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IO DISUBBIDISCO Elogio di Eva Sergio Bazzini 2009
(prima stesura) Un giorno della mia vita mi sono ammalato di ossessioni difficili da reprimere. Deliri, allucinazioni. La mia mente se ne andava per conto suo, senza controllo, in zone proibite. Che cosa era successo ?
Sì, certo, come sceneggiatore facevo sempre meno film e sempre più mediocri; la mia vita sentimentale lasciava molto a desiderare… Ma non era questa la palude che mi soffocava. Da tempo non dissentivo più, non mi ribellavo; subivo quello che accadeva intorno a me senza far sentire la mia voce. Eppure non molto tempo prima ero uno scrittore impegnato, anticonformista, un cittadino consapevole. Era il 1980.
Come fa Cappuccetto Rosso ad entrare nel bosco a raccogliere fiori e a vedere gli animali come vorrebbe? E girare tra gli alberi e sentirsi libera? Semplice: deve disubbidire alla mamma. Soltanto così può incontrare il LUPO e quindi emanciparsi. Nelle fiabe questo succedeva, di dissentire. Di ribellarsi. Come Cenerentola disubbidisce e va al ballo e conosce il principe; come Biancaneve che approfitta della cattiveria della matrigna per morire e quindi incontrare il Principe Azzurro. Pistoia, per esempio, era una città eroica, di ribelli. Là avevo seguito una scuola di disobbedienti. Prendiamo Motorino. Motorino possedeva una moto Ducati 125. Motore truccato, olio di Ricino. Lo trovavi in attesa davanti alle sbarre di un passaggio a livello. Quando suonava il campanello e le sbarre scendevano Motorino sgassava, aspettava che sbattessero sugli appoggi per saettare sotto ai pali di ferro passando, per un pelo, dall’altra parte. Una volta la sbarra non rimbalzò, il Ducati 125 attraversò i binari, Motorino no, e all’ospedale gli applicarono una piastrella d’acciaio sulla testa e un parrucchino. Motorino faceva il dentista. Certe sere invitava gli amici allo studio, metteva i mobili al centro della stanza, si legava un pila accesa sotto al mento, spegneva tutte le luci, saliva sul Ducati, metteva in moto. Gli amici erano stretti al centro della stanza.”Io sono la Morte!” gridava,e sgassando girava per la stanza salendo e scendendo sulle quattro pareti. Denti e dentiere schizzavano da tutte le parti, “Sfido la Morte e vinco!” E non avete conosciuto Galeazzo, ventisei anni un quintale e passa morto di emozione davanti ad un vassoio di ravioli ai funghi porcini: Galeazzo era un collezionista di cibo. Prendiamo la colazione: Galeazzo aveva un catino riservato in un bar che riempivano di quindici cappuccini e che lui prosciugava con altrettante brioche. A mezza mattina, seguito da un codazzo di amici commensali dilaniava tre chilogrammi di pizza guarnita da sei etti di mortadella. Dietro, cinque confezioni di aranciata Roveta. Galeazzo era astemio. Pranzo: catino di tortellini al sugo di cinghiale, faraona arrosto con cime di rapa al burro, sei salsicce abbracciate a sei tordi, coniglio alla cacciatora con finocchi al gratin, macedonia di ananas, un chilo di tiramisù, cinque bottiglie di acqua minerale. La cena idem. Ogni volta che Galeazzo finiva un piatto gli amici commensali applaudivano forsennatamente lodando a bocca piena le sue gesta gastronomiche. Morì così, davanti ad un applauso.
In questa canzone di Cabaret degli anni’20 c’è chi disubbidisce e chi dissente.
