno in locali.

 

La campagna mediatica è stata decisiva per la valanga che è sfociata nel colpo di stato, programmato da molto tempo contro una dittatura tanto feroce da non avere un solo prigioniero politico. Quindi un impresario ha occupato la presidenza, votato da nessuno. Democraticamente, come prima misura di governo, ha dissolto il parlamento, e il giorno seguente la borsa è salita. Ma una sommossa popolare ha rimesso Chavez al suo legittimo posto. Il golpe mediatico ha potuto generare solo un potere virtuale, come ha commentato lo scrittore venezuelano Luis Britto Garcia, ed è durato poco. La televisione venezuelana, baluardo della libertà di stampa, non era al corrente della spiacevole notizia.

 

Nel frattempo un altro votato da nessuno, pervenuto al potere anche lui con un colpo di stato, sfoggia con successo il proprio nuovo look: il generale Pervez Musharraf, dittatore militare del Pakistan, trasfigurato dal bacio magico dei grandi mezzi di comunicazione. Musharraf dice e ripete che non gli passa minimamente per la testa l'idea che la sua gente possa votare, lui però ha fatto voto di obbedienza alla cosiddetta "comunità internazionale" e nell'ora della verità questo è l'unico voto che conta davvero, in fin dei conti.

 

Chi ti ha visto e chi ti vede: ieri Musharraf era il miglior amico dei suoi vicini, i taleban, oggi si è trasformato nel «leader liberale e coraggioso della modernizzazione del Pakistan».

 

E con tutto questo continua la mattanza dei palestinesi, che le fabbriche dell'opinione pubblica mondiale chiamano «caccia ai terroristi». Palestinese è sinonimo di terrorista, aggettivo che mai si coniuga all'esercito di Israele. I territori usurpati dalle continue invasioni militari si chiamano sempre «territori contesi». E i palestinesi, che sono semiti, risultano invece essere «antisemiti». Da più di un secolo sono condannati a espiare le colpe dell'antisemitismo europeo e a pagare, con la loro terra e con il loro sangue, l'olocausto che non hanno commesso.

 

Gara di sottomissione nella Commissione diritti umani delle Nazioni unite, che mira sempre a sud e mai a nord.

 

La Commissione è specializzata nel tiro a Cuba, e quest'anno è toccato all'Uruguay l'onore di guidare il gruppo. Altri governi latinoamericani si accompagnano. Nessuno ha detto «lo faccio perché mi comprino ciò che vendo», né «lo faccio perché mi prestino ciò di cui ho bisogno», né «lo faccio perché allentino la corda che mi stringe il collo». L'arte del buongoverno permette di non pensare ciò che si dice, ma proibisce di dire ciò che si pensa. E i media hanno approfittato dell'occasione per confermare, una volta ancora, che l'isola assediata continua a essere il cattivo del film.

 

Nel dizionario della macchina, si chiamano «contributi» le tangenti ricevute dai politici e «pragmatismo» i tradimenti che commettono. Le «buone azioni» non sono nobili gesti del cuore ma quelle ben quotate in Borsa, e nella Borsa accadono le «crisi dei valori». Dove si dice «la comunità internazionale esige», sostituire con «la dittatura finanziaria impone».

 

«Comunità internazionale» è inoltre lo pseudonimo che protegge le grandi potenze nelle proprie operazioni militari di sterminio, o «missioni di pacificazione». I «pacificati» sarebbero i morti. Si prepara la terza guerra contro l'Iraq. Come le due precedenti, i bombardieri saranno «forze alleate» e i bombardati «orde fanatiche al servizio del macellaio di Baghdad». Gli aggressori lasceranno sul suolo aggredito un rigagnolo di cadaveri civili, che si chiameranno «danni collaterali».

