CONSEGUENZE PREVEDIBILI DEL BOMBARDAMENTO IN AFGANISTAN

 

 

pag 2 profughi

 

pag 3 reazioni nei paesi dell’Islam

 

pag 4 restrizioni della democrazia

 

          articoli correlati

pag 5           defininibilità giuridica del “terrorismo” (John Brown ottobre 2001)

pag 8           la galera al tempo del terrore (Marco D’Eramo 20 ott.2001)

 

 

 

 

PROBLEMI CHE RESTANO APERTI  ANCHE DOPO IL BOMBARDAMENTO

 

 

pag 10 le mine e i pacchi dono

 

pag 11 le donne dai mujaheddin ai taliban e dai taliban ai mujaheddin

 

==> stabilità politica e amministrativa ai fini della costruzione degli oleodotti

 

 

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PROFUGHI

 

Ottobre 2001. Per cinque milioni di profughi afghani rifugiati in Pakistan e Iran e sfollati all’interno del loro paese è rimasta «soltanto una fragile speranza di sopravvivenza». E’ quanto ha sottolineato l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). Dal canto suo l’Unicef ha denunciato che senza aiuti urgenti dall’estero un milione e mezzo di bambini afghani sotto i cinque anni rischiano di non sopravvivere al prossimo inverno.

 

Dicembre 2001. Mentre l’Occidente va celebrando la resa di Kandahar ed il collasso dei Talebani, qui al campo profughi di Maslakh, nell’Afghanistan occidentale, non si festeggia sacrificando capre o distribuendo caramelle ai bambini; qui è solo un susseguirsi di pianti e funerali. È un luogo largamente ignorato dai Governi dell’Occidente e dalle agenzie per gli aiuti; sui giornali e sulle televisioni del mondo non si sono viste le immagini strazianti di coloro che soffrono la fame e muoiono, perché i giornalisti e le troupes televisive erano puntate su altri obbiettivi in Afghanistan, concentrandosi unicamente sulla guerra in corso. Ma il non aver assistito a questo spettacolo nella sua vivida bruttezza non cancella la terribile sofferenza che qui si sta vivendo. Bibi Gull e gli altri senza tetto di Herat testimoniano la crisi dei rifugiati che le agenzie per gli aiuti umanitari avevano previsto già due mesi fa, ma dall’interno piuttosto che dall’esterno dell’Afghanistan. Centinaia di migliaia di persone stanno dormendo all’aperto, sfuggiti alla siccità ed alla carestia nel nord e nel centro di un paese che prima della guerra poteva contare unicamente sugli aiuti esteri ma che ora si trovano isolati. Seguendo la strada che porta al confine con l’Iran e che attraversa Maslakh, ci vogliono almeno 20 minuti d’automobile per arrivare alla fine del campo profughi, dove, secondo quanto dice Faghir Ullah, l’amministratore del campo, sono attualmente ospitate 800.000 persone, benché un’indagine fatta dall’Agenzia francese di Medici Senza Frontiere, che qui ha approntato un ospedale, ne abbia stimate 300.000. Il dato reale probabilmente è rappresentato da una cifra intermedia, ma si estende per miglia e miglia nella sempre maggiore miseria laddove le tende lasciano il posto a teli di plastica inchiodati a terra e alla totale assenza di un benché minimo riparo. Questi ultimi arrivati, gente approdata qui da un mese, quando i Talebani cominciarono a vacillare, sono per la maggior parte di etnia Hazar, Usbeca e Tagica. In gran parte sono arrivati dalle province settentrionali di Faryab, Ghor e Sar-e-Pul, ma anche dall’Afghanistan centrale, da Ghazni, luoghi montani dove il World Food Program faceva arrivare gli aiuti che furono sospesi a causa dei bombardamenti. Ora i loro villaggi non possono essere neppure raggiunti perché i valichi sono interrotti. Vi è inoltre un’assoluta carenza di risorse. “Non abbiamo abbastanza cibo per la popolazione locale, senza contare i nuovi arrivati” mi ha detto Faghir Ullah, l’amministratore del campo. “Sappiamo che la gente sta morendo ma non abbiamo nulla da dare loro”. “Il mondo ci ha fatto molte promesse” ha dichiarato a The Telegraph Ismail Khan, nuovo Governatore di Herat. “Ora la gente sta morendo e non ci sono scusanti per non porvi rimedio”. (Sunday Telegraph, 9 dicembre 2001; articolo pubblicato integralmente su http://www.zmag.org/Italy/lambslaughterhouse.htm

 


 

REAZIONI DEI PAESI MUSSULMANI

 

KASHMIR: 2 ottobre 2001: strage da parte di fondamentalisti

PAKISTAN: 9 ottobre: sommosse e scontri con la polizia.

NIGERIA: 14 ottobre 2001: scontri tra mussulmani e cristiani a Kano, il secondo grande centro della Nigeria dopo la capitale. Testimoni parlano di «moltissimi morti, forse duecento, forse di più» in una sola notte. L'appello alla "guerra santa" lanciato da Osama Bin Laden e dai Taliban è stato raccolto nel nord della Nigeria, a maggioranza musulmana e il terremoto scatenato dagli attentati dell'11 settembre è arrivato a scuotere una delle zone più fragili d'Africa, già luogo di violente contrapposizioni tra musulmani e cristiani. Le manifestazioni erano state indette per protestare contro l'attacco militare in Afghanistan e contro gli Stati Uniti e testimoniare sostegno allo sceicco saudita e al regime di Kabul. La città ieri sembrava abbandonata, la conta dei cadaveri era ancora agli inizi e le autorità si sono limitate a parlare di numerose vittime, tredici quelle accertate.

Nei giorni successivi viene realizzato uno stato di polizia, che comunque non riesce a sedare i disordini: vengono date al fuoco 3 chiese e 60 moschee. La città resta devastata.

INDONESIA. 9 ottobre 2001. Nel più importante paese islamico al mondo, almeno da un punto di vista numerico, le proteste hanno accompagnato fin dalle prime ore l'intervento militare contro Kabul. Ci sono stati incidenti e la polizia ha fatto 65 arresti tra dimostranti antiamericani. Tutti armati e dell'Islamic Defenders Front.