A TABLE D’OTE
Ero un artista impegnato, dalla parte dei deboli e degli oppressi: operai che morivano sul lavoro, gente incinta e abbandonata, sfruttati dai padroni; soprusi della polizia, stragi di Stato, fame, povertà, violenza.... In casa mia erano da sempre socialisti, quelli veri, di Nenni. -Ma non si può assistere impotenti a tante ingiustizie! Non si può stare con gli occhi bendati, le orecchie tappate, la bocca chiusa, noi siamo socialisti!- - Socialisti o non socialisti, devi tirare al tuo, fare i tuoi interessi, poi si pensa al socialismo! -
Nei film che facevo cercavo di gridare la verità, di denunciare le ingiustizie. Poi il cinema andò in crisi, e i film erano scadenti e reazionari. Se volevi lavorare dovevi sottometterti al cattivo gusto, al qualunquismo. E’ il 1966, faccio l’aiuto regista. Eleonora Rossi Drago e Thomas Milian hanno appena finito di girare una scena d’amore. Il copione prevede la battuta “Da adesso sei il mio amante”. “Amante” è troppo volgare e compromettente, dice la Rossi Drago. Discussione col regista col quale si mette d’accordo per “ Tu sei il mio GIGOLO’ “, gigolò che era peggiore di amante. Ignoranza divina. Scrivo la sceneggiatura per un film a bassissimo costo. Assisto alle riprese. - Prima di finire il film mi mancano da girare ancora queste scene, roba di un paio di giorni in più - dice il regista al produttore venuto a controllare e gli mostra le pagine del copione che restano. Il produttore le strappa e se le ficca in tasca. - Adesso le hai girate, il film è finito - Evitavo gli amici che mi chiedevano “Come va col cinema, lavori?” Mi ritirai in me stesso. Caddi in uno stato depressivo. Io stesso ero vittima di ingiustizie alle quali non sapevo come ribellarmi!
Fin da piccolo ho dimostrato di essere un disubbidiente, come Motorino e Galeazzo. Che fa un bambino di cinque anni? Gioca. E se i giocattoli non ci sono? Allora io, nel mio candore, segavo una gamba alla sedia prediletta di mio nonno, mica per cattiveria, per divertirmi! E quando lui crollava sul pavimento mi dispiaceva che a ridere fossi solo io. Si dice il cuore tenero di un bambino! Cambiai gioco: con delle stecche d’ombrello feci un arco e quando cercai un bersaglio mobile non fu certo colpa mio se mio nonno scendeva le scale! Allora, nella mia candida ingenuità pensai che avesse piacere di vedere la mia abilità e così miro per fargli passare la freccia vicino alla testa, ma lui mi vede, si immobilizza, alza le mani. Io tiro e, sfortuna, la freccia gli si pianta tra gli occhi, e ciondola sopra gli occhiali, e fa un delizioso denden. Fui classificato come un avanzo di galera, mia madre mi ruppe due mestoli addosso. Ma l’inventiva incalzava, è colpa mia se avevo una fantasia sfrenata? A dodici anni per ingannare la noia estiva costruii dei coni di carta muniti in cima di uno spillo che intingevo in una cipolla per rendere più frizzante la ferita. Appostato dietro una finestra lanciavo i coni sui passanti, mirando ai colli e alle teste calve. E come saltavano su, sorpresi! A quattordici anni fui protagonista di quella che passò alla storia come la battaglia degli sputi. Vide affrontarsi due classi le cui aule comunicavano attraverso una porta e da lì passavano i proiettili dei ragazzi barricati dietro i banchi rovesciati. Furono colpiti, con grande spasso, anche i professori di ritorno dalla cessata ricreazione! Sospeso per una settimana, cinque in condotta e tre mestoli rotti. In questa canzone romana dell’ 800 c’è un tentativo di disubbidienza subitoi rientrato.