 

Per spiegare questa prossima guerra, il presidente Bush non dice «petrolio e armi la reclamano, e il mio governo è un oleodotto e un arsenale». E nemmeno dice, per spiegare il multimiliardario progetto di militarizzazione dello spazio, «annetteremo il cielo come abbiamo annesso il Texas». Niente di tutto ciò. E' il mondo libero che deve difendersi dalla minaccia terrorista, qui in terra e laggiù in cielo, nonostante il terrorismo abbia dimostrato di preferire i coltelli da cucina ai missili. E nonostante gli Stati uniti si oppongano, come anche l'Iraq, al Tribunale penale internazionale appena nato per castigare i crimini contro l'umanità.

 

Come regola generale, le parole del potere non esprimono i suoi atti ma li camuffano, e in questo non c'è nulla di nuovo. Oltre un secolo fa, nella gloriosa battaglia di Omdurman, in Sudan, in cui Winston Churchill fu cronista e soldato, 48 britannici sacrificarono la propria vita. Morirono inoltre 27mila selvaggi. La corona britannica portava avanti a sangue e fuoco la sua espansione coloniale, e la giustificava dicendo: «Stiamo civilizzando l'Africa per mezzo del commercio». Non diceva «stiamo commercializzando l'Africa per mezzo della civilizzazione». E nessuno chiedeva agli africani un'opinione sull'argomento.

 

Ma noi abbiamo la fortuna di vivere nell'era dell'informazione, e i giganti della comunicazione di massa amano l'obiettività. Essi permettono che si esprima anche il punto di vista del nemico. Durante la guerra del Vietnam, tanto per fare un esempio, il punto di vista del nemico ha occupato il tre per cento delle notizie diffuse dai network ABC, CBS e NBC.

 

La propaganda, confessa il Pentagono, costituisce parte delle spese belliche. E la Casa Bianca ha integrato i componenti del governo con l'esperta di pubblicità Charlotte Beers, capace di imporre sul mercato locale alcune marche di cibo per cani e di riso per umani. Ora si occupa di imporre sul mercato mondiale la crociata terrorista contro il terrorismo. «Stiamo vendendo un prodotto», spiega Colin Powell.

 

«Per non vedere la realtà, lo struzzo infila la testa nel televisore», afferma lo scrittore brasiliano Millor Fernandes. La macchina detta gli ordini, la macchina sbalordisce.

 


 

Dalla censura militare a quella politica.

La strategia di comunicazione del Pentagono e della Casa Bianca

da Grenada alla guerra del Golfo

 

di Jacqueline E. Sharkley*

da http://www.informationguerrilla.org/la_guerra_dell_informazione.htm

 

 

Ampie ricerche sulle limitazioni militari nei confronti della stampa e sui fattori politici che hanno contribuito a queste durante gli ultimi dieci anni, rivelano un irritante proposito di esercitare un controllo crescente sull'accesso dei media alle informazioni dentro e fuori i teatri di guerra.

Le prove mostrano che, in modo sempre maggiore, le informazioni sulle attività del Dipartimento della Difesa sono limitate o manipolate non per tutelare la sicurezza nazionale ma per scopi politici, per proteggere l'immagine e le priorità del Dipartimento e dei suoi vertici civili, incluso il Presidente, che è il comandante supremo delle forze armate.

 

INFORMAZIONI LIMITATE O MANIPOLATE

Questa modalità non è semplicemente uno scontro di mentalità tra militari e media. Molte decisioni cruciali sulle politiche di informazione sono state prese dai vertici civili del Pentagono e della Casa Bianca, al di là delle obiezioni dei responsabili militari che si sono battuti duramente per mantenere l'accesso dei giornalisti alle campagne militari e al personale delle forze armate, e hanno lavorato giorno e notte durante le operazioni per sostenere gli sforzi di giornalisti e fotografi tesi a fornire un'informazione indipendente al popolo americano.

