i due eccidi dei prigionieri di Kunduz

(470 a Kalai Janghi e 5.000 a Kalai Zeini )

 

Nell'ambito della sua offensiva contro il terrorismo e contro l'«asse del male» il presidente americano si prepara a lanciare il suo esercito all'assalto dell'Iraq. George W. Bush vuole che gli Stati uniti regolino da soli l'ordine, o piuttosto il disordine, mondiale. Si sta affermando così sulla scena internazionale un nuovo impero, non senza suscitare un ampio dibattito nella stessa società americana. Eppure, a quasi un anno di distanza dal suo intervento in Afghanistan, Washington non è in grado di riportare stabilità in quel paese. I signori della guerra si combattono tra loro e si contendono le spoglie di un paese privo di ogni sostanza. La continuazione degli scontri ravviva ulteriormente i sentimenti ostili della popolazione, tanto più che numerosi crimini di guerra sono stati commessi dai mujaheddin con la complicità tacita o aperta dei militari americani.

Jamie Doran (*)  da “le Monde Diplomatique” del settembre 2002

 

Le ossa sono già sbiancate, come se fossero là da secoli. Eppure questi resti umani datano solo pochi mesi. Sono quanto rimane di alcune migliaia di uomini che contavano sulla tutela della convenzione di Ginevra, e invece sono morti in circostanze spaventose, alcuni per asfissia, altri vittime di esecuzioni sommarie.

In primo piano si distinguono nettamente i segni lasciati dai morsi dei cani randagi che di notte vagano per il deserto. Mascelle, costole, tibie, frammenti di scatole craniche costellano la sommità di questa duna artificiale, che si estende per una cinquantina di metri. Intorno si vedono anche brandelli di indumenti incartapecoriti, che però lasciano ancora vedere, a un esame più attento, etichette di città quali Karachi o Lahore. Dasht Leili, Afghanistan: qui giacciono i resti di oltre 3.000 uomini.

Alcuni sono arrivati già morti, soffocati nell'inferno di un viaggio in condizioni atroci. Altri, stesi tra i cadaveri dei compagni di prigionia, sono stati uccisi dalle raffiche mentre urlavano implorando pietà. Erano arrivati in questo paese maledetto per combattere gli infedeli, credendoli nemici del loro Dio: fanatici religiosi, pronti a sacrificare la vita per difendere la propria fede, venuti dal Pakistan, dalla Cecenia, dall'Uzbekistan e da altri paesi arabi.

L'Afghanistan è un'area chiave del sogno panislamico. Durante il regime dei taliban, questo paese devastato da decenni di conflitti esterni e di guerre civili era diventato la Mecca di tutti quei fondamentalisti che credevano nella lettera del Corano.

La loro singolare interpretazione della parola di Dio era nota in tutto il mondo grazie alle riprese clandestine dell'esecuzione di alcune donne, avvenuta a Kabul, nel vasto stadio della squadra nazionale di calcio. Avvolte come d'obbligo nei loro burqa, erano state giustiziate per «crimini» che l’Occidente valuta in tutt’altro modo. E dire che sotto i taliban questo paese era diventato uno dei maggiori produttori di eroina del mondo...

1) la capitolazione di Mazar-e-Sharif

Nel novembre 2001 i soldati dell'Alleanza del Nord avevano riconquistato la città di Mazar-e-Sharif, in posizione strategica a 50 minuti di auto dalla riva del fiume Amudarja che segna il confine con l’Uzbekistan. Nella battaglia di Mazar, rivelatasi la più decisiva della guerra afghana, la figura centrale era stata quella del generale Abdul Rashid Dostum, brillante stratega, il più temuto tra i signori della guerra dell'Afghanistan e attuale vice-ministro della difesa. Compiendo un salto indietro di vari secoli, Dostum si era lanciato all'assalto delle montagne a ovest di Mazar con mille uomini a cavallo contro le postazioni di artiglieria pesante dei taliban. «Non se lo aspettavano - ha poi spiegato - Se avessi impegnato la fanteria, ci avrebbero fatti a pezzi a cannonate. Mentre gli uomini a cavallo sono stati tanto veloci da riuscire a penetrare nel perimetro di fuoco dell'artiglieria pesante. E i taliban sono fuggiti». Più di trecento cavalieri hanno perso la vita nel corso di questo attacco, ma il tracollo dei taliban era ormai iniziato. Alcuni aerei americani avevano attaccato le postazioni avanzate del nemico nella battaglia per Mazar e Dostum confermerà che un gruppo di soldati americani era impegnato a terra al suo fianco.

Due settimane prima, Mamoor Hassan, bracciodestro di Dostum, mi aveva informato in via riservata che entro otto ore dall'ingresso delle truppe di Dostum a Mazar sarebbe scattato l'assalto finale dell'Alleanza del Nord. Gli eventi si svolsero come da programma, ma le dimensioni e la rapidità del tracollo dei taliban colsero tutti di sorpresa.

2) la fuga a Koduz dove 15.000 tra taliban e loro sostenitori restano intrappolati

Kabul cadde praticamente senza colpo ferire: i taliban fuggivano da Kokcha, a nord-est, e da Taloqan e Mazar verso sud, in direzione di Kunduz. Circa 15.000 uomini, tra cui molti venuti da altri paesi per combattere a fianco dei taliban, si troveranno intrappolati in questa città, presa d'assedio dagli effettivi due volte più numerosi dell'Alleanza del Nord. Alcuni riuscirono a fuggire attraverso uno stretto corridoio verso sud; molti passarono dall'altra parte, al nemico, pur di salvare la pelle (un fenomeno molto comune nella guerra afgana).

Quanto a quelli rimasti, la loro sorte era nelle mani dei negoziatori.

Al centro delle trattative si trovava Amir Jhan, altro signore della guerra, che godeva della fiducia generale. «I comandanti di Kunduz erano tutti miei commilitoni e amici: alcuni anni fa avevamo combattuto fianco a fianco. Perciò mi fu chiesto di mettermi in collegamento con i capi dell'Alleanza del Nord, per porre fine a tutto con un negoziato piuttosto che con le armi. Alcuni di quei comandanti hanno convinto quelli di al Qaeda e vari gruppi di stranieri ad arruolarsi nelle nostre file».