IL FIGLIO A LA SEDIOLA
La sapete di quel cieco che si aggira per una casa? Per riconoscere le cose le tasta bene bene, finché in cucina si siede al tavolo. Sul tavolo c’è una grattugia, lui la palpa a lungo e poi esclama, stupefatto.: “Ma chi ha scritto tutte queste stupidaggini!” Così mi sentivo io. Nella vita vi è capitato il giorno X, un giorno diverso dagli altri, che cambia la vostra vita? Un giorno mi capita il giorno X. Prima di uscire controllo interruttori e rubinetti. Come al solito. Esco. Ma poi penso, succede no? ,” E se non avessi chiuso bene?” Torno indietro, ricontrollo. Tutto chiuso, scendo le scale. “ Ma se per caso... “ Torno in casa, ristringo, richiudo, rinserro. Sono in strada. Un tuffo del sangue: “E se per caso un rubinetto, quello del gas, si è girato da solo? “ Ogni volta che uscivo di casa era la stessa storia. Restavo a fissare i rubinetti per minuti per controllare che non si girassero da soli. Stringi stringi gli spaccai tutti. Poi ci fu la paura di venire arrestato. Succede no? Perché cosa? Non lo sapevo, “loro” lo sapevano. Mi immaginavo che su qualche scrivania c’era un foglio con su il mio nome e stampigliata di traverso la scritta in stampatelo rossa URGENTE. Blocco stradale. Rallento, tremo. Il carabiniere che ha la paletta guarda altrove. Supero. Poi ”E se mi avesse fatto cenno e io...“ Torno indietro, mi fermo. - Lei ha abbassato la paletta ma io non mi sono accorto...- Scuote la testa. Insisto. Mi scruta. “Lei è quello che ha fatto l’inversione a U? Patente e libretto”. Altro blocco stradale. Ritorno da Terni , una visita oculistica, gocce che mi hanno dilatato la pupilla e io sono ancora sotto l’effetto di annebbiamento. E’ un carabiniere giovanissimo. - Non ha visto il cartello del limite di velocità? E’ centro abitato - Gli spiego la faccenda delle gocce. Il milite è commosso. Il collega anziano, impegnato con un altro automobilista, gli grida di sbrigarsi, e lui, - C’è qui uno quasi cieco - risponde, e l’altro - Lascialo andare, siamo umani, oggi - Vorrei che mi arrestassero finalmente, ma se ne vanno di fretta. Ovunque transita una divisa mi terrorizzo. Di notte mi svegliano passi ferrati salire le scale. Polizia? Vigili urbani? Nettezza urbana? Gestapo? Una vita grama. Decido di costituirmi e così farla finita. Stazione di carabinieri. Il piantone è appoggiato al portone occhi chiusi al primo sole di maggio. Passo e ripasso davanti, esito. Lui apre un occhio. - Serve aiuto cittadino? – Balbetto: - Il cartello giudiziario... la pedina feale... – Cerco di rimediare - Può dirmi che ore sono? –
Il mio vinaio è convinto che un bicchiere di rosso a digiuno alle sette di mattina sarebbe una mano santa. Lui fa così ed è sempre allegro e spensierato – poi seppi che senza accorgersene si era sposato due volte. Faccio come dice. Sì, contento ero contento, poi cominciarono ad arrivarmi le multe per divieto di sosta e transito col rosso. Parenti di Pistoia mi consigliano una Mammana. Per un’ora al giorno tengo il sedere a mollo in un catino di tisana bollente di ortica e cardi. Mentre sto lì, l’occhio mi si posa su un specchio. Mi vedo riflesso. “Ecco dov’è finito il grande sceneggiatore impegnato che voleva sconfiggere le ingiustizie, che disubbidiva!” Fuggo dal catino, che rovescio. Mia madre m’insegue urlando “ Gli appestati guarivano e te? che c’hai addosso, il diavolo? “
Come fare perché le guerre finiscano? Basterebbe che i soldati disubbidissero. Ecco un esempio di tragica disubbidienza.