FILIPPINE. E' attesa una squadra speciale americana per dare la caccia agli estremisti islamici appartenenti ad Abu Sayyaf, che hanno tra l'altro in ostaggio due missionari americani.

EGITTO. L'imam Tantaui ha avuto parole di fuoco contro gli Stati Uniti che «non hanno alcun diritto di attaccare gli afgani». Diecimila persone, venerdì, si sono riunite gridando slogan antiUsa e a favore dell'Afghanistan. Il tutto sotto il controllo di moltissimi poliziotti.

MALAYSIA. Venerdì la polizia ha sparato lacrimogeni e getti d'acqua con gli idranti per disperdere 3.000 manifestanti minacciosamente raccoltisi davanti all'ambasciata americana.

ott. 2001

proseguimento delle realzioni dopo i primi giorni

28 ottobre 2001 GUERRA SANTA AD ISLAMABAD (PAKISTAN)

Una strage nella messa della domenica: uomini armati non identificati hanno ucciso almeno 18 cristiani in una chiesa nella città pachistana di Bahawalpur. Il numero dei morti, che potrebbe anche salire, è stato confermato da un portavoce della comunità cristiana di Lahore precisando che 12 persone sono morte praticamente sul colpo e che altre sei sono decedute in ospedale. I feriti ricoverati in condizioni critiche sono almeno cinque. Le salme sono state sistemate una accanto all'altra sul pavimento della camera ardente.

28 ottobre 2001  STRAGE A QUETTA (PAKISTAN)

I testimoni raccontano che l'autobus si è letteralmente spezzato a metà, e che i corpi delle vittime, tre morti e almeno 25 feriti, sono rimasti orrendamente mutilati da una potente bomba occultata dentro una radio a transistor. E' successo a Quetta, il capoluogo del Baluchistan in territorio pakistano dove più forte è la pressione dei profughi che implorano le autorità pakistane di lasciarli entrare e dove i partiti religiosi fondamentalisti da settimane fomentano la rivolta antiamericana con manifestazioni e scontri. Nessuno ha rivendicato l'impresa … il luogo dell'esplosione, il Rubber Market, si trova nel cuore del territorio dove tribù baluch e brahui, un'altra minoranza d'origine siriana, si contendono il traffico di clandestini al di qua del confine.

 

3 nov.2001 Attentato alla moschea di Imola

Sabato notte un grave attentato incendiario ha colpito la moschea Al IItissam di Imola; già un mese fa la moschea era stata presa di mira dagli 'attentatori' che avevano sfondato la vetrata, in seguito vi era poi stata una bella manifestazione di un migliaio di persone. Nuovamente un atto vigliacco ha perciò riacceso i riflettori sul problema dei gruppi di destra ai quali è riconducibile l'attentato. Prossimamente ci potrebbe essere una manifestazione della quale sono ancora da decidere le modalità

 


 

RESTRIZI0NI DELLA DEMOCRAZIA

 

25 novembre 2001 Roma: licenza di reato per i servizi di antiterrorismo

«Licenza di commettere reati per compiere operazioni che salvaguardino la difesa dello Stato». Il governo ha preparato la riforma dei Servizi segreti e per la prima volta intende rendere leciti i reati commessi durante le missioni. E’ vietato solo mettere a rischio la vita e l’incolumità fisica delle persone. «Garanzie funzionali». Durante le operazioni di Sisde e Sismi autorizzate dal presidente del Consiglio sarà tutto lecito: perquisizioni, intercettazioni, intrusioni, furti, pedinamenti. Gli agenti inoltre non dovranno avere rapporti con l’autorità giudiziaria: se venissero scoperti dalle forze dell’ordine, il controllo verrebbe affidato alle Direzioni distrettuali antimafia. Rivisto anche il segreto di Stato: i documenti dei Servizi resteranno riservati per 15 anni. «Di fronte al principio supremo della sicurezza dello Stato bisogna consentire qualsiasi attività» dice Franco Frattini, ministro della Funzione Pubblica.

 

11gennaio 2002 appello di Amnesty per i detenuti a Guantanamo

Amnesty International ha rivolto un appello agli Stati Uniti affinchè trattino umanamente taleban e presunti membri di al Qaida fatti prigionieri in Afghanistan e trasferiti nella prigione allestita sulla base americana di Guantanamo (Cuba). "Tutte le persone in mano agli americani in seguito alle operazioni militari in Afghanistan devono essere trattate umanamente, nel pieno rispetto degli standard internazionali", afferma una nota di Amnesty International resa nota Ginevra.

L'organizzazione per la difesa dei diritti umani esprime preoccupazione per le informazioni secondo cui i prigionieri possono essere stati incappucciati, sedati e incatenati durante il viaggio di 20 ore verso Cuba. Le deroghe ai principi internazionali sono autorizzate solo se rigorosamente necessarie e devono in ogni caso essere applicate umanamente, afferma Amnesty precisando che ai prigionieri deve essere consentito di poter muovere le membra, usare il gabinetto, bere e mangiare. L'uso di sedativi è autorizzato solo per ragioni mediche, aggiunge. Per l'organizzazione - che ha inviato una lettera alle autorità di Washington - l'incappucciamento dei sospetti in detenzione viola gli standard internazionali. Infine le celle previste a Guantanamo non rispettano, secondo Amnesty, i criteri internazionali per un trattamento umano.

 

16 gennaio 2002 Human Rights Watch denuncia:

la lotta al terrorismo copre ogni abuso. in tutto il mondo

Approfittando della guerra in corso contro l'Afghanistan i regimi ne approfittano per regolare i loro conti interni. Tutte le opposizioni sono trattate alla stregua dei terroristi e i paesi che stanno guidando la campagna contro il terrorismo chiudono gli occhi. Anche perché gli Stati uniti sono i primi a violare ogni convenzione internazionale, soprattutto sui prigionieri di guerra con la deportazione dei taleban e dei militanti di al Qaeda o presunti tali nella base americana di Guatanamo a Cuba, dove nell'isolamento totale verranno giudicati da corti marziali statunitensi.