La prima proposta di accordo con l'Alleanza del Nord prevedeva che i comandanti taliban consegnassero le armi alle Nazioni Unite o a qualsiasi altra forza internazionale, in cambio di alcune garanzie.

«Ero presente quando i mullah (taliban) Faisal e Nori arrivarono insieme con altri a Kalai Janghi per incontrare i generali Dostum, Maqaq e Atta. C'erano anche alcuni americani e qualche inglese. Si è deciso che se avessero consegnato le armi, i combattenti afghani di Kunduz avrebbero potuto far ritorno alle loro case, mentre quelli di al Qaeda e gli stranieri sarebbero stati consegnati alle Nazioni unite». L'immensa fortezza di Kalai Janghi, nei dintorni di Mazar, adottata come quartier generale prima dai taliban e poi da Dostum, sarà al centro dei successivi eventi.

3) arrivo di Donald Rumsfeld e condizionamento dei negoziati

Mentre già si stava discutendo l'accordo intervenne il segretario alla difesa americano, Donald Rumsfeld.

Lo preoccupava l'idea che la fine negoziata dell'assedio potesse consentire ai combattenti stranieri di andarsene liberamente. «Sarebbe sommamente deplorevole che gli stranieri in Afghanistan - quelli di al Qaeda, i ceceni e gli altri che hanno collaborato con i taliban - fossero rilasciati, con la possibilità di recarsi in un altro paese per commettere altri atti terroristici». È stata più volte citata un'altra sua frase, pronunciata poco dopo: «Mi auguro che siano uccisi o catturati. Si tratta di persone che hanno commesso azioni terrificanti».

I comandanti dell'Alleanza del Nord non potevano permettersi di ignorare le dichiarazioni del loro principale alleato e finanziatore, e d'altra parte non erano particolarmente motivati per contestarle. La vendetta, che qui si chiama «Intiqaam», è come uno sport nazionale in Afghanistan. C'era nell'aria la sensazione di un massacro imminente. La città era come investita una ventata sanguinaria. Amir Jhan, consapevole dell'estrema gravità del momento, correva instancabilmente da un comando all'altro nel tentativo di fermare quello che ormai appariva come un epilogo inevitabile.

4) internamento dei 470 non afgani nella fortezza di Kalai Janghi. La rivolta e il massacro.

Il 21 novembre si arrivò a un accordo: tutte le forze taliban si sarebbero arrese all'Alleanza del Nord contro la promessa di avere salva la vita. Circa 470 taliban provenienti da altri paesi (alcuni dei quali sospettati di appartenere ad al Qaeda) saranno portati a e rinchiusi nei tunnel sotterranei di quell'immensa fortezza. Il 25 novembre 2001, due agenti della Cia arrivano sul posto per procedere agli interrogatori individuali. Nel frattempo scoppia una rivolta: alcuni taliban colgono di sorpresa le guardie, si impossessano delle loro armi e aprono il fuoco, uccidendo nel giro di pochi minuti l'agente della Cia Johnny «Mike» Spann e una trentina di soldati dell'Alleanza del Nord.

Segue uno scontro a fuoco, che si intensifica quando i taliban riescono a mettere le mani sul deposito d'armi del fortino che si trova - per quanto ciò possa sembrare assurdo - poco lontano dal luogo in cui erano rinchiusi i prigionieri. Le forze speciali di terra Usa chiedono un intervento aereo, mentre i britannici della Sas passano al contrattacco. Al terzo giorno di combattimenti, nella fortezza non c'è più un solo taliban in vita: una circostanza insolita, dato che al termine di qualsiasi operazione militare rimane sempre sul terreno qualche superstite, sia pure gravemente ferito. Gli eventi di Kalai Janghi monopolizzano l'attenzione dei giornalisti occidentali, richiamati in massa dalla resa di Kunduz. Da un complesso vicino relativamente al sicuro, o anche da postazioni più distanti, inviano servizi dai toni sensazionalisti, tanto più che tra gli 86 uomini rimasti nei tunnel sotterranei di Kalai Janghi si scopre un taliban americano, John Walker Lindh.

5) Ma gli altri 8.000 taleban presenti a Kunduz che fine hanno fatto?

Sembra incredibile che in quel momento nessuno abbia avuto l'idea di chiedersi quale fosse stata la sorte degli altri soldati sconfitti a Kunduz. Soltanto dopo la proiezione di alcuni spezzoni del nostro documentario davanti al parlamento europeo di Strasburgo si sono levati appelli per un'inchiesta internazionale indipendente sulla sorte di quelle migliaia di uomini. La loro fine lascerà sull'Alleanza del Nord, sui media occidentali, sull'Onu, sul governo Usa e sui militari americani un'ombra che non potrà scomparire mai più. In un'altra fortezza, mai citata dagli organi di informazione occidentale, avrà inizio la strage di circa 3.000 prigionieri.

Ascoltiamo di nuovo Amir Jhan, che aveva preso parte ai negoziati per la resa: «Li avevo contati uno per uno: erano in 8.000. Invece ne rimanevano 3.015. Ma tra questi 3.015 c'erano anche molti pashtun locali, di Kunduz o delle città vicine, non compresi nel conto dei prigionieri che si erano consegnati. E gli altri, che fine avevano fatto?» La risposta a questa domanda si trova, almeno in parte, sotto quella duna lunga cinquanta metri, nel deserto di Dasht Leili.

Il conto è semplice: più di 5.000 uomini mancano all'appello. Qualcuno sarà riuscito a fuggire; qualche altro potrebbe aver ottenuto la libertà in cambio di denaro, e molti sono stati forse venduti ai servizi di sicurezza dei rispettivi paesi, per subire un destino forse peggiore della morte. Ma in maggioranza quei prigionieri, secondo vari testimoni oculari che abbiamo potuto ascoltare durante i sei mesi della nostra inchiesta, sono lì, sepolti sotto la sabbia. Nessuno dei testimoni che abbiamo interrogato ha ricevuto un soldo da noi, e tutti rischiano grosso per aver accettato di collaborare al nostro film.