LA GUERRA DI PIERO (Fabrizio de André)
Mi appello alla scienza. E’ uno psicoanalista di valore, capelli lunghi, che ama il jazz, il cinema , al telefono dice “ La vita interiore è una battaglia che bisogna perdere”. Mi convince, ci vado. Lo psicanalista non sta bene: lacrima, tossisce, starnuta. Si tasta il polso. - Mi racconti quello che sogna – - Sogno di volare. Dietro di me è mia madre con un ombrello. “ Vola basso “ mi dice “ sennò te lo spacco in testa!” - Socchiude un occhio. Mi dice che fa gli stessi sogni banali. “Sono trentamila lire, ci vediamo giovedì “ Arriva giovedì. Per non fare brutte figure ho consultato un libro di Freud. Ho scelto un sogno famoso, il perno della psicoanalisi freudiana. L’analista sta peggio, respira male. Infila il termometro, si avvolge in uno scialle spagnolo. - Il sogno è questo – esordisco spavaldo – arrivo a casa mia con una signora sottobraccio. Ad attendermi c’è una carrozza e un signore ne discende e mi viene incontro. Mi invita a seguirlo. “Per quale accusa sono arrestato?” chiedo. “Infanticidio”, risponde il poliziotto - L’analista sta russando, i vetri della finestra tremano. Metto le trentamila sul tavolo ed esco in punta di piedi. Non ci tornai più.
Intanto la ricerca di un lavoro qualsiasi, al di fuori del cinema, continuava. Una mattina alle tre vado ai mercati generali a scaricare le casse di frutta e di verdura. Ci sono una diecina di giovani gagliardi che aspettano di venire ingaggiati. Mi metto in fila. Un omaccione ci passa in rassegna e assume tutti meno me. “Fatti i muscoli, abbello, sennò nun magni!” Frequento una palestra della Regione. In mutandine mi sdraio su un tappeto e imito gli altri agitando spasmodicamente mani e piedi, tipo scarafaggio rovesciato. Il coordinatore mi osserva con ripugnanza. “Che fai, tu, qui, RAGNO?” Mi butta fuori.
Roma, stazione Termini. Davanti ad una cabina telefonica un uomo e una donna stanno picchiandosi. Si è riunita gente. Nessuno interviene, la donna ha la peggio. Un tizio vorrebbe farlo, ma ha una grossa valigia che glielo impedisce. Mi offro di tenerla io, la valigia, lui è atletico, può bloccare l’energumeno. Rifiuta. -Ma lo faccio volentieri, vada pure- -Grazie, le dico di no!- Insisto, mi sembra una ingiustizia. Agguanto la maniglia del bagaglio, lui la tira da una parte, io da un’altra. Intanto l’energumeno se ne è andato, quello della valigia mi dà uno spintone e mi butta a terra. Interviene in mia difesa la donna malmenata, che ha visto la scena, il tipo e la valigia sgombrano via. Fraternizzo con la donna, destini comuni. E’ disperata ha bisogno di soldi per il figlio malato, quello era il marito che non ha voluto darglieli. Mi offro di comprarle io le medicine, sarebbe un’ingiustizia... Giura che me le renderà. La sera stessa. Non ci credo, ma sono fiero di aver riparato a un torto.
Tra amore e Libertà c’è chi sceglie il primo, ma è una provocazione. DiBoris Vian,
MA LIBERTE’
Le ossessioni peggiorano. Ora è il terrore di ricevere l’ avviso di una raccomandata e di dover aspettare il giorno dopo per sapere di che si tratta. Faccio amicizia col postino perché metta lo stesso la raccomandata nella cassetta delle lettere; invito a cena il direttore delle poste del mio quartiere: niente da fare.
La preside di una scuola professionale. Conosce i miei film, da non credere! Si tratta di un incarico che nessuno vuole accettare: ragazzi molto discoli, argento vivo... ragazzi di un carcere minorile . Delinquenti. Rieducazione attraverso il teatro. La preside consiglia di mettere in scena una vita di Gesù, “Dalla mangiatoia alla Croce”.Lei ha fascino, cultura... Sarà educativo, un Toccasana ” dice. Accetto immediatamente, magari mi farà da medicina e guarirò!