L'allarme è stato lanciato dall'organizzazione per i diritti umani americana Human Rights Watch nel suo rapporto annuale, pubblicato ieri. Tra i paesi in testa alla lista per le violazioni troviamo Russia - che sfrutta la presenza di ceceni tra i militanti di al Qaeda - , Uzbekistan ed Egitto. Ma sicuramente non sono i soli. L'Arabia Saudita, per esempio, "impone stretti limiti alla società civile, pesanti discriminazioni contro le donne, e soppressione sistematica dei dissidenti" mentre l'Egitto "fa di tutto per soffocare l'opposizione politica pacifica", si legge nel rapporto. Gli Stati uniti e i loro

alleati occidentali vengono invece messi sotto accusa per "il vergognoso silenzio" di fronte a questi

abusi.

 

16 gennaio 2002 prigionieri USA e prigionieri delle Forze Afgane del Nord

Mentre gli sguardi sono puntati giustamente sui 158 prigionieri di Guantanamo, nelle carceri afghane, in silenzio e lontano dai media internazionali, sono rinchiusi 4.800 prigionieri delle cui condizioni si preoccupano in pochi. I prigionieri in Afghanistan sono considerati parte di un conflitto interno e quindi il loro trattamento non deve essere quello contemplato dalla convenzione di Ginevra. Secondo la Croce Rossa, che è l'unica a monitorare la situazione, il 30% di queste 4.800 persone viene dall'estero, principalmente dal Pakistan. Sono rinchiusi in otto o nove in spazi realizzati per due prigionieri, senza latrina, né acqua per lavarsi. E l'inverno afghano rende gelide le celle. E c'è anche il disastro umanitario, in attesa delle promesse dell'1,8 miliardi di dollari promesso e annunciato in pompa magna dai paesi "donatori" a Tokyo - quasi tutti quelli che hanno contribuito ai bombardamenti americani. Dal 1 gennaio a oggi sono rientrati in Afghanistan più 72.000 profughi, stando ai rilevamenti effettuati alla frontiera dai rappresentanti dall'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati (Acnur) Anche il segretario di stato americano Colin Powell ha chiesto formalmente al presidente Bush di applicare la convenzione di Ginevra ai 158 taleban imprigionati nelle "gabbie di tigre" nella base di Guantanamo, a Cuba. Lo ha rivelato un informato quotidiano della capitale americana, il Washington Times, citando un documento riservato del consigliere del presidente Alberto Gonzales. Nel documento, Gonzales annuncia a Bush la richiesta del segretario di stato di concedere ai taleban lo status di prigionieri di guerra, e consiglia al presidente di opporsi. Il consigliere fa notare al presidente che il "nuovo tipo di guerra" che lo stesso Bush ha lanciato "rende obsolete le strette limitazioni della convenzione di Ginevra sugli interrogatori, e rende bizzarre alcune delle sue disposizioni".

 

 


 

PERSEGUIRE UN CRIMINE O CRIMINALIZZARE LA CONTESTAZIONE?

PERICOLOSI TENTATIVI DI DEFINIRE IL TERRORISMO

 

La detenzione nella base americana di Guantanamo, sull'isola di Cuba, dei prigioneri di al Qaeda e il trattamento loro riservato confermano la volontà degli Stati uniti di sottrarsi, nella loro «lotta contro il terrorismo», alle norme giuridiche nazionali e internazionali. Intanto, anche sul Vecchio continente, la definizione di un mandato d'arresto europeo mostra l'attuazione di procedure eccezionali. Ormai, nel nome di una nuova crociata contro un nemico inafferabile, i paesi occidentali sacrificano i loro valori fondanti e tentano di criminalizzare ogni contestazione politica, economica o sociale dell'ordine costituito.

 

di John Brown*

 

Il mondo, ci dicono, non sarà più lo stesso dopo l'11 settembre. Questa frase, ripetuta infinite volte, serve tra l'altro a giustificare una lunga serie di norme liberticide, sia a livello nazionale che europeo; o in altri termini, a normalizzare lo stato d'emergenza.

Ed è in questa logica che rientra la proposta di una decisione-quadro sul terrorismo, sottoposta dalla Commissione al Consiglio d'Europa e al Parlamento europeo (1). Il tentativo di stabilire una definizione comune ai Quindici e di concordare i minimi di pena per i reati di terrorismo costituisce una svolta decisiva nell'evoluzione della dottrina penale internazionale. Per comprenderne appieno la portata, sarà utile ricordare le principali tappe della normativa internazionale per la repressione del terrorismo.

Come per un terribile presagio, fino agli anni '90 la normativa antiterroristica contemporanea è stata imperniata fondamentalmente su un punto debole della circolazione planetaria dei beni e delle persone: il traffico aereo (2). In questa preistoria dell'antiterrorismo, che non ha travalicato il quadro del diritto penale classico, la legge mirava a punire e a prevenire atti concreti (dirottamenti, sequestro di ostaggi, attentati dinamitardi). Ma mai compariva la parola «terrorismo». Questo termine compare per la prima volta nel diritto internazionale in due testi molto recenti: le convenzioni internazionali per la repressione degli attentati terroristici mediante esplosivi (New York, 15 dicembre 1997) e la convenzione per la repressione del finanziamento del terrorismo (New York, 9 dicembre 1999). Ma in questi documenti non si precisa la nozione di «terrorismo».

A quanto sembra, esiste una certa reticenza a definire un termine che pure figura nei titoli di questi testi legislativi, e diverrà retroattivamente la chiave di volta di una nuova dottrina giuridica.

Come afferma la Commissione nell'esposizione dei motivi della sua proposta di decisione-quadro: «In base alla Convenzione contro il finanziamento del terrorismo, il fatto di fornire o raccogliere fondi, direttamente o indirettamente, illecitamente e intenzionalmente, allo scopo di utilizzarli, o sapendo che saranno utilizzati per commettere una qualsiasi azione attinente al campo d'applicazione delle suddette convenzioni (ad eccezione della convenzione, non inclusa, relativa alle infrazioni e a taluni atti che sopravvengano a bordo degli aeromobili) costituisce reato. Ciò significa che, anche se i termini "terrorismo" o "atti terroristici" non sono contenuti nella maggior parte di queste convenzioni, esse si riferiscono a reati di terrorismo». C'è da chiedersi se negli anni dal 1960 al 1980 il legislatore internazionale facesse già dell'antiterrorismo, così come Monsieur Jourdain, il Borghese gentiluomo, si esprimeva in prosa senza saperlo.