Le tecniche impiegate dal governo per limitare e plasmare le notizie - che hanno incluso il divieto di accesso alle operazioni e il rilascio di informazioni fuorvianti sui successi statunitensi e sulle vittime - sollevano questioni che vanno oltre l'ovvia necessità di bilanciare il segreto militare con il diritto del pubblico di sapere. Questo programma di controllo dell'informazione ha distorto la valutazione di quanto accadeva durante le operazioni militari a Grenada, Panama e nel Golfo Persico e ha portato a una falsa percezione sull'impatto delle operazioni a breve e a lungo termine su queste regioni e sulla politica statunitense, mettendo in pericolo la memoria storica.

 

GUERRA DEL GOLFO: COME PROMUOVERE IL SOSTEGNO PUBBLICO

Nei mesi successivi all'operazione "Desert Storm" sono emerse prove consistenti che la strategia di gestione delle notizie adottata dall'amministrazione Bush non aveva l'obiettivo di consentire al popolo americano di valutare obiettivamente gli eventi che hanno portato al conflitto o di valutare la gestione della guerra, ma di promuovere il sostegno pubblico sui temi prefissati, quali l'accesso al petrolio o sistemi d'arma controversi. I punti principali di questa strategia includono:

- Una testimonianza al Congresso rilasciata da un ex ufficiale del Pentagono secondo cui il Dipartimento della Difesa "elaborava" statistiche sulle percentuali di successo dei sistemi d'arma nel Golfo per aumentare il sostegno del pubblico alla guerra e quello del Congresso per un aumento delle spese militari.

- Una testimonianza al Congresso di un ex consigliere del Pentagono secondo cui i missili Patriot non erano così efficaci come sosteneva il Dipartimento della Difesa e avrebbero potuto causare più danni di quanti avrebbero potuto evitarne.

- Dichiarazioni del Capo di stato maggiore dell'Aeronautica militare, generale Merrill A. McPeak, secondo cui i filmati del Pentagono che mostravano bombe a guida laser colpire i bersagli con precisione chirurgica - ripetutamente mostrati dalle reti televisive e dalla CNN - presentavano una realtà distorta della guerra aerea. In una conferenza stampa dopo la guerra, McPeack ha fornito statistiche che mostravano come queste bombe rappresentassero l'8,8% dell'arsenale sganciato dalle forze statunitensi sull'Iraq. Il restante 91,2% delle 84.200 tonnellate di bombe sganciate dagli Stati Uniti durante il conflitto erano "stupide", prive di sistemi di guida di precisione.

- Dichiarazioni in base alle quali le affermazioni del portavoce del Pentagono, generale Thomas Kelly, durante la prima settimana di guerra, secondo cui le missioni di bombardamento avevano una percentuale di successo dell'80%, erano ingannevoli. Dopo ripetute domande dei corrispondenti, i funzionari del Dipartimento della Difesa chiarirono che per "successo" si doveva intendere un aereo che era decollato, aveva sganciato il suo arsenale nell'area del bersaglio ed era rientrato alla base. Il generale McPeack ha ammesso in una conferenza stampa dopo la guerra che durante i primi dieci giorni di guerra aerea le condizioni meteorologiche erano così cattive che i piloti della coalizione non riuscivano a vedere nemmeno il 40% dei loro obiettivi principali. Più tardi il generale Kelly dichiarò che il problema dipendeva da un "cambiamento di politica" su come dovesse essere definito il termine "percentuale di successo".

- Prove che alle società interessate a produrre programmi sulla guerra del Golfo che volessero presentare l'impegno militare degli Stati Uniti in una luce positiva era garantito un maggiore accesso alle operazioni che non ai giornalisti. Quantum Diversified, una società di Minneapolis che voleva realizzare un video sulla Guardia Nazionale, ha trascorso nell'ottobre del 1990 otto giorni riprendendo alcuni reparti. In quel periodo capitava che gli inviati aspettassero settimane per trascorre brevi periodi con particolari reparti. L'itinerario per Quantum Diversified - che aveva ricevuto assistenza tecnica per il video dalla Nfl Films - fu realizzato con il consenso del Comando centrale degli Stati Uniti e con l'aiuto di funzionari del Pentagono, compreso l'ufficio del Vicesegretario della Difesa per gli Affari istituzionali.