Vengo accolto da una ventina di energumeni in lotta tra di loro. Berci e sghignazzi. “Chi sei mezza cartuccia!” mi dice uno tutto tatuato. Al muro una scritta “ Dio ha fatto due cose inutili, le mosche e i professori” Alla parete dietro la cattedra una croce nera con con un fumetto “Mo’ arivengo!” - Ho conosciuto Marlon Brando, Marylin Monroe, Brigitte Bardot - mento per darmi importanza. Nessuno li conosce. Sono regista, dico, spiego la missione. Fanno silenzio. - Faremo del teatro... La nascita di Gesù...- - Questo natale la Madonna abortisce - - Il toro prenderà a cornate la sacra famiglia- - San Giuseppe è gay- Baraonda. Mi viene un’idea: un testo nel quale i piccoli delinquenti possono immedesimarsi. Semplice. L’Opera da tre soldi di Brecht. - Non avete capito! dalla “Mangiatoia alla Croce” rappresenta un mondo in cui gli affari dello Stato coincidono con quelli della malavita: ladri, ricettatori, prostitute, e avvocati, poliziotti e politici che agiscono in combutta per tirare fuori soldi da ogni situazione. Denaro, speculazione,violenza, corruzione e ...- Sono rimasti a bocca aperta. Qualcuno dice “ Sembra casa mia...” -... e delitto!- Applausi scroscianti. -Sarete all’altezza?- Coro di sì. Eccitati, -Io ho scippato quattro pensionati e due suore- -Rubavo a Standa solo vocabolari, però- -Io spacciavo- -Lei batteva a quattordici anni- -Ma lo facevo per comprare la pizza!- -Il protagonista è un delinquente - informo, visto l’interesse- in piena regola: assassino, magnaccia, ricattatore. Ha una banda di criminali ai suoi ordini. Chi lo vuole fare? – -Io, io, io...- Successo.
Spiego chi è Mackiemesser.
QUANTI DENTI HA IL PESCECANE (dall’Opera da tre soldi) Quando uscivo di casa spiavo dal buco della serratura se ero veramente uscito: se per strada guardavo con insistenza una donna e lei se ne accorgeva la pedinavo per accertarmi che non andasse alla polizia a denunciarmi per stupro.
Vago per la città, di notte, alla ricerca di emozioni che mi distraggano, mi scuotano. Capito in un bar di periferia. Nella sala da bigliardo il gioco procede svogliatamente. Sbadigliano, poi uno fa, “Si va, Tebro, a sentire il muglio?” Tebro, un uomo pelosissimo, scuote la testa: “E’ troppo tardi” dice guardando l’orologio che ha al polso ma per farlo deve scostare i peli “eppoi mia moglie è ammalata”. Si insiste. Tebro scuote la testa. Si paga un grappino. Tebro cede. -Vieni te, te, te e... te – aggiunge indicando anche me che non conoscevo. Ci si avvia per una stradina, si entra in un giardinetto, lui accenna alle persiane chiuse del pian terreno. Ci si raggruppa lì. Tebro entra in casa. -Speriamo che sia un bel muglio- dice qualcuno. Qualche minuto, poi un voce di donna, -Ma che fai, no, è tardi, sono stanca, ma che ti salta...- Attimi di silenzio, poi dei gemiti di donna, lamenti... quindi dopo un altro silenzio un grido altissimo, come di un raglio umano. La moglie, evidentemente. -Che muglio, ragazzi!- esclama qualcuno. Poco dopo, a dorso nudo e spettinato, Tebro compare sulla soglia di casa. Sorride soddisfatto. -V’è piaciuto ragazzi?- - Sei forte, grazie Tebro - -Niente, niente, dovere –
Il figlio della ragazza della stazione aveva sette anni e una malattia seria. Mi aveva restituito i soldi ed eravamo diventati buoni amici. Io consigliavo lei e lei consigliava me. -Codesta malattia si guarisce disinteressandosi di se stessi - mi dice, perché non faccio volontariato?