Ma la risposta è no, dato che lo scopo di questi primi testi era favorire la cooperazione internazionale nella lotta contro determinati atti di violenza particolarmente odiosi o pericolosi. Da qui l'importanza di distinguerli dagli atti politici per riportarli nella sfera del diritto comune: misura indispensabile nei sistemi legali democratici, che non contemplano la nozione di reato politico e possono comminare pene per gli atti commessi, e non per le opinioni.

«Atto illecito di guerra» Ad esempio, in base all'articolo 6 della Convenzione sulla repressione del finanziamento del terrorismo, «ogni stato adotta le misure che risultano necessarie, ivi compresa all'occorrenza una legge interna, onde garantire che gli atti criminali di cui alla presente Convenzione non possano, in nessuna circostanza, essere giustificati da considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o da altri motivi analoghi». Si fa quindi riferimento all'aspetto non politico dell'atto terroristico. E poiché viene sistematicamente ignorata la finalità politica, cioè l'unico elemento che distingue gli atti terroristici dai reati comuni, la loro definizione diventa impossibile.

La Convenzione sulla repressione del finanziamento del terrorismo (nel suo articolo 2, 1b) considera come reato, in aggiunta alle azioni concrete menzionate dalle diverse Convenzioni internazionali, «ogni (...) atto destinato a causare la morte, o a infliggere lesioni fisiche gravi, a qualsiasi civile, o ad altra persona che non partecipi direttamente alle ostilità, in una situazione di conflitto armato, quando, per la sua natura e il contesto in cui ha luogo, il suddetto atto sia volto a intimidire una popolazione, ovvero a costringere un governo o un'organizzazione internazionale a compiere, o ad astenersi dal compiere, un atto qualsiasi». Questa formula costituisce un primo abbozzo di definizione del terrorismo, anche se giustappone due concezioni diverse, se non contraddittorie, di questo fenomeno. La prima, che insiste sui danni inflitti alla popolazione civile, è in linea con i principi del tribunale di Norimberga; la seconda, che pone l'accento sul sovvertimento dell'ordine politico, troverà la sua espressione nel Terrorism Act del Regno unito e ispirerà la proposta della Commissione europea.

Di fatto, il terrorismo è visto come un atto di guerra illecito, nella misura in cui colpisce la popolazione civile, la quale - almeno in base alle norme tradizionali - dovrebbe essere tenuta fuori dai conflitti disputati tra le forze armate. È quindi assimilato ai crimini di guerra che, in base ai principi del Tribunale di Norimberga (6, B), sono così definiti: «Violazioni delle leggi e consuetudini di guerra, che comprendono, a titolo esemplificativo ma non esclusivo, l'assassinio, il maltrattamento, la deportazione della popolazione civile dei territori occupati per assoggettarla ai lavori forzati o per qualsiasi altro scopo; l'assassinio o il maltrattamento di prigionieri di guerra o di persone in mare; l'esecuzione di ostaggi; il saccheggio di beni pubblici o privati; gli atti perversi di distruzione di città o villaggi o le devastazioni non giustificate da esigenze militari (3)».

Questa formulazione sembrerebbe la più accettabile ai fini di una definizione del terrorismo, nella misura in cui, evitando qualsiasi considerazione di carattere politico, pone in rilievo il grave danno inflitto alle persone e alla società. Ma fin dagli albori del XX secolo le violazioni delle leggi e consuetudini di guerra e gli attacchi contro la popolazione rappresentano l'essenza stessa dei conflitti armati, che hanno mietuto vittime soprattutto tra i civili. E d'altra parte, da quando la guerra rappresenta un crimine contro la pace (come recita il Patto Briand-Kellogg del 1928), il nemico è diventato un criminale, e le vecchie «leggi e consuetudini» che avrebbero dovuto risparmiare i civili sono di fatto diventate obsolete.

Salvo a incriminare gli stati, per distinguere gli atti terroristici dai crimini di guerra si doveva stabilire una differenza specifica.

La si troverà nella loro finalità politica, riconosciuta nella seconda parte della Convenzione sul finanziamento del terrorismo (4), che lo descrive come «volto a intimidire una popolazione, ovvero a costringere un governo o un'organizzazione internazionale a compiere, o ad astenersi dal compiere, un qualsiasi atto». Un radicale cambiamento di paradigma: niente più elenchi precisi o descrizioni prolisse di questi odiosi crimini, il cui scopo politico doveva essere sistematicamente ignorato. Ormai è alla finalità politica che si farà riferimento per fondare una nuova categoria di reati. E si cercherà ispirazione, per questa rivoluzione copernicana, fuori dall'ambito del diritto, su un terreno realistico per eccellenza: quello della polizia.

In effetti, il concetto di finalità politica metterà radici in una definizione poliziesca del terrorismo, ripresa nell'elenco dei compiti del direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi): «Il terrorismo consiste in un uso illecito della forza e della violenza contro persone o beni, allo scopo di intimidire o di coartare un governo, la popolazione civile o una sua parte, nel perseguimento di obiettivi politici o sociali (5)». Qualora dovessero sorgere, nell'ambito della tradizione del diritto penale, ostacoli di principio a una definizione del terrorismo, la formulazione del regolamento di polizia americano servirà a superarli.

E costituirà la base delle nuove definizioni «giuridiche» contenute nel Terrorism Act 2000 del Regno unito e nella proposta di decisione-quadro sul terrorismo della Commissione europea.