Quando la Quantum Diversified volle girare ulteriori immagini in marzo, i funzionari del Pentagono trovarono nuovamente spazio su un volo militare e il Comando centrale inviò un messaggio agli ufficiali dell'Esercito, dell'Aeronautica, del corpo dei Marines e della Marina che comunicava che la troupe aveva libero accesso ai teatri d'azione. Il maggiore Robert Dunlap dell'Ufficio Affari Istituzionali della Guardia Nazionale al Pentagono dichiarò che il Dipartimento della Difesa era felice di essere d'aiuto, perché la Quantim Diversified non faceva "un'operazione alla cieca" che avrebbe "tirato fuori un mucchio di cattive notizie".

- Indicazioni che il Pentagono non voleva rivelare cosa sapeva sulla veridicità delle vittime civili causate dai bombardamenti degli Stati Uniti e degli alleati. Durante le conferenze del Pentagono i funzionari sottolineavano ripetutamente che gli aerei statunitensi evitavano obiettivi civili, ma poco si diceva o veniva chiesto a proposito degli effetti a lungo termine che i bombardamenti sulle infrastrutture dell'Iraq avrebbero prodotto sui civili. Un rapporto preparato nel maggio del 1991 da un gruppo di studio di Harvard, prevedeva che 170.000 bambini iracheni sarebbero morti entro l'anno successivo come risultato degli effetti della crisi del Golfo. Una delle ragioni principali era che i bombardamenti della coalizione distruggevano le strutture sanitarie e la produzione agricola. Un rapporto dell'ONU sosteneva che migliaia di iracheni sarebbero morti a causa delle condizioni "quasi apocalittiche" create dai bombardamenti e indicava che i bambini e gli anziani erano particolarmente a rischio.

- Prove che mentre il personale del Dipartimento della Difesa si lamentava del numero di giornalisti inviati dai grandi organi di stampa per coprire l'operazione "Desert Shield", il Pentagono stava organizzando trasporti, scorte e permessi speciali per le zone di guerra per più di 150 inviati dalle città più piccole in modo che potessero produrre storie in stile "ciao mamma" sulle truppe locali stanziate in Arabia Saudita. La maggior parte della copertura stampa ottenuta risultò di grande sostegno alle azioni del Dipartimento della Difesa.

- Prove di un ampio sforzo dell'Amministrazione Bush per plasmare l'opinione pubblica sugli effetti a lungo termine della Guerra del Golfo. Un promemoria del Ministero dell'Energia del 25 gennaio 1991 ordinava al personale e ai collaboratori del Ministero che lavoravano nelle strutture di "porre fine immediatamente a ogni ulteriore discussione con la stampa, fino a nuove disposizioni, sulla guerra, sulle ricerche e su temi correlati." Il promemoria forniva un testo per istruire il personale a dire ai giornalisti, che volevano informazioni sulle conseguenze ambientali della guerra: "le previsioni sono speculative e in questo momento non permettono nessun ulteriore commento."

- Prove di una sofisticata campagna di relazioni pubbliche da parte di imprese private e gruppi stranieri per costruire il sostegno alla politica della Casa Bianca nel Golfo. Nell'agosto del 1990, Hill and Knowlton - un'agenzia di relazioni pubbliche il cui presidente e chief operatine officer per gli affari istituzionali a livello internazionale è Craig Fuller, che fu Capo di Gabinetto del vicepresidente di Bush dal 1985 al 1989 - fu incaricata dai rappresentanti del governo del Kuwait di aiutare a convincere gli americani della necessità dell'intervento militare statunitense. Il presidente di Hill and Knowlton e chief executive officer statunitense Robert Dilenschneider, affermò in un discorso che il compito dell'azienda era di "creare sostegno per il Presidente". Un modo di farlo, disse Dilenschneider, era quello di fornire ai media, che erano "controllati in modo molto efficace dal Dipartimento della Difesa, il genere di informazioni che avrebbe loro permesso di fare il proprio lavoro." Hill and Knowlton fu pagata più di 10 milioni di dollari per il suo impegno.