E’ una mensa per poveri e io servo ai tavoli ore pasti. Conosco gente specialmente barboni: il pronipote di Luigi Pirandello, l’ultima amante di Giuseppe Stalin, il sosia ottantenne di Rodolfo Valentino. E un tale Mister X, che aveva passato gran parte della vita nel manicomio di Volterra. Mister X non parla non sorride mai. Dicono che al manicomio, durante l’ora di libertà in cortile, aveva scritto tutta la filosofia della sua vita sull’intonaco dei muri con un chiodo. Decine di metri di parole. -Ha rivelato i misteri dell’anima- dice l’ultima amante di Giuseppe Stalin passandosi il rossetto sulle labbra- Chi riesce a interpretare le sue frasi si salva dalla nevrosi della vita moderna- Un giorno dovrò andarci, in quel manicomio o per un verso o per un altro!
Meckie Messer, l’eroe dell’Opera da tre soldi ha un rivale, capo di un’azienda concorrente, un’organizzazione criminale dall’ipocrita ragione sociale “L’amico del mendicante”. Si chiama Peachum.
CANZONE SULL’ INAGUATEZZA DEGLI UMANI SFORZI
Nel negozio di Peachum i miserabili possono procurarsi un aspetto capace di commuovere i cuori più incalliti: gambe e braccia di legno, gobbe, orribili cicatrici, carretti per chi deve apparire senza gambe. L’aspirante mendicante deve però pagare una quota di quanto incassa. Requisiti essenziali: aspetto ributtante, magrezza scheletrica. -La ciccia non commuove più nessuno - dice Peachum - ed è motivo di immediato licenziamento- -Nella Bibbia ci sono cinque o sei massime che possono toccare il cuore della gente. Ma la gente è cinica, crudele! Prendete “Date e vi sarà dato”, dopo tre settimane che lo gridi in giro la gente non ti dà più retta, anzi ride- E poi: -I giudici sono assolutamente più che incorruttibili: nessuna somma è capace di indurli a farli giudicare secondo la legge- -La ferocia è l’unica possibilità di sopravvivenza- aggiunge Meckie Messer- L’inganno, il tradimento e il delitto si dovrebbero insegnare fin dalla culla per la sopravvivenza dell’individuo onesto- I ragazzi imparavano le battute con entusiasmo, se le gridavano tra di loro come fossero slogan pubblicitari. -In questa società la morale è un lusso!- I pochi che si possono permettere di essere onesti è perché hanno già soddisfatto le loro voglie di rubare e uccidere!- Il crimine ha pieno diritto di cittadinanza purché si nasconda dietro a una rispettabilità borghese!-
E Peachum, il re dei mendicanti, canta -Su svegliati, marcia canaglia, la vita del vizio ti aspetta! Dimostra il peccato che c’hai in corpo: tradisci tuo fratello, tu, Giuda; vendi tua moglie, tu, verme!-
Il terzo personaggio importante nell’Opera da tre soldi è il commissario corrotto Brown. Con uno sceriffo del genere Mackie Messer può continuare a briganteggiare per le vie di Londra e Peachum ad assoldare indisturbato mendicanti per speculare sui buoni sentimenti della gente. A scuola tutti vogliono fare Mackie Messer. Hanno portato la fotocopia delle rispettive fedine penali e si istruisce una commissione per stabilire chi ha commesso più reati. Il vincitore potrà interpretare il gangster.
