Carlo de Nonno, compositore, chitarrista e scrittore.

 

 

 Come compositore, la sua attività si svolge prevalentemente nell’ambito della musica di scena e della musica contemporanea.

Ha partecipato al movimento napoletano volto al rinnovamento drammaturgico del “dopo Eduardo” componendo le musiche originali per gli allestimenti di Mario Santella, Enzo Moscato e Annibale Ruccello.  In particolare, il lungo sodalizio con quest’ultimo lo ha portato a comporre le musiche per tutti i suoi spettacoli fino a  "Ferdinando", il testo più emblematico e rappresentato della "Nuova Drammaturgia Napoletana".  È ancora attivo in questo campo con la partecipazione a innumerevoli allestimenti di rilevante importanza. 

Ha pubblicato poi, per Ut Orpheus Edizioni di Bologna "3 piccole Suites per Chitarra" e per la stessa casa editrice sta pubblicando "I miei Omaggi", una raccolta di brani dedicati a poeti e musicisti.

Come chitarrista, si esibisce in originali recital a tema, mettendo a frutto gli  intensi scambi culturali e musicali intrattenuti negli anni con, tra gli altri, Sergio Notaro, Vincenzo Di Benedetto, Adriana Tessier, Leo Brouwer, Bruno Battisti D’Amario.

 

Come scrittore  con il suo racconto "concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven" ha vinto nel 2008 il primo premio del Concorso "Marcel Proust: la musica della memoria" indetto dalla casa editrice "Florestano" di Bari per un racconto inedito.

Ma la sua capacità di scrittura è una "vena" da cui sorgono poesie, racconti, considerazioni e finisce per irrorare programmi di sala o quant'altro scriva per diletto o per lavoro.

 

Dal 2007 collabora col Circolo Arcobaleno partecipando alla rassegna di fingerpicking organizzata annualmente dal Circolo (vedi) e organizzando dal 2011 due appuntamenti diventati tradizione, uno propriamente "classico" e l'altro di visitazione di "canzoni" quest'ultimo obbligatoriamente in maggio.

 

 

Se è difficile rappresentare in lettere "Carlo musicista" di "Carlo scrittore" è facile darne esempi:

 

2008: questo riportava una sera il suo blog:

La pioggia lascia il suo regno di grigio e il cielo promette un azzurro di addio, mentre un cirro vaporoso e turgido resta bianchissimo ad aspettare la notte, come un baluardo, un avamposto di promesse e minacce.
Volano le rondini e i passeri seguiti dall'occhio attento dei cipressi, che trasudano le linfe dell'amore che gli uomini consumano ai loro piedi.
Una donna guarda una ragazza come se volesse amarla, la ragazza piange come se l'avesse amata: potrebbe darle una carezza di seno, ma io sono lì che guardo e il geloso dio delle mani non ammette intrusioni. E allora la donna guarda una ragazza come se volesse odiarla e la ragazza ride come se l'avesse odiata. A tanto arriva il mio potere.
Restano due margherite sull'aiuola della stazione accanto ai binari, inebriate di birra, a loro mi avvicino, unico a capirle, dai portici una modulazione maghrebina diffonde altre disperazioni altre allegrie.

Prendere vorrei dalle tue mani carezze di miele.
Prendere vorrei dal tuo miele il succo dell'amore.
Prendere vorrei dalla tua bocca promesse di sangue.
Prendere vorrei dalla tua schiena una linea, un percorso da seguire.
Il tuo respiro solleva il manto della strada asfaltata di fresco
E il suo odore acre violenta la dolcezza della notte.

Io sono la luna che nasce e perché muore vive

 

Questo accompagnava il programma di sala del concerto del maggio 2007 all'Arcobaleno, incentrato sul concetto di "cantabilità" nella musica "colta":

La chitarra fa piangere i sogni”: è il folgorante inizio di una famosa poesia di Federico Garcia Lorca dedicata a questo strumento, da sempre anima sia della tradizione popolare che di tanta musica colta, naturalmente tenendo conto del vuoto di entrambe le definizioni.