- Indizi che i funzionari dell'Amministrazione Bush agivano secondo motivazioni politiche, quando decisero di impedire ai media l'accesso alla base dell'aeronautica militare di Dover (Delaware), in occasione dell'arrivo delle bare che riportavano i soldati uccisi nella guerra del Golfo. Durante l'invasione di Panama nel 1989, due reti televisive e la CNN avevano mostrato le immagini dal vivo, a mezzo schermo, del Presidente Bush che scherzava con i giornalisti prima della conferenza stampa in occasione dell'arrivo a Dover dei corpi dei soldati statunitensi uccisi negli scontri. In una conferenza successiva il Presidente disse che le immagini mostrate lo avevano fatto sembrare senza cuore e avevano provocato lettere di critica alla Casa Bianca.

 

FALKLANDS: UN MODELLO

L'attuale sistema di restrizioni ai media e di controllo dell'informazione è l'ultima delle raffinatezze di una politica del Pentagono e della Casa Bianca che si sta evolvendo da oltre 25 anni.

La guerra del Vietnam ha dato lo slancio allo sviluppo del sistema. Molti ufficiali militari erano convinti che gli Stati Uniti avessero perso la guerra a causa della copertura stampa negativa che aveva portato i cittadini degli Usa a schierarsi contro il conflitto. Alla fine degli anni Settanta, i funzionari del Pentagono iniziarono a studiare un modello nuovo di rapportarsi con la stampa. Lo trovarono in Gran Bretagna, dove il governo Thatcher aveva sottoposto i media a un controllo molto stretto durante la guerra con l'Argentina nel 1982, nelle Falklands. Il fatto che il Pentagono fosse interessato a quel modello di controllo della stampa era inquietante, poiché la Gran Bretagna attua ancora quelle limitazioni nei confronti della stampa, che portarono i Padri Fondatori ad adottare il Primo Emendamento a garanzia della libertà di stampa.

Un articolo scritto per una pubblicazione del College della Marina Militare statunitense sottolineava le lezioni che il Pentagono poteva prendere dal modello Falklands. Per mantenere il sostegno pubblico alla guerra, diceva l'articolo, un governo dovrebbe sterilizzare l'immagine visiva della guerra; controllare l'accesso dei media ai teatri di guerra; censurare le immagini che possono turbare i lettori o gli spettatori; escludere i giornalisti che non vogliano scrivere articoli favorevoli. Durante i conflitti successivi, il Pentagono impiegò queste tecniche con gradi diversi.

 

GRENADA: LA PRIMA OCCASIONE

L'invasione di Grenada nel 1983 offrì al Pentagono la prima occasione di provare queste tecniche di gestione dell'informazione. Il personale del Pentagono, con la conoscenza e l'approvazione della Casa Bianca, tenne lontani i giornalisti durante i primi due giorni di conflitto. I giornalisti che cercarono di raggiungere l'isola via mare furono trattenuti dai militari statunitensi e tenuti in isolamento. I giornalisti che cercarono di arrivare in aereo furono "affiancati" da un jet della Marina e costretti a rientrare per paura di essere abbattuti. Quasi tutte le informazioni che gli americani ricevettero durante i primi due giorni provenivano da fonti governative. Il personale della Casa Bianca e del Pentagono affermava che il conflitto aveva avuto un enorme successo e, dalle parole del Segretario della Difesa Caspar Weinberger, "condotto in modo estremamente abile".