Alla ricerca di guarigione in una settimana di vacanza entro in un monastero di frati trappisti: silenzio, lavoro, preghiera. Sono ottimista. E’ il posto che fa per me, qui guarirò sicuramente. Nell’orto coltivano fave, un raccolto di dieci quintali all’anno. Non riescono a darle via tutte e le congelano. Ne hanno immense riserve. Aiuto nel confezionamento. Al tavolo siamo in quattro ma il lavoro procede lentamente. Propongo dei miglioramenti, una vera e propria catena di montaggio. Ubbidiscono ma sorgono discussioni: tu sei troppo lento, tu sei troppo svelto...Il secondo giorno mi chiama l’abate. -I fratelli dopo le sue innovazioni litigano, non rispettano più né silenzio nè preghiera- Mi fa capire che me ne devo andare, io insisto che nel monastero ci sono cose che non funzionano, non siamo più nel medio evo, eppoi è il posto giusto per me, guarirò delle mie nevrosi. -Lei ha il diavolo in corpo, ha bisogno di un esorcista, altro che ORA ET LABORA!-
Billie Holiday scrisse una canzone rompendo il silenzio, siamo negli anni ’30 negli USA, sul razzismo : si parla di gente impiccata agli alberi delle piantagioni, colpevoli solo di non avere la pelle bianca.
STRANGE FRUIT (Billie Holiday)
Mia madre ha una badante, bravissima persona. Ma secondo lei mangia troppo, si approfitta che siamo in Italia. -Capisci due pasti al giorno, per una che è romena non è troppo?- Vuol portarla da un esorcista. -Secondo me ha il diavolo nello stomaco- E’ una chiesetta alla periferia della città. Un giovane prete invita i presenti, quasi tutte donne, a liberarsi del demonio. -Chi crede di essere posseduta? – chiede. Quasi tutte alzano una mano. -Ocché hanno bisogno di andare col diavolo? Non ce l’hanno un marito?- commenta mia madre. Tutti cominciano ad agitarsi, a gemere prima, poi a gridare. Siamo intimiditi, convinco mia madre a fare come gli altri. La rumena, che non ha capito niente, sta zitta. Ma invece di gridare e basta mia madre, trascinata dalla sua personalità dirompente, si mette a cantare con splendida voce di soprano una romanza di Verdi, dalla Traviata. Si zittiscono tutti, ammirati, mia madre avanza tra la gente, si sbraccia, contenta come una Pasqua. Applausi. La seduta è interrotta. Il prete è furibondo. Ci invita ad uscire. -Ma io sono posseduta e anche lei...- cerca di rimediare mia madre disposta a tutto pur di avere un pubblico.
Una notte, in un curioso dormiveglia, ricordai una scena di molti anni prima, una conversazione tra me e mia moglie. Lei rientra a casa. -E allora? E’ sicuro? Che ti ha detto?- -Ha detto peccato- risponde mia moglie- era un’occasione, ma ha convenuto anche lui che avere figli, oggi, sono problemi- -Certo che sono problemi- rispondo- la tua vita cambia- -Però, vedi, io...- -Lo sapevo! Ci hai ripensato! ”I figli prendono tutto, i figli sono l”essenza dell’egoismo”, i figli qua e i figli là...Ma io voglio vivere, capisci?- -Oggi- racconta lei- sono passata da una piazzetta, nel mezzo c’era un giardino e dei bambini giocavano sulle altalene. Attorno correvano le automobili. E i genitori, se li vedessi! Accigliati, impazienti, le chiavi della macchina in mano, nell’altra la sigaretta... Però, ecco, una cosa è parlarne, senza essere coinvolti, un’altra cosa è...- -Ma non è un delitto, l’aborto- interrompo io in collera- delitto sarebbe condannarli a vivere in questa società violenta, senza valori... Tra qualche anno l’avremo, un figlio, anche due. Io, comunque, ho deciso- -E io? - fa lei - La mia decisione deve essere doppia. Devo decidere anche per chi è qui dentro! Lui ci ha scelto, lui ha scelto noi due e noi... Il medico ha detto: “Signora, suo figlio è in ottima posizione”-
Poi il ricordo diventa qualcosa d’altro. Un vero e proprio sogno. Mi trasformo nel figlio che doveva nascere e che non nacque. -Sono un essere indifeso che deve nascere. Mi sono nutrito del calore di mia madre, immerso nel suo respiro e tremulo delle sue emozioni. Io e lei siamo una cosa sola. E d’improvviso il buio del mio sonno è forato da una luce malvagia. Loro, che fino a ieri mi custodivano, ora mi lacerano, mi strappano via pezzo su pezzo, mi sradicano da dove sono. Vengono a colpirmi proprio dove mi sentivo più sicuro: nel grembo di mia madre.- Per disubbidire, mi ero comportato come Mackiemesser, avevo commesso un delitto e costretto mia moglie a fare quello che non voleva. Lo avemmo, un figlio, ma poco dopo divorziammo. Io che volevo denunciare le ingiustizie, difendere i deboli, avevo commesso un’enormità.