 Vuoto che però viene notevolmente colmato se si affianca alla chitarra (classica, tanto per restare in tema di definizioni di comodo) il concetto di song… sì la canzone e in senso più ampio la cantabilità.

 Perché è innegabile che l’uomo ha spesso sentito il bisogno di affidare i propri “sogni” a questa forma minima ma compiuta di espressione artistica (spesso accompagnata da una chitarra in senso lato), si presenti essa in forma di raffinato pezzo di corte di John Dowland (oggi di gran moda dopo l’operazione di recupero da parte di Sting: e non è un caso), o di scintillante stilema classicheggiante nello stile di Francisco Tarrega, oppure di canzone napoletana oppure di standard gershwiniano o di pop song tipo “Battisti, la spiaggia, i falò”, per non parlare dello sterminato territorio di confine tra generi rappresentato dalla musica brasiliana.

  Nessuno strumento più della chitarra classica può permettersi di rispettare se stesso e allo stesso tempo di uscire da sé nell’attraversare repertori  così diversi, variegati eppure omogenei nella forma, di “prendersi una vacanza” e di restare lo strumento che si lascia “toccare” (come dicono con grande efficacia gli spagnoli) da tutti i generi e gli stili.

 Anche l’esecutore di questa sera si prende una vacanza dalla sua attività di compositore e ritorna al suo antico amore ripercorrendo, attraverso scritture originali, rielaborazioni e arrangiamenti di canzoni,  la lunga storia di un lungo sogno.

 

Per il concerto al circolo di maggio 2008, sulla "Classica Chitarra", ha scritto:

Un chitarrista blues dice “Sono un chitarrista blues” e tutti lo capiscono.

Un chitarrista di flamenco dice “Sono un chitarrista di flamenco” e tutti lo capiscono.  così via. Un chitarrista classico dice “Sono un chitarrista classico”. E cominciano gli sguardi smarriti. E allora il chitarrista classico si sente in dovere di cominciare le spiegazioni: “Sì… insomma, suono la musica classica… sulla chitarra”… Ah! E cioè? “Sì insomma… voglio dire… non suono la chitarra elettrica...”. Ah dunque fai gli accordi? Eh pure io da ragazzo, sulla spiaggia…La canzone del sole… De André… Guccini…” No, no no! O meglio, cioè, voglio dire, sì volendo so fare pure quelli ma la chitarra classica… ” Che? “Sì insomma quella che si suona con le dita, usando il poggiapiedi…”. Scusa, ma perché, dove li devi appoggiare i piedi? “Ma da nessuna parte!... Però ho bisogno delle unghie lunghe alla mano destra”. Unghie lunghe? A una mano sola?

A questo punto il chitarrista classico (a meno di non parlare con un altro chitarrista classico, con un frequentatore di concerti, con uno studente di conservatorio…in ogni caso con una minoranza) si arrende e si rassegna ad essere considerato uno che non si sa bene cosa suona, perché suona, che strumento suona, come lo suona…

Naturalmente si scherza, ma neanche tanto a prestar fede a una tenace leggenda metropolitana secondo cui Segovia fu accolto, in una sede Rai presso cui doveva suonare, da un commesso che per annunciarlo ai piani alti disse: “ Dottore, qui c’è un vecchio con la chitarra, lo faccio salire?”.

Raffinatissimo strumento, dalla letteratura di altissima qualità, e che ha attraversato i secoli sin dalla più remota antichità (magari assumendo forme e nomi diversi) o “strumento del barbiere”?

Noi siamo per la prima ipotesi e stasera vogliamo provare a ripercorrere a grandi linee la storia di questo strumento tanto amato quanto poco conosciuto a fondo, sulla base di una scelta di musiche che, con semplicità ed efficacia, diano il senso del susseguirsi degli stili e aiutino a comprendere un po’ meglio un repertorio e degli autori spesso misconosciuti. A supporto, una scelta di immagini che, lungi dal voler essere un’arida sequenza di nomi e date, intende porsi come una sorta di visualizzazione dell’immaginario relativo alla chitarra classica, una specie di “sogno iconografico”.

...questo è.

 

E questo è stato  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...o forse è ancora