Gli effetti della fertilità legislativa della suddetta norma di polizia sono facilmente riconoscibili, malgrado alcuni lievi cambiamenti di stile introdotti nei testi che vi si ispirano. Ad esempio, nella versione britannica il terrorismo è «la messa in atto o la minaccia di un'azione» avente «lo scopo di influenzare il governo o intimidire il pubblico o parte di esso (...) al fine di promuovere una causa politica, religiosa o ideologica». In questo testo si ritrovano i due principali obiettivi enunciati nella definizione dell'Fbi: l'influenza o la coercizione nei confronti del governo o della popolazione, e il fine politico ultimo dell'atto terroristico, che può trovare espressione anche in forme religiose o ideologiche.

Quanto alla Commissione, la sua definizione non si discosta di molto da questo modello, che peraltro riconosce di aver seguito. Ma la sua applicazione del termine così definito è limitata a una serie di reati che ricalcano i capi di imputazione della legislazione internazionale (omicidio, ricatto, sequestro di ostaggi, attentato e così via) ai quali però aggiunge tutta una serie di atti più vicini alla prassi della disobbedienza civile, della lotta sindacale o della mobilitazione civica (occupazione di infrastrutture o di luoghi pubblici, alcune forme di danneggiamento a proprietà dotate di un valore simbolico, cyberazioni); tutte azioni accomunate dall'intento politico. Un'azione anticapitalistica che utilizzi metodi al limite della legalità, o magari anche illegali, ma senza alcun uso della violenza, sarebbe allora considerata un atto terroristico.

Si potrebbero sollevare obiezioni sulla legittimità di questa conclusione; ma il testo è abbastanza eloquente. Se è vero che elenca una serie di azioni, non le definisce però in maniera chiara e inequivocabile, e per caratterizzarle come atti terroristici fa riferimento a un criterio interpretativo di triste memoria nel campo del diritto penale: quello dell'analogia, e più concretamente, di un'analogia di intenti.

Il reato di intenzione politica Il senso e i limiti del diritto penale garantista sono espressi in un'antica formula latina: «nullum crimen sine lege; nulla poena sine lege» (nessun crimine senza legge, nessuna pena senza legge). Secondo questo principio di base, un reato deve essere definito con la massima precisione, lasciando all'autorità un margine di interpretazione minimo. Se così non fosse, il principio stesso ne risulterebbe vanificato.

Lasciando infatti un ampio margine di interpretazione della legge si aprirebbe la possibilità di assimilare ad atti criminali azioni di natura del tutto diversa, a seconda degli interessi delle autorità o di taluni apparati dello stato. In contrasto con lo spirito dell'antico adagio reazionario per il quale «chi ruba un centesimo può rubare un milione», il diritto penale classico rifiuta il principio dell'analogia.

Secondo un'interpretazione analogica, un atto qualsiasi può essere assimilato a un reato passibile di pena in virtù di una certa caratteristica che li accomuna. Da qui il rischio di una deriva. Sempre più spesso, nelle nostre società la polizia sconfina dal suo ambito di coadiuvante della giustizia, arrogandosi un ruolo giudiziario o legislativo (6).

Allo stesso modo, l'Europa sta facendo passi da gigante nell'unificazione delle sue forze di polizia (Europol), mentre l'armonizzazione del diritto e la creazione di istanze giudiziarie comuni, che avrebbero lo scopo di garantire i diritti degli individui, segnano il passo. L'11 settembre ha dato una parvenza di giustificazione a un allargamento dei poteri della polizia, che altrimenti sarebbe stato percepito come un pericolo per la democrazia.

Nel caso della normativa antiterroristica proposta a livello europeo, la finalità è alla base della definizione dell'atto terroristico.

Secondo questo ragionamento, chiunque abbia la pretesa di sovvertire l'ordine costituito, e voglia «infliggere gravi danni o (...) distruggere strutture politiche, economiche e sociali di un paese» con alcune azioni la cui definizione rimane imprecisa, è un terrorista. Quindi, secondo una logica prettamente poliziesca, l'elemento fondamentale di incriminazione nel reato di terrorismo non è l'atto, bensì l'intenzione; in altri termini, è il soggetto stesso ad essere considerato un individuo «pericoloso».

L'estensione dell'incriminazione per terrorismo su scala dell'Unione europea auspicata dalla Commissione rischia di avere conseguenze nefaste per la democrazia. Le persone o i gruppi che legittimamente aspirano a una trasformazione radicale delle strutture politiche, economiche o sociali dei nostri paesi sarebbero presi di mira da una normativa antiterroristica del genere. E rischiano di essere perseguiti non in ragione degli atti compiuti, ma perché potrebbero averli commessi a causa della propria ideologia.

 

note:

 

* Funzionario europeo.

 

(1) Proposta di decisione-quadro del Consiglio relativa alla lotta contro il terrorismo - Com 2001-521. Journal officiel des communautés européennes C 332 E, 27 novembre 2001. http://europa.eu.int/eur-lex/fr

(2) Si veda l'esposizione dei motivi della proposta della Commissione europea, punto 2.

(3) Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo, New York, 9 dicembre 1999.

(4) Convenzione sul finanziamento del terrorismo (articolo 2, 1, b)).

(5) Code of Federal Regulations, Titolo 28, Vol. 1 [Cite:28Fro.85].

(6) Il sindacato dei magistrati francesi, nella sua conferenza stampa sulla normativa promulgata in Francia il 12 ottobre 2001, nota con indignazione: «Questi testi che attentano alle libertà più fondamentali sono presentati e sostenuti dal ministro degli interni. Di norma, non è il ministro della polizia a redigere il Codice di procedura penale, destinato per l'appunto a inquadrare i poteri della polizia».

(7) Michel Foucault aveva affermato, in relazione all'origine della detenzione: «Questa pena, che non avrebbe la funzione di costituire una risposta a un'infrazione, bensì di correggere gli individui a livello dei loro comportamenti, atteggiamenti e disposizioni, del pericolo che rappresentano sul piano delle loro possibilità virtuali (...) è un'idea poliziesca, nata parallelamente alla giustizia, al di fuori dalla giustizia». Michel Foucault in Dits et écrits, Quarto Gallimard, 2001, De la nature humaine, justice contre pouvoir, pag.1471.

 

 

 

 

 

MARTINO (min “difesa”): “L’occidente libererà le donne afgane da quell’orribile sacco con la grata davanti la faccia… come si chiama… il burka!”