 

6) in 5.000 nella fortezza di per lo smistamento per Guantanamo (Cuba)

La tragedia inizia nella fortezza di Kalai Zeini, sulla via che conduce da Mazar a Shiberghan. Questa costruzione, immensa anche a confronto di altre enormi costruzioni afghane, è stata il campo di transito delle migliaia di uomini catturati a Kunduz. Ufficialmente si trattava di trasferire i prigionieri al carcere di Shiberghan, dove sarebbero stati detenuti in attesa di essere interrogati dagli esperti americani, che dovevano selezionare quelli da trasferire a Guantanamo (Cuba).

7) a Kalai Zeini vengono stipati in container metallici

A Kalai Zeini, i prigionieri ricevono l'ordine di sedersi per terra in un vasto campo recintato. Poco dopo arriva un convoglio di camion carichi di container metallici. I prigionieri sono costretti ad avanzare in fila indiana per andare a stiparsi nei container. Ecco il racconto di un ufficiale dell'Alleanza del Nord, che ha accettato di parlare a condizione di mantenere l'anonimato: «Noi eravamo responsabili della consegna dei prigionieri, e per il tratto da Zeini a Shiberghan abbiamo caricato 25 container. In ciascuno ne abbiamo fatti entrare circa 200» .

Schiacciati come sardine in quegli scatoloni metallici senz'aria, nel buio pesto e a una temperatura di oltre 30°, i taliban gridano implorando clemenza. La risposta non tarda ad arrivare, come conferma un altro militare afghano: «Ho sparato sui container per praticare qualche foro per l'aria, e ci sono stati dei morti». Domanda: «Dunque, lei ha sparato per forare i container. Chi le ha dato quest'ordine?» Risposta: «Ce lo hanno ordinato i comandanti».

Ma dietro la sincerità di quest'uomo è facile intuire un'estrema crudeltà. Abbiamo potuto constatare che molti dei fori da pallottole si trovavano nella parte bassa o media dei container e non più in alto, come sarebbe stato logico se davvero l'intenzione fosse stata quella di far respirare i prigionieri.

Un tassista locale si era fermato a uno dei distributori di carburante improvvisati che costellano le strade principali: «Il giorno in cui i prigionieri sono stati trasportati da Kalai Zeini a Shiberghan, mi ero fermato per fare il pieno. Sentivo un odore strano, e ne chiesi la causa all'addetto. "Voltati e guarda", mi disse. C'erano tre camion con sopra dei container. E da lì scorrevano rivoli di sangue. Mi si drizzarono i capelli per l'orrore. Volevo andarmene, ma non potevo muovermi perché uno dei camion [che sbarrava la strada] aveva un guasto; così sono stato costretto ad aspettare che lo togliessero di mezzo». L'indomani, mentre si trovava davanti alla sua abitazione a Shiberghan, fu colpito da uno spettacolo non meno orrendo: «Ho visto passare altri tre camion carichi di contenitori dai quali colava sangue».

8) arrivano nel carcere di Shiberghan quasi tutti morti soffocati

Non tutti i container sigillati avevano beneficiato dei «fori di areazione». In alcuni, lasciati ermeticamente chiusi per quattro o cinque giorni, i prigionieri erano morti asfissiati. Quando infine furono aperti, di loro non rimaneva altro che un ammasso di corpi in decomposizione, urina, feci, vomito e sangue.

Chiunque entri nel carcere di Shiberghan non può fare a meno di chiedersi chi mai abbia potuto pensare di stipare in questa struttura, prevista per un massimo di 500 detenuti, un numero di prigionieri quindici volte maggiore. È stato veramente un caso se la maggior parte di quelli che avrebbero dovuto rimanere qui non sono mai arrivati? I container, con il loro carico di carne macellata, si fermarono in fila davanti all'edificio. Uno dei soldati che li avevano scortati era presente quando i comandanti del carcere ricevettero l'ordine di far sparire al più presto le prove di quanto era accaduto: «La maggior parte dei container erano forati dalle pallottole. In ciascuno erano stati rinchiusi circa 150 o 160 uomini. Erano morti quasi tutti, tranne qualcuno che respirava ancora. Gli americani hanno dato ordine a quelli di Shiberghan di portarli lontano da lì prima che venissero filmati dal satellite».

Questa accusa di coinvolgimento americano sarà cruciale per ogni inchiesta futura. Il diritto internazionale in materia - come del resto le leggi nazionali e le leggi di guerra - riposa in larga misura sull'accertamento della catena gerarchica degli ordini che hanno portato a commettere il crimine. In altri termini, si tratterà di sapere chi fosse alla testa dei responsabili di quanto è accaduto a Shiberghan.

9) i superstiti, feriti o svenuti, vengono portati nel deserto a 4 km, a Dasht Leili e lì finiti

Abbiamo individuato due dei camionisti, provenienti da regioni diverse: l'uno e l'altro, separatamente e in giorni diversi, ci hanno accompagnati nello stesso punto del deserto. Erano visibilmente scossi per aver partecipato in prima persona a questi fatti, e i loro resoconti del percorso da Kalai Zeini a Shiberghan e quindi a Dasht Leili sono agghiaccianti: 1° camionista: «C'erano circa 25 container. I prigionieri stavano malissimo perché lì dentro non potevano respirare; perciò hanno sparato sulle pareti. Molti di loro sono morti. A Shiberghan hanno scaricato quelli che davano chiaramente segni di vita. Ma c'erano parecchi taliban feriti e altri erano svenuti per la debolezza. Quelli, li abbiamo portati in un posto chiamato Dasht Leili, dove li hanno finiti a colpi d'arma da fuoco. Sono tornato qui tre volte, e a ogni viaggio ho trasportato 150 prigionieri. Urlavano e piangevano davanti alle armi spianate. Eravamo in dieci o quindici camionisti a fare lo stesso percorso».