Nella realtà l'operazione era stata pianificata in gran fretta e i primi giorni di conflitto erano stati quasi un disastro per le truppe statunitensi e un potenziale motivo d'imbarazzo per i vertici del Pentagono. Per esempio, gli ufficiali militari non conoscevano l'ubicazione di molti degli studenti di medicina statunitensi che ci si aspettava che salvassero; le truppe statunitensi erano confuse riguardo alla vera identità del nemico ed erano in possesso di cartine turistiche invece di mappe strategiche militari. Più di una dozzina di persone innocenti furono uccise quando le forze statunitensi accidentalmente bombardarono un ospedale psichiatrico dopo averlo scambiato per una installazione militare.

 

PANAMA: LIMITAZIONI POLITICHE

Prove indicano che a Panama molte limitazioni ai media erano dettate da ragioni politiche. Per esempio, il Segretario alla Difesa Richard B. Cheney decise di assicurarsi che il gruppo di media del Dipartimento della Difesa arrivasse troppo tardi per coprire le prime ore dell'operazione "Just Cause", dopo che il Presidente Bush per due volte contestò le capacità dei membri del gruppo di mantenere la sicurezza operativa. Dopo il loro arrivo, i giornalisti furono trattenuti in una base statunitense per alcune ore, ascoltando una lezione sulla storia di Panama e guardando i servizi televisivi della CNN dal Pentagono per aggiornarsi sui progressi della guerra.

Durante i primi giorni i gruppi di giornalisti erano afflitti dalla scarsità dei trasporti e degli equipaggiamenti. La logistica dei campi di battaglia era talmente confusa che una aereo che portava giornalisti aveva rischiato di essere abbattuto dalle forze statunitensi.

Durante le conferenze stampa della Casa Bianca e del Pentagono sull'invasione, funzionari sviarono i giornalisti riguardo alle vittime statunitensi dovute al fuoco amico e ai lanci di paracadute da basse altitudini. Ufficiali militari nascosero deliberatamente che il controverso aereo Stealth, che Cheney aveva elogiato per la sua "precisione millimetrica", durante l'invasione aveva in realtà mancato tutti i suoi bersagli da poco più di cento metri.

 

ALCUNE RESPONSABILITÀ DEI MEDIA

I media sono in parte responsabili dell'incremento delle limitazioni sulla copertura degli avvenimenti in tempo di guerra. Nonostante i giornalisti si siano lamentati per anni delle restrizioni, non hanno mai manifestato una reale opposizione e spesso si sono lasciati cooptare dal Pentagono e dalla Casa Bianca.

Per esempio, sebbene la stampa si lamentasse di essere stata confinata all'interno dei pool durante la guerra del Golfo, i giornalisti si scontravano tra loro per esservi inclusi e segnalavano i colleghi che cercavano di lavorare fuori di questo sistema. I giornalisti non hanno presentato nessuna alternativa che prevedesse risposte articolate alle preoccupazioni degli ufficiali militari circa la sicurezza operativa e delle truppe.

I media hanno fallito anche nel dare un contribuito sufficiente al dibattito pubblico sulle questioni di politica estera che avevano portato al coinvolgimento degli Stati Uniti all'estero. Ad esempio dopo l'inizio dell'operazione "Desert Shield" nell'agosto del 1990, pochi media informarono regolarmente sui fattori politici, economici e storici che stavano influenzando la politica degli Stati Uniti verso l'Iraq e il Kuwait. Queste informazioni, se fornite per tempo, avrebbero potuto avere un effetto importante sull'opinione pubblica e accedere un ampio dibattito nel Congresso sull'intervento militare Usa. Invece di sviluppare un rapporto con il Pentagono rispettoso ma antagonista, molti membri della stampa si sono resi dipendenti dai militari per le immagini e le informazioni. Per esempio, sebbene i giornalisti fossero fisicamente ostacolati nell'osservare e filmare gran parte dei combattimenti durante l'invasione di Grenada e Panama, le reti televisive mostravano ore di drammatiche - e a volte ingannevoli - sequenze del Dipartimento della Difesa. Un situazione simile si sviluppò nel Golfo, dove le sequenze più emozionanti durante la guerra aerea erano i video del Pentagono, accuratamente selezionati, sulle bombe di precisione che distruggevano i loro bersagli.