BERLUSCONI (premier): “Certo! Non  possono mica venire a prostituirsi da noi conciate in quel modo!”

 

 

 

 


 

La galera al tempo del terrore
STATI UNITI Pestati, trasferiti di continuo, privati della difesa: la vita di 700 "arabi" arrestati dopo gli attentati
MARCO D'ERAMO - INVIATO A SAN FRANCISCO

 

Tra bombe sull'Afghanistan e spore di antrace, il mondo dimentica le 744 persone detenute nelle carceri americane dopo l'11 settembre, anche se per costoro le autorità sembrano aver gettato la chiave dopo aver chiuso la cella. Alcuni sono rinchiusi in quanto testimoni, altri per aver violato la legge sull'immigrazione, altri per imputazioni locali. Sempre più numerose si levano le proteste contro le percosse, le angherie, la violazione di tutti i diritti civili, e gli ostacoli frapposti agli avvocati difensori.
In Mississippi, riporta il Los Angeles Times, uno studente pakistano di 20 anni è stato spogliato e percosso nella sua cella dagli altri prigionieri che gli hanno spaccato i denti, furiosi per gli attacchi alle Twin Towers, mentre i secondini stavano a guardare senza poi fornirgli assistenza medica. A New York, un numero imprecisato di detenuti è rinchiuso nel Metropolitan Correctional Center a Manhattan. Secondo gli avvocati, molti detenuti non hanno contatti con le famiglie: soprattutto, non esistono verbali dei reati di cui sono accusati. Sempre a New York, la procura indaga sulle violenze subite da un detenuto egiziano di cui un carceriere avrebbe abusato. Il consolato d'Israele ha protestato perché cinque israeliani in prigione sono stati bendati, ammanettati e costretti a sottoporsi alla macchina della verità. In Wisconsin, Illinois e Indiana, i funzionari dell'Immigration and Naturalization Service (Ins) di 26 carceri provinciali hanno bloccato visite degli avvocati e telefonate dei detenuti: secondo l'Ins, i carcerieri avevano "mal interpretato" le direttive. In Texas, a un saudita è stato negato l'avvocato, gli hanno tolto materasso, coperta e orologio per impedirgli di dire le sue preghiere. In Florida un pakistano, Obaid Usmani, è stato arrestato all'alba dall'Fbi e interrogato sugli attacchi, perché il suo visto di studente era scaduto. In tempi normali sarebbe stato rilasciato su cauzione, invece è ancora rinchiuso in cella con assassini e stupratori. Il cugino di Osmani, Farhat Kahn, devoto musulmano, per divieti religiosi non può mangiare quasi nulla del cibo che gli viene dato in prigione e ha già perso dieci chili, non può lavarsi e viene angariato quando prega.
La maggioranza è in prigione per violazione della legge sull'immigrazione, per visto scaduto, per visto turistico usato invece per lavorare, per documenti falsi. Sono pochissimi i casi effettivamente connessi al terrorismo. Perciò quasi tutti avrebbero dovuto essere già liberi su cauzione o sulla parola. Invece, come scrive il Wall Street Journa, "un alone di segreto avvolge queste detenzioni": l'Fbi si rifiuta di comunicare persino il numero esatto dei detenuti attuali.
A protestare più forte sono gli avvocati. Un panettiere siriano che vive a Jersey City è stato imprigionato dal 15 settembre per essere rimasto negli Usa dopo che il visto era scaduto da 19 giorni, un reato minore per cui dovrebbe essere già stato rilasciato. "Sua moglie è al nono mese - ha detto al LA Times il suo avvocato - e ha una figlia di un anno che è nata qui (e quindi è cittadina Usa), e lei non ha nessuno tranne lui, non sa nemmeno come andare all'ospedale per partorire".
Qui in California la voce più ascoltata, e più richiesta dalle tv, è quella dell'avvocato Randall Hamud, un ex consulente del gigante petrolifero Atlantic Richfield che ha aperto un suo studio a San Diego e ora difende dieci dei 700 prigionieri. Hamud è nipote di immigrati libanesi, è musulmano, anche se parla solo inglese e spagnolo e non conosce l'arabo: "Non penso che una democrazia possa tollerare arresti di massa e processi a porte chiuse. Il governo ha sguinzagliato i cani della repressione contro arabi o chiunque sia di fede islamica", dice.
E in effetti i giudici continuano a negare la libertà provvisoria, processano a porte chiuse, sigillano i documenti. Le procure rifiutano di rendere pubblico ciò che succede in tribunali e prigioni. Gli avvocati non sanno cosa accade ai loro clienti, spesso non sanno neanche dove sono rinchiusi. I funzionari federali dicono che stanno investigando sugli abusi e ammettono che in alcuni casi sono stati "commessi errori". Invece il ministro della giustizia John Ashcroft ha negato gli abusi: "Rispetteremo la legge e i diritti costituzionali e puniremo chiunque li violerà". A dimostrazione dell'imparzialità federale, secondo Ashcroft sono state avviate 170 indagini per "crimini dell'odio", cioè omicidi, minacce di morte, incendi, distruzione di moschee.
Ma un avvocato del Kentucky, Dennis Clare, racconta la storia di 40 mauritani rifugiatisi negli Usa per sfuggire alla brutalità della propria polizia e arrestati in blocco vicino a Cincinnati il 25 settembre, per irregolarità nei visti, due soli giorni dopo essere arrivati negli Usa. Le autorità erano insospettite perché tra loro c'era un pilota d'aereo. Poi 37 sono stati liberati. L'avvocato Clare difende gli altri tre, ma non ha ancora potuto incontrarli perché i detenuti - che non parlano inglese - vengono spostati da prigione in prigione, dall'Indiana, al Kentucky, al Tennessee, alla Louisiana.
Gli arresti indiscriminati hanno già provocato un incidente diplomatico: fermati per schiamazzi nella notte del 15 settembre all'aeroporto di Denver, Colorado, due sauditi, Sani (28 anni) e Sattan (23 anni) Alshaalan sono stati quindi trasferiti nelle prigioni dell'Ins per aver violato i termini dei propri visti di studenti. Lì sono stati interrogati dall'Fbi, finché sono intervenuti gli avvocati che li hanno fatti liberare dopo ben 25 giorni, quando l'Fbi si è accorto di aver arrestato due membri della famiglia reale saudita.
Certo è che dopo l'11 settembre gli Stati uniti si stanno interrogando sulla propria politica migratoria. Per decenni hanno spalancato le proprie frontiere e lasciato entrare 30 milioni di immigrati (di cui 5 milioni clandestini), allo specifico scopo di tenere basso il costo del lavoro e neutralizzare i sindacati. Ora questa strategia è diventata un problema. Ma invertire rotta può a medio termine aumentare il costo del lavoro, prospettiva indesiderabile per il padronato.
C'è poi uno specifico risvolto mediorientale. Può darsi che l'ondata di ostilità verso gli arabi non arrivi al livello di quella scatenatasi contro gli immigrati giapponesi dopo Pearl Harbour, quando furono internati 7.000 nipponici. Certo però che si sta diffondendo se non un'aperta ostilità, almeno una generale difidenza, un sospetto nei confronti di chiunque abbia lineamenti mediorientali. E' vero quel che dice l'avvocato Hamud - peraltro grande ammiratore del generale Patton e adamantino fautore della guerra in Afghanistan: "Questo paese non impara mai dalla propria storia. Quando noi discriminiamo alcune precise minoranze, poi passiamo i cento anni successivi a scusarci".