Secondo camionista: «A Mazar mi hanno requisito il camion senza darmi un soldo. Hanno preso il mio camion e ci hanno caricato sopra un container, e io ho dovuto trasportare i prigionieri da Kalai Zeini a Shiberghan e poi a Dasht Leili, dove i soldati li hanno ammazzati.

Alcuni erano ancora vivi, feriti o svenuti. Li hanno portati qui, gli hanno legato le mani e gli hanno sparato. Ho fatto quattro viaggi andata e ritorno per trasportare i prigionieri. In tutto ne avrò portato circa 550 o 600».

Primo camionista: «Nel carcere di Shiberghan c'erano alcuni jumbish (afghani di origine uzbeka). Non ho visto americani qui a Dasht Leili, ma li avevo visti nel carcere: può darsi che fossero dentro i camion».

Secondo camionista, (interrogato sulla presenza degli americani): «Sì, erano con noi qui a Dasht Leili» «In quanti erano?» «In parecchi; saranno stati trenta o quaranta. Ci hanno scortati le prime due volte; poi, nei due viaggi successivi, non li ho più visti».

10) la fossa comune a Dasht Leili

A distanza di mesi, le tracce dei bulldozer sono ancora visibili sul luogo della strage, a Dasht Leili. I cadaveri erano stati gettati in una fossa e nascosti sotto tonnellate di sabbia. Secondo testimonianze oculari, i sopravvissuti al trasporto da Kalai Zeini al carcere di Shiberghan hanno subìto, per mano dei militari americani, una sorte non molto migliore di quella dei loro compagni d'armi sepolti sotto la sabbia. Un soldato afghano afferma di aver visto un militare americano uccidere un prigioniero: «Quando ero in servizio a Shiberghan, ho visto un soldato americano spezzare il collo a un prigioniero» Ma ha anche proseguito: «Altre volte gli rovesciavano addosso dell'acido o qualcosa del genere. Gli americani facevano quello che volevano, noi non avevamo nessun potere per impedirglielo ... Tutto era sotto il controllo del comandante americano».

Un generale dell'Alleanza del Nord, pure di stanza a Shiberghan in quei giorni, ha dichiarato: «Li ho visti con i miei occhi colpirli a pugnalate nelle gambe, tagliargli la barba e i capelli, mozzargli la lingua. A volte pareva che lo facessero solo per divertirsi. Portavano fuori un prigioniero, lo pestavano a volontà e poi lo ributtavano in cella. Ma a volte non li riportavano dentro. A volte i prigionieri scomparivano».

Tutte le persone intervistate nel nostro film si sono dichiarate disponibili a deporre davanti a qualsiasi istanza internazionale o Tribunale che persegua i crimini venuti alla luce grazie alla loro testimonianza; e se ne avranno l'occasione, sono anche pronte a identificare i militari americani coinvolti.

Dato il lungo tempo trascorso, sarà probabilmente difficile trovare le prove delle torture e degli omicidi perpetrati all'interno del carcere di Shiberghan. Ma a quattro chilometri da quella prigione c'è una fossa comune che contiene probabilmente i resti di migliaia di uomini uccisi. Se è vero che militari americani erano effettivamente coinvolti, o sono stati anzi all'origine della catena di comando che ha portato all'ordine di eliminare questi prigionieri, come affermano numerose testimonianze, o se hanno assistito senza intervenire all'esecuzione sommaria di centinaia di uomini, devono rispondere di crimini di guerra.

Il massacro di My Lai, nel 1968, per il quale il tenente William Calley è stato giudicato da una corte marziale, può sembrare roba d'altri tempi; può darsi che per molti aspetti, da allora il mondo sia cambiato. Ma i capisaldi del diritto e della giustizia sono ancora gli stessi. E chi è innocente non dovrebbe temere che la verità venga a galla.

 

 

note:

 

* Jamie Doran  è autore e produttore televisivo, ha lavorato per la Bbc realizzando numerosi documentari su temi quali i desaparecidos del Cile o il regime politico della Birmania; un suo cortometraggio su Stanley Kubrik è intitolato: «2001, The Making of a Myth» («2001: La fabbricazione di un mito»). Attualmente sta portando a termine un documentario dal titolo: Massacro a Mazar, che dovrebbe essere disponibile a metà ottobre.

 


 

impegno della Sinistra Unitaria Europea

per un’inchiesta sui prigionieri di Kunduz

Laurence Jourdan

 

«Le testimonianze e gli indizi contenuti nel documentario di Jamie Doran sono sufficienti a legittimare l'apertura di un'inchiesta internazionale sulle stragi commesse nella regione di Mazar-e-Sharif». Andy McEntee, già presidente di Amnesty International, è venuto ad assistere alla proiezione di 20 minuti di pellicola in fase di pre-montaggio, presentata dal regista inglese al parlamento europeo di Strasburgo il 12 giugno 2002, per ottenere l'apertura di un'inchiesta sulle accuse di massacri e torture a carico dei combattenti afghani dell'Alleanza del Nord e di alcuni militari americani. Al termine di quest'incontro promosso dal Gruppo della sinistra unitaria europea, il suo presidente, Francis Wurtz, ha suggerito di «chiedere, a nome del Parlamento europeo, al Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) e all'Onu di organizzare una missione per svolgere indagini e assicurare la sorveglianza del sito». E alla fine, il 5 settembre scorso, la richiesta di Wurtz è stata accolta: con 475 voti a favore, 2 contrari e 11 astenuti, il parlamento di Strasburgo ha chiesto ufficialmente l'istituzione di una commissione d'inchiesta dell'Onu sui massacri. Un risultato che arriva dopo varie traversie e la cui concreta realizzazione si scontrerà probabilmente con diversi ostacoli. Il portavoce della Cicr, Kim Gordon-Bates, da noi interpellato in proposito, ha infatti precisato che in data 8 luglio la Cicr ha escluso di poter partecipare a un'inchiesta del genere: «Il nostro mandato primario è assistere le vittime di guerra, i superstiti e le famiglie degli scomparsi. Temiamo che una nostra partecipazione a un'inchiesta incida negativamente sulla possibilità della Cicr di avere accesso a queste persone».