Alcuni giornalisti ritengono che la mancanza di iniziativa da parte di molti inviati che seguivano la guerra del Golfo sia stato l'unico grande fallimento dei media e danneggerà i tentativi futuri per ridefinire i rapporti tra Pentagono e stampa.

La triste verità è che mentre da una parte i giornalisti e i commentatori si lamentavano delle limitazioni sui media, alla fine molti di loro hanno presentato esattamente i dati e le immagini che la Casa Bianca e il Dipartimento della Difesa volevano che la stampa passasse ai cittadini degli Stati Uniti.

(Trad. di D. Avolio)

(1 luglio 2002)

 

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* Jacqueline E. Sharkley  è docente di giornalismo presso l'Università dell'Arizona e autrice del libro

“Under Fire - U.S. Military Restrictions on the Media from Grenada to the Persian Gulf”, di cui questo articolo è una sintesi.

 

 


 

a conferma si ribadisce:

All’indomani dell’11 settembre la Casa Bianca interviene per reprimere la messa in onda di un video di Suliman Abu Graith, portavoce di Osama bin Laden. La motivazione ufficiale è: “Questi messaggi potrebbero contenere comunicazioni in codice per altri terroristi”

A ottobre 2001 dopo forti pressioni da parte del Governo, la CNN comunica che si autocensurerà, richiedendo al Governo una autorizzazione specifica prima di mandare in onda programmi che abbiano una qualche attinenza con gli attentati

In Gran Bretagna Tony Blair strapazza il direttore della BBC per un servizio su un suo prossimo viaggio in Pakistan

4 ottobre 2001 Bush rimprovera il Washington Post per aver diramato la notizia che i servizi segreti avrebbero avvisato i dirigenti della Casa Bianca di attentati certi al 100%

1° nov.2001, ATALANTA: ordine di servizio di Walter Isaacson, presidente della Cnn:

 “Non calcate l'attenzione sulle vittime civili in Afganistan e bilanciate ogni immagine di città devastate ricordando le responsabilità dei Taliban. Loro stanno proteggendo Osama Bin Laden e questo è considerato il responsabile degli attacchi dell'11 settembre a New York e Washington. Ricordate anche che i Taliban si fanno scudo con civili”.

Diramato a tutti i corrispondenti, l'ordine di servizio sottolineava che:

«è sbagliato focalizzare l'attenzione sulle vittime e sulle sofferenze dell'Afganistan».

Nella settimana precedente l’attacco (9 ottobre) Bush sceglie 8 tra i 535 deputati e senatori come consulenti che avranno accesso alla verità dei dati sulla guerra imminente

 

Quanto all’Italia:

Libertà di stampa? Solo di notte e per la CNN

vedi http://www.cnn.com/2001/WORLD/europe/11/10/gen.rome.rallies/index.html

Ore 2.20 di domenica 11 novembre: CNN

Il sentimento anti-guerra giganteggia su quello pro-Usa a Roma; le persone in piazza per protestare contro la guerra in Afganistan hanno largamente superato quelle aderenti alla contemporanea manifestazione guidata dal Primo Ministro Berlusconi. Secondo la polizia 100.000 oppositori della guerra contro l’Afganistan hanno gridato il loro “no alla guerra”, sventolando bandiere comuniste e cartelli anti-Nato vicino alla stazione centrale di Roma. Di contro, erano 40.000 le persone in Piazza del Popolo a manifestare solidarietà a Berlusconi e alla scelta della guerra, sempre secondo le stime della polizia.

Ore 7.00 domenica 11 novembre: RAI

L’agenzia AP riporta la stima della polizia sulla manifestazione di Silvio Berlusconi in Piazza del Popolo di sabato 10 novembre: una folla di 100.000 persone. Contemporaneamente un corteo di pacifisti ha sfilato per le strade della capitale. A opporre il loro no alla guerra erano circa 20.000 persone (sempre AP, e sempre le stime della polizia secondo lei).