 

20 ottobre 2001

 


 

IL PROBLEMA MINE E QUELLO DEI “PACCHI DONO”

ottobre 2001

 

All’inizio del bombardamento USA contro l’Afganistan, l’organizzazione umanitaria americana Human Rights Watch ha lanciato un allarme mine e una raccomandazione agli Stati Uniti di non usare mine terrestri anti-uomo in Afghanistan. Quanto al cibo e agli “aiuti umanitari” che venivano lanciati dal cielo ([1]) si raccomandava estrema attenzione per non lanciarli in aree già minate da altri (…). In oltre segnalava un ulteriore problema per i profughi: le province confinanti con Pakistan e Iran, destinazioni comuni per i rifugiati, erano state in precedenza pesantemente minate. Del resto la capitale stessa, Kabul, lo era “L’Afganistan è già una delle nazioni più pesantemente minate del mondo, e gli Stati Uniti  dovrebbero evitare di peggiorare la situazione”, ha detto Joost Hiltermann di HRW. “Le mine terrestri sono armi indiscriminate, che potranno continuare a uccidere anche dopo la cacciata dei Talebani” ([2]).

In parallelo il New York Time ha denunciato nel suo sito web l’11 ottobre 2001 che i B-52 americani e i bombardieri B-1 lanciavano “munizioni di superficie”, inclusi i CBU-92 Gators ([3]), che è un sistema misto di minamento, contenente sia mine anti-uomo sia mine anti-veicolo.

Per quanto attiene le mine, esiste un trattato di messa al bando delle mine del 1997, ratificato da 142 paesi. Il trattato proibisce produzione, stoccaggio e trasporto di mine anti-uomo, e richiede la distruzione delle mine immagazzinate e piazzate. Il 9/10/2001 l’Algeria è stata l’ultimo paese a ratificare il trattato, che è stato ratificato più rapidamente di ogni altro trattato multilaterale nella storia. All’appello mancano, tra i pochissimi,  gli Stati Uniti.

 

Nicoletta Dentico, direttrice esecutiva di Medici senza frontiere dava nell’ottobre 2001 quest’altra  testimonianza: “L’Afganistan è un paese infestato da milioni di mine (…) Nel paese ci sono circa dieci milioni di mine che hanno infestato il territorio dal 1979 ad oggi. Ormai l’Afganistan è più una guerra che una realtà geografica o un popolo e, insieme alla Bosnia e all’Angola, è uno dei paesi più minati del mondo(…) La cosa paradossale è che con questa operazione di polizia internazionale oggi dal cielo calano bombe e medicinali, mine e aiuti umanitari (…) E’ evidente che se la popolazione dell’Afganistan viene spinta a cercare il cibo nei campi o nelle regioni impervie, la si mette a rischio per la presenza delle mine (…) Da dove provengono queste mine? (…) In gran parte dall’ex Unione Sovietica (...) Ma ovviamente molte mine occidentali sono state inviate anche ai vari gruppi che combattevano contro l’esercito sovietico; e ci sono anche mine italiane, arrivate con il beneplacito degli Stati Uniti e dei paesi occidentali (…) Del resto Bush, già prima degli attentati, aveva detto no alla messa al bando delle mine antiuomo”.

 

 


 

LE DONNE DAI MUJAIDDIN AI TALEBANI AI MUJAIDDIN

 

cosa pensava dell’Afganistan prima e dopo i talebani

l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane (RAWA)

unica organizzazione femminista afgana

in lotta contro il più orrendo regime fondamentalista del mondo.

 

RAWA ha continuato per anni a documentare le inconcepibili brutalità e il terrore che la popolazione afgana ha sofferto regime dopo regime. Il coraggio esemplare dimostrato per impegnarsi a fornire tale documentazione, non ha uguale nella storia recente. Armate di videocamere nascoste, queste donne si sono esposte alla follia omicida del regime dei Talebani, più di tutti gli incaricati delle istituzioni per i diritti umani messi insieme. Hanno osato intraprendere questa documentazione in luoghi dove le donne sono condannate a morte per il semplice fatto di scoprire involontariamente una caviglia.

Molte sono cadute nel compimento della loro missione, a cominciare dalla fondatrice di RAWA, Meena, che fu assassinata a Quetta nel 1987, dieci anni dopo la fondazione dell'organizzazione.

Le immagini e la documentazione non sono per deboli di cuore: raccontano la storia delle feroci persecuzioni di un popolo impotente da parte di sadici camuffati da religiosi.

Dalle esecuzioni pubbliche alle scene di deperimento, la documentazione di RAWA serve per ricordare a un mondo indifferente, la cultura libera e vitale di un tempo, ora costretta a scomparire dietro a un velo oppressivo. Il processo graduale con il quale i Talebani hanno attuato i loro propositi è stato ignorato dal mondo dei media, incluso Al-Jazeera.