Dal canto loro, le Nazioni unite confermano che in nome delle regole di riservatezza e di neutralità alle quali deve attenersi, il Cicr si trova nell'impossibilità di testimoniare davanti a un Tribunale.

Poiché Francis Wurtz non ha ottenuto una risposta neppure da Mary Robinson, dell'Alto Commissariato ai Diritti umani, abbiamo interrogato in proposito l'Onu di Ginevra: «Non ci dovrebbe essere amnistia per i crimini di guerra e contro l'umanità (...). Le indagini su questi crimini sono anzitutto di competenza dello stato interessato. Noi non abbiamo dubbi sulla sincerità dello stato afghano nel rispondere delle violazioni commesse in passato». Non una parola sull'altro Stato interessato: l'America ....

L'Ong americana Physicians for Human Rights (Phr - Medici per i diritti umani), che ha avuto sentore dei massacri del gennaio 2002 mentre procedeva a un'ispezione sulle condizioni di detenzione nel carcere di Shiberghan, ha pubblicato nel maggio scorso un Rapporto preliminare sui presunti massacri nella regione di Mazar-e-Sharif, facendo appello alla comunità internazionale e alle autorità afghane perché assicurassero la sorveglianza dei luoghi ove sono stati commessi questi crimini.

John Heffernan, coautore del suddetto rapporto, afferma: «Abbiamo inviato lettere a Hamid Karzai e a Donald Rumsfeld, chiedendo che i luoghi dei massacri venissero posti sotto sorveglianza, ma senza alcun esito». Altri tentativi effettuati presso i governi americano e britannico non hanno dato risultati migliori in termini di garanzie.

L'Onu, dal canto suo, attesta che «i siti sono regolarmente sorvegliati per proteggere le prove, in attesa che gli organi giudiziari transitori prendano decisioni nel senso di un'inchiesta sui crimini, di una commissione per l'accertamento della verità o di entrambe».

In seguito alla pubblicazione del rapporto Phr, nel maggio 2002 gli inquirenti delle Nazioni unite hanno proceduto all'esumazione di 15 salme nel deserto di Dasht Leili, (luogo del presunto massacro) concludendo, dopo aver effettuato tre autopsie, che le vittime erano «morte per asfissia». L'11 luglio, in seguito a voci sul degrado del sito, un'équipe Phr si è nuovamente recata sul posto per constatare che i fenomeni di degrado «erano dovuti a cause naturali (quali il vento, gli avvoltoi o altri animali) e che i resti umani rimanevano visibili».

Andy McEntee si meraviglia che gli americani non abbiano aperto un'inchiesta, come avevano fatto nel caso del bombardamento che nella notte tra il 30 giugno e il 1° luglio scorso aveva fatto 48 morti e 118 feriti nel villaggio di Kakrakai, dove si stava celebrando un matrimonio. Secondo Marc Herold, docente associato all'università di New Hampshire, il numero dei civili uccisi a tutt'oggi oscillerebbe tra 2.650 e 2.970 (1).

Non solo il Pentagono ha rifiutato di aprire quest'inchiesta, ma ha ufficialmente smentito le accuse dei testimoni che compaiono nel film di Jamie Doran: «Le affermazioni erano state fatte quando vennero trovate le fosse comuni, in vicinanza del carcere di Mazar-i-Sharif, in febbraio ... Le abbiamo esaminate e non abbiamo trovato alcuna prova che militari americani avessero partecipato a questo genere di atrocità o ne avessero conoscenza».

Physicians for Human Rights, pur riconoscendo di non avere prove del coinvolgimento americano in questi atti di ferocia, ricorda che la battaglia di Kunduz, conclusasi con la resa dei taliban, era stata condotta con la partecipazione degli Usa. E che di conseguenza l'America «non può sottrarsi a ogni responsabilità per quanto attiene al trattamento dei prigionieri». Anche se Washington insiste nel sostenere che in base alla Convenzione di Ginevra, i prigionieri taliban e i membri di al Qaeda non possono beneficiare dello status di prigionieri di guerra.

Dopo aver affermato che «non tutto si può fare in nome dell'antiterrorismo», la sinistra europea, nell'intento di «impedire l'insabbiamento delle informazioni e ottenere elementi di chiarimento per preconizzare l'apertura di un'inchiesta», ha deciso di inviare in Afghanistan in settembre una delegazione di cinque parlamentari di diversi gruppi politici. Francis Wurtz si augura che i membri del Congresso americano si associno alla richiesta di un'indagine sulla vicenda.

La questione del coinvolgimento di militari americani è stata ripresa dalla stampa europea, ed è stata sollevata dal settimanale Newsweek, che tuttavia ci tiene a precisare che non vi sono prove che consentano di porre sotto accusa la partecipazione di soldati Usa a quel che si può indicare come un «crimine di guerra». D'altra parte il settimanale (26 Agosto 2002) riferisce dell'esistenza di un rapporto confidenziale dell'Onu secondo il quale i fatti rivelati sarebbero sufficienti a «giustificare l'apertura di un procedimento penale ufficiale».

Ci sono voluti quattro anni perché l'Onu presentasse un rapporto ufficiale sulle circostanze della caduta dell'enclave di Srebrenica (Bosnia), nel luglio 1995, e sui successivi massacri. La comunità internazionale saprà essere più tempestiva nel caso di Mazar-i-Sharif?

 

 

(1) Leggere in proposito The Guardian, Londra, 8 agosto 2002. Per altre notizie si veda il suo sito: http:/www.pubpages.unh.edu/~mwherold.