RAWA non si ferma alla mera documentazione, dirige scuole ed ospedali per donne alla faccia del diktat dei Talebani che proibisce l'accesso alle donne in queste istituzioni.

da The Times of India

 

Cosa ne pensano le donne RAWA dell’Alleanza del Nord post talebani

Il mondo dovrebbe capire che l'Alleanza del Nord e' composta da varie bande che hanno mostrato la loro vera natura criminale e inumana mentre governavano l'Afganistan dal 1992 al 1996.

Il ritiro dei terroristi talebani da Kabul e' uno sviluppo positivo, ma l'entrata in città dei saccheggiatori e stupratori dell'Alleanza del Nord non è gran che meglio, anzi è una notizia scioccante e terribile per i circa due milioni di residenti di Kabul, che non hanno ancora curato le ferite degli anni 1992-96. (…).Talebani e Al-Qaeda saranno eliminati, ma la presenza dell'Alleanza del Nord come forza militare distrugge il sogno pieno di speranza che la maggioranza della popolazione aveva per un futuro libero dalle catene dei barbarici talebani. (…)

"Quello di cui ha bisogno l'Afganistan non è una guerra"  ci ha detto Tahmeena Faryel, rappresentante RAWA  in visita negli USA, "ma un massiccio apporto di aiuti umanitari e il disarmo sia dei Talebani che dell'Alleanza del Nord, seguite da elezioni democratiche. A noi non serve un altro governo religioso"

da www.rawa.org, novembre 2001

 

donne in un governo che vuol dirsi democratico

Sabato 24 novembre è la giornata mondiale di digiuno e non violenza perché le donne siano protagoniste del nuovo governo provvisorio afgano. Sarà una giornata di protesta e testimonianza

Dei diritti delle donne afgane oggi ne parlano tutti. Persino lady Bush si e' fatta paladina dei loro diritti. Sara' un comitato di donne che probabilmente elargirà qualche beneficenza, poi forse se ci sarà qualche donna americana pilota e allora  la decoreranno al valor militare e poi la faranno incontrare con la donna afgana che non ha più casa e i cui figli sono morti sotto i bombardamenti. La donna afgana ringrazierà della beneficenza: ha bisogno di mangiare e di far mangiare i propri figli sopravvissuti. Questi invece forse ricorderanno per sempre l'umiliazione.

Il vero imperativo è che di questo governo di transizione dovranno far parte quelle donne, che in questi anni hanno resistito al fondamentalismo e all'estremismo dei talebani e dell'Alleanza del Nord, rischiando ogni giorno la vita. Le donne del Rawa rappresentano, oltre alla sfida di cui sono portatrici, quella della rottura delle tradizioni. Anche nel rifiuto e nel superamento delle etnie.

Luisa Morgantini su Peacelink, 20 novembre 2001

 

 


 

[1]   quando l’opinione pubblica restò colpita dalle prime immagini delle orde di pezzenti che fuggivano terrorizzate dalle città per dirigersi verso zone disabitate nella speranza di sfuggire ai bombardamenti, e da più parti si levò un grido di allarme perché quelle orde, così allo sbando, erano destinate a morire di fame e di sete, gli americani cercarono di rifarsi una verginità morale lanciando pacchi di “aiuti umanitari”. Si disse che nei pacchi ci fosse anche carne di porco (proibita dall’Islam), ci fossero gallette e cibi liofilizzati da far “rinvenire” in un acqua che quei disperati non avevano. Ma la cosa certa è che i pacchi erano dallo stesso colore delle mine anti uomo (gialli). Gli americani, accusati dal mondo esterrefatto, si difesero dicendo che però sul pacco c’era scritto chiaramente se si trattava di cibo o no. Ora, l’Afganistan è tristemente noto per l’analfabetismo della popolazione... A questo proposito ricordo una osservazione che circolava sui pochi giornali non allineati e nella rete: la sola prima giornata di bombardamenti in Afganistan è costata probabilmente 22 milioni di dollari, esattamente pari al PIL annuale dell’Afganistan; 1/10 di questo sarebbe bastato a finanziare il piano di alfabetizzazione dell’intero paese pronto sui tavoli del governo da anni.

Ultima annotazione sulla storia dei pacchi mine-cibo dal cielo: un gruppo di organizzazioni non governative di aiuto umanitario in ottobre chiese ufficialmente agli Stati Uniti attraverso una conferenza stampa di sospendere temporaneamente i bombardamenti per permettere la consegna via terra di scorte di cibo alle centinaia di migliaia di civili in fuga o in difficoltà. Si trattava di Oxfam International, Christian Aid, Action Aid e Islamic Relief. I bombardamenti non sono stati sospesi nemmeno un giorno, ma l’America ha continuato ad assistere le sue vittime con i pacchi dal cielo.

 

[2]  nell’ottobre 2001 venne colpita “per errore” la sede ONU a Kabul. Nel bombardamento vennero uccisi quattro volontari afgani dell’associazione ATC esperti nel disinnesco di mine; questi per anni si erano impegnati alla bonifica del territorio dalle mine lasciate sul terreno dalle guerre precedenti.

 

[3] CBU-Gator mine:  bomba a grappolo che, aprendosi ad un’altitudine definita, sparge su un’area di 200X650 metri ben 72 mine anticarro e 22 antipersona. Con sei bombe si crea un impenetrabile campo minato di superficie equivalente a 15-20 campi di calcio. Le mine, migliorate di guerra in guerra, sono dotate di dispositivi elettronici che le fanno esplodere all'avvicinarsi del bersaglio (non sanno distinguere però se si tratti di un veicolo militare o di un camion carico di profughi) o a tempo: 4 ore, 48 ore o 15 giorni dopo l'attivazione. Le mine antipersona, quando esplodono, proiettano orizzontalmente su una vasta area frammenti metallici taglienti come rasoi. Ovviamente, non sono così intelligenti da saper distinguere chi c'è intorno, un talebano o un ragazzo che porta al pascolo le pecore.