 

rapporto di Human Rights Watch del 6 ottobre 2001

sui gruppi che costituiranno poi la “Alleanza del Nord”

 

Durante tutto il periodo della guerra civile in Afghanistan, le maggiori formazioni dei due opposti schieramenti  si sono ripetutamente macchiate di violazioni dei diritti umani e delle norme umanitarie internazionali, fra cui assassinî, indiscriminati bombardamenti aerei e d’artiglieria, aggressioni dirette contro la popolazione civile, esecuzioni sommarie, volenze carnali, persecuzioni  su base  etnica o religiosa, reclutamento e impiego  di bambini nelle operazioni di combattimento, uso di bombe antiuomo.  Molte di queste violazioni  risultano essere  state «molto frequenti o sistematiche», un criterio che basta a connotarle come crimini contro l’umanità. 

Le violazioni commesse da gruppi del Fronte Unito possono raggrupparsi in tre periodi:

a) 1992-1996 fra la caduta del regime di Najibullah nel 1992 e  la conquista di Kabul da parte dei Taliban nel 1996

b) 1996-1998, quando le forze del Fronte Unito controllavano gran parte delle regioni settentrionali

c) successivamente quando, in seguito a una serie di rovesci militari, le unità superstiti del Fronte Unito sono state respinte su  posizioni puramente difensive nelle zone nordorientali e centrali dell’Afghanistan.

In ogni caso, anche nelle aree temporaneamente  occupate, vi sono state segnalazioni di: esecuzioni sommarie, incendio di abitazioni civili e saccheggi, diretti contro  l’etnia Pashtun e contro chiunque fosse sospettato di  sostenere i Taliban.  Ragazzi  di età inferiore ai 15 anni sono stati reclutati  come combattenti e usati nelle operazioni contro  le unità armate dei Taliban.

 

Le violazioni della legge intenazionale sui diritti umani commesse dalle varie fazioni  facenti parte del Fronte unito comprendono:

 

- fine 1999 - inizio 2000: fuggiaschi provenienti da villaggi appartenenti o vicini al distretto di Sangcharak hanno riferito di esecuzioni sommarie, incendi di abitazioni e sistematici saccheggi avvenuti nei  quattro mesi in cui quell’area era sotto il controllo del Fronte Unito. Un certo numero di esecuzioni erano state eseguite sotto gli occhi dei famigliari delle vittime. Le aggressioni  erano essenzialmente dirette contro persone di etnia Pashtun e, in alcuni casi, anche Tajik.

 

- 20-21 settembre 1998 : numerosi razzi d’artiglieria  furono lanciati contro i quartieri nord di Kabul ; uno  di loro colpì un affollato mercato notturno. Le vittime furono, secondo le diverse fonti, da 75 a 180. Gli attacchi  furono attribuiti alle forze di Massoud che a quel tempo erano attestate  a circa 25 miglia a nord di Kabul. Un portavoce del comandante del Fronte Unito, Ahmad Shah Massoud,  negò che si fossero prese di  mira  le popolazioni civili.  In un comunicato stampa del 23 settembre, il Comitato Internazionale della Croce Rossa definì l ‘attacco come indiscriminato,  e il più sanguinoso registrato a Kabul negli ultimi tre anni.

 

- Fine maggio 1997 : circa  3'000 soldati  Taliban fatti prigionieri  furono vittime di esecuzioni sommarie a Mazar-i Sharif e negli immediati dintorni, ad opera delle forze Junbish  agli ordini del Gen. Abdul Malik Pahlawan.  Queste uccisioni  furono immediatamente successive  alla rescissione di una breve alleanza con i Taliban e alla cattura dei combattenti  Taliban  che erano rimasti intrappolati nella città.  Un certo numero di soldati Taliban furono condotti nel deserto e  abbattuti, altri furono gettati  nei pozzi  e dilaniati  con bombe a mano.

 

- 5 gennaio 1997 :  alcuni aerei del Junbish (All. Del Nord) scaricarono  bombe anti-uomo su quartieri residenziali  di Kabul.Numerosi civili furono uccisi o feriti in seguito a questo attacco indiscriminato, nel quale furono anche  usate bombe di tipo convenzionale.

 

- Marzo 1995 : forze della fazione  guidata dal Comandante Massoud, il  Jamiat-i Islami, commisero violenze carnali e saccheggi dopo la cattura del quartiere di Karte Seh a Kabul, abitato prevelentemente da  gente di etnia Hazara.  A conferma, un  rapporto pubblicato nel 1996 dal Dipartimento di Stato americano sulle violazioni dei diritti umani affermava che  « le truppe di Massoud  si abbandonarono  a saccheggi sistematici e a violenze carnali sulle donne »

 

- 11 febbraio 1993: le forze del Jamiat-i Islami congiuntamente a quelle della fazione Ittihad-i Islami diretta da Abdul Rasul Sayyaf  (attuale All.del Nord) attuarono un’incursione nei quartieri orientali di Kabul, uccidendo, « facendo scomparire »  gente di etnia Hazara e violentando  su larga scala.  Il numero dei morti fu  valutato fra 70 e 100.

 

In aggiunta a quanto già elencato,  i vari gruppi che compongono il Fronte unito hanno commesso un gran numero di altre violazioni dei diritti umani  internazionalmente riconosciuti. Negli anni che precedettero  la presa del potere da parte dei Taliban, quei gruppi  si erano spartiti  gran parte del paese, continuando a battersi per il controllo di Kabul.  Soltanto nel 1994, circa  25.000 persone furono uccise  a Kabul, in gran parte  vittime civili degli attacchi  con razzi ed artiglieria. Un terzo della città fu ridotto in macerie, il resto subì danni enormi. Nella stessa Kabul, le forze del Jamiat-i Islami, dell’Ittihad e dell’Hizb-i Wahdat (tutte nell’attuale alleanza del nord) si macchiarono tutte indistintamente di  violenze carnali, esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, torture e « sparizioni ». A Bamiyan, i comandanti  dell’Hizb-i Wahdat  praticavano correntemente la tortura a scopo di estorsione.

 


 

Giuliana Sgrena

(da: il manifesto - 18 giugno 2002)

A Konduz, dopo una violenta battaglia, 5.000 combattenti - taleban, pakistani, ceceni e «arabi» - si erano arresi all'Alleanza del nord. 700-800 erano stati portati a Qala-i Janghi, la fortezza del signore della guerra di Mazar-i Sharif, generale Rashid Dostum, gli altri trasferiti in container, 300 per volta, nella famigerata prigione di Shebargan. Ma ne sarebbero arrivati solo 3.000. Gli altri sono finiti nelle fosse comuni. Nella fossa di Put Khorasan una missione delle Nazioni unite, composta da due medici forensi e un funzionario del Commissariato dell'Onu per i diritti umani e alcuni funzionari dell'Unama (la missione Onu per l'Afghanistan), all'inizio di maggio ha individuato quindici corpi, sepolti a un metro e mezzo di profondità, tre sono stati prelevati per l'autopsia. La fisionomia e i vestiti indicavano che erano tutti pashtun e la loro morte sarebbe avvenuta per soffocamento visto che non portavano segni di ferite o di traumi gravi, secondo quanto riferito dal portavoce dell'inviato speciale del segretario generale delle Nazioni unite Manoel de Almeida e Silva.

 

Tutti gli abitanti di Shebargan conoscono i segreti sepolti nel deserto e sono pronti a raccontarli, ma nessuno li denuncia. Perché? Solo per paura del sanguinario generale uzbeko che spadroneggia a Shebargan, Rashid Dostum? No, coprono questi crimini perché li ritengono una giusta vendetta contro i taleban e gli «arabi», nei confronti dei quali il disprezzo è ancora maggiore. «Nella fossa di Silow i taleban hanno sepolto circa 3.000 hazara - l'etnia che più ha opposto resistenza alla loro avanzata, ndr - massacrati dopo la conquista di Mazar-i Sharif, è giusto che abbiano fatto la stessa fine», dice il nostro «testimone». Comunque, Mazar-i Sharif è stata la tomba dei taleban. Prima inaccessibile perché considerata la città più aperta e «laica» dell'Afganistan, feudo di Dostum, nel maggio del 1997, i taleban erano stati attirati in quella che si sarebbe trasformata in una trappola dal generale Malik. Il timore di fare la fine del fratello che era caduto in una imboscata ordita da Dostum aveva indotto Malik a tradire l'alleato e a garantire l'appoggio ai taleban. L'insolita alleanza tra pashtun e uzbechi aveva colto tutti di sorpresa, l'avanzata era stata fulminea e Dostum costretto a fuggire. Gli uzbeki si erano illusi di poter condividere un potere con i taleban che però puntavano, come sempre, al potere assoluto. A ribellarsi furono gli hazara che guidarono la rivolta. I taleban non erano in grado di far fronte ad una guerriglia in una città sconosciuta. Circa 600 taleban venivano massacrati, un migliaio arrestati mentre cercavano di fuggire dall'aeroporto. Malik riprendeva il controllo della situazione, della quale approfittava, a sud, anche il comandante Massud che bombardando il tunnel di Salang bloccava l'unica via di fuga dei taleban che restavano chiusi in trappola. Era la più grande disfatta subita fino ad allora dai taleban che perdevano circa 3.000 uomini, tra morti e feriti. Poi sarebbe venuta quella definitiva, con l'ultima sacca importante di resistenza a Konduz. Dopo giorni di cambattimenti e molte perdite, i taleban e gli alleati «arabi» si arrendevano all'Allenza del nord e agli americani. Circa 800 dei prigionieri venivano portati nella fortezza di Dostum, Qala-i Janghi. Il forte ottocentesco, che assomiglia a un castello medioevale con le alte mura di fango merlate, si erge imponente - almeno un chilometro di diametro - nel deserto a una ventina di chilometri da Mazar-i Sharif. Dall'alto, camminando sulle mura, si vedono le due costruzioni strette e lunghe, una con molte cupole, l'altra piatta che normalmente deve fungere da magazzino, dove erano stati richiusi i prigionieri. Si vedono anche gli squarci provocati dalle bombe sganciate dagli Ac-130 e Black hawk americani per sedare, si disse, una rivolta scoppiata tra i detenuti armati. Come mai i detenuti erano armati? abbiamo chiesto al generale Sheja-uddin, uno dei responsabili dei servizi di sicurezza di Mazar, rimasto sempre incredibilmente al suo posto da quando, 19 anni fa, era stato nominato dal regime filocomunista di Najibullah. «Quando sono arrivati era sera, erano tanti, 500, abbiamo fatto depositare le armi, ma i prigionieri non sono stati perquisiti. Poi abbiamo scoperto che avevano indosso granate e bombe a mano. La sera stessa tre si sono fatti saltare uccidendo anche il generale Nader Ali Khan (appena nominato capo della provincia di Balkh, ndr). Quando abbiamo cercato di separarli per perquisirli i soldati sono stati attaccati, così è scoppiata la battaglia». E allo scontro hanno partecipato anche truppe speciali americane e britanniche, come in tutte le operazioni di Enduring freedom. Il bilancio, secondo il generale: 80 agenti uccisi, 86 prigionieri portati via e gli altri tutti morti, compreso un americano. Un agente della Cia...incalziamo. «Era uno che stava riprendendo con una telecamera, forse un giornalista ...», dice spudoratamente il generale Sheja-uddin, che deve aver imparato da Dostum l'arte del voltafaccia. Ma chi comandava le operazioni a Qala-i Janghi? «Il generale Dostum e cinque comandanti americani», dice Haq Mohammad, uno dei militari responsabili dell'accesso alla fortezza, un fedele del generale uzbeco, che era qui anche allora. Secondo lui i prigionieri si sarebbero impossessati anche del deposito di armi che ci indica, dietro le due costruzioni usate come prigione. E ci conferma che in questa postazione militare prima non erano mai stati richiusi prigionieri e che non ce ne sono più dopo che i sopravvissuti sono stati trasferiti. I morti invece sono finiti, come tutti gli altri, nelle fosse comuni. Nel compound che ospita la sede dei servizi di sicurezza tra i ritratti di Dostum - che non ha più il controllo di Mazar passato nelle mani del suo rivale tagiko Atta Muhammad, ma che fino alla nomina del nuovo governo è viceministro della difesa -, uno mostra il generale in una improbabile veste «pacifista» che indica la cartina dell'Afganistan e dice: «E' ora di passare dalle armi alla penna». In questa sede, anche se in costruzioni isolate sono ancora rinchiusi 23 prigionieri (11 pakistani e 12 afgani), ritenuti particolarmente pericolosi. Riusciamo a visitarli, alcuni, afgani, stanno pregando e ci ignorano, tra di loro anche un ragazzino molto giovane. Accanto in un'altra cella, altri afgani, uno, 36 anni, barba lunga, era il responsabile della sicurezza di Mazar ai tempi dei taleban. Era arrivato in Afganistan con i taleban dopo aver vissuto in Pakistan in un campo profughi con la famiglia. L'altro lavorava per i taleban a Shebargan. I pakistani sono messi anche peggio, sono rinchiusi in celle praticamente sotto terra con un unico pertugio che lascia passare solo qualche raggio di luce. Tra di loro un giovane che dice di essere stato ingannato e convinto a venire in Afganistan senza sapere esattamente cosa avrebbe fatto e dopo qualche giorno di combattimento si è ritrovato prigioniero. Più convinti sono invece altri tre prigionieri sulla sessantina, o anche più, con la lunga barba bianca, uno dei quali è evidentemente sofferente. Erano stati mandati qui da un piccolo partito religioso, la Shariat-i Mohammad, a sostenere la propaganda dei taleban, dovevano spronare la gente a resistere. Sono estremamente combattivi e rivendicano di essere venuti nel nord dell'Afganistan a portare il vero islam, quello dei taleban. Subito nasce un battibecco con i nostri accompagnatori - il direttore della prigione e un funzionario della sicurezza - che dicono di essere stati loro, afgani, a islamizzare i pakistani quando erano ancora indiani hindù. In fondo alla cella fa sentire la sua voce anche l'unico detenuto comune, sempre pakistano, che è stato arrestato per contrabbando di aquile. Questi uccelli sono fra i pochi sopravvissuti a 23 anni di guerra e vengono venduti agli arabi per migliaia di dollari: sono usati per cacciare in riva al mare piccoli uccellini che aumenterebbero la virilità, una sorta di Viagra del Golfo. Sono prigionieri probabilmente destinati a marcire in queste carceri senza un processo, a meno che i pakistani vengano trasferiti nelle carceri del loro paese grazie ad un accordo con il governo di Islamabad. Difficilmente saranno comunque liberati vista la loro ostinazione, la stessa che li ha indotti a resistere per tre giorni nella scuola Sultan Razia. Un altro massacro, ci racconta Nasrin, una donna di Mazar. «Nella scuola erano rinchiusi circa 900 taleban, pakistani e "arabi", che non volevano arrendersi, alcuni sono riusciti a scappare, altri sono stati catturati, mentre 570 sono stati uccisi dai bombardamenti americani e dai militari. I loro corpi sono finiti nelle fosse comuni di Shore Dasht».

Nell'inferno dei recinti di Shebargan

Chi è sopravvissuto ai massacri di Mazar e al viaggio dentro i container è stato rinchiuso nel famigerato carcere di Shebargan. I prigionieri arrivati a dicembre erano circa 3.000, ci dice il direttore del carcere, il generale Akhtar Mohammed, un sosia del trucido Dostum, in tuta mimetica che, slacciata per il caldo, lascia intravedere una insolita cannottiera blu a fiorellini gialli. 120 di questi prigionieri sono stati prelevati dalla Cia e dalla Fbi per interrogatori. Si parla anche di torture inflitte dagli americani ma non abbiamo trovato testimonianze dirette, tranne il fatto che alcuni detenuti presentano lesioni nervose irreversibili per essere rimasti per troppo tempo con le mani legate dietro la schiena. Per visitare le celle occorre un permesso speciale, ma per intervistare il direttore riusciamo a superare l'enorme porta con i grossi chiavistelli e anche la grata di ferro che funge da seconda protezione della prigione. Dall'entrata non si vedono i blocchi dove sono rinchiusi i prigionieri, collocati all'interno del secondo recinto, si può solo intuire l'estensione del penitenziario, che comunque nei giorni peggiori era stracolmo di detenuti. Nei giorni dei grandi arrivi, nelle celle costruite per cinque persone erano ammassati fino a 40 detenuti, ci dice il generale, e riuscivano a farsi una doccia solo ogni venti giorni. «Non potevano nemmeno sedersi», ci racconta un testimone. Dopo l'ultimo rilascio (circa 500 prigionieri), tre settimane fa, sono rimasti 1.270 detenuti, di cui 590 pakistani. Le testimonianze dei prigionieri liberati sono drammatiche: alcuni non riuscivano più nemmeno a deglutire per la malnutrizione e riuscivano ad ingurgitare solo cibo liquido o acqua zuccherata. Sebbene la riduzione dei detenuti e la distribuzione - terminata - di cibo da parte della Croce rossa abbia reso la situazione un po' meno drammatica, la malnutrizione continua ad essere uno dei problemi principali, insieme a quelli di respirazione, febbre, malaria, scabbia, dolori al corpo per le botte, raccontano Mario Ninno e Habib i due infermieri di Emergency, che da quasi un mese ha iniziato un intervento nel carcere. E hanno cominciato col fare ripulire le celle e distribuire coperte e vestiti. Il problema è che le visite avvengono con una turnazione blocco per blocco e quindi l'assistenza è limitata, dice Mario. Si dice comunque che gli afgani dovrebbero essere liberati dopo la Loya jirga, per i pakistani invece occorrerà un accordo con il governo di Islamabad. Finora, molti degli afghani per uscire hanno pagato i responsabili del carcere: da 83 a 830 dollari, secondo l'importanza del detenuto.

Giuliana Sgrena (da: il manifesto - 18 giugno 2002)