In Summertime si canta: “Tempo d’estate e la vita è facile, i pesci stanno saltando e il cotone è alto. Tuo papà è ricco e tua mamma è bella. Buona, piccola mia, non piangere, una mattina spiegherai cantando le tue piccole ali e raggiungerai il cielo...”
Un’altra ribellione, tragica. Una ragazza, ventanni. Siamo nel 1947. Pistoia è occupata dagli americani che hanno portato il visky, i ciulingam, la cioccolata e il bughi bughi. Lei va a ballare, conosce un sergente, fraternizzano. Lui promette di sposarla. Una sera torna a casa, ha pianto tutto il giorno. Ha una notizia terribile: è incinta e deve dirlo ai suoi genitori. E’ terrorizzata anche perché l’americano è un nero. Non ha il coraggio di salire in casa, sale all’ultimo piano, monta sul tetto, si butta di sotto.Si sfragella accanto a un uomo, un invalido là in piedi accanto ad un albero a urinare. Per lo spavento l’invalido cade a terra, una stampella si spezza. Fece più scalpore questa notizia, l’invalido volle quattro etti di prosciutto come indennizzo.
SUMMERTIME ( Gershwin)
Da quel momento, insegnai ai miei scolari che la vita media, la nostra vita, è così orrenda che può essere tollerata solo da idioti, da gente priva di sistema nervoso, di gusto, di vibrazioni sottili. Gli uomini la sopportano perché si sono disabituati alle qualità più delicate, alle doti migliori e più belle dell’anima. Insegnai ai miei allievi che dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizioni di spontanea libertà sarebbe semplicemente un giogo insopportabile.
Il potere moderno, spiegavo, è fondato sull’opinione e non ha più bisogno di usare la violenza diretta. Usa invece una specie di addomesticamento che produce una forma di passiva e progressiva imbecillità. I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori in silenzio ad ascoltare, a guardare.
Chi dissente è additato come un male da estirpare. La cultura della docilità non sembra risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitarlo, il dissenso . Chi dissente è classificato come straccione e parassita termine usato dal regime totalitario per definire individui che resistono all’omologazione Deploro che pochi si ribellano, che tutti abbiano l’aria di mangiare bene quando ingurgitano brodaglie e ostentano un bell’aspetto che è invece malattia morale. Ma che fai? mi chiederete, ancora il rivoluzionario?
Sotto-sotto il sistema incoraggia gente come Mackie Messer, Peachum, Brown, incoraggia a essere come loro, come loro a vivere nella illegalità, dietro la parvenza borghese del rispetto. Ironicamente, l’Opera da tre soldi finisce con la loro assoluzione. Ci fu la rappresentazione. I ragazzi furono bravissimi. La preside era sotto choc: invece di ritrovarsi tra pastori, angeli e uomini di buona volontà, era stata aggredita da monchi, storpi, prostitute, assassini e ruffiani. Mi licenziò su due piedi. I ragazzi mi salutarono commossi e mi regalarono una cartolina con su scritto “Dio ha fatto due cose inutili, le mosche e il professori, meno uno”. Nel tempo rincontrai alcuni di loro. Avevano cancellato il loro brutto passato e vivevano in un presente consapevole. Gli avevo fatto conoscere una poesia di Kipling che avevano imparato a memoria e che recitarono alla fine della recita:
IF (SE): “Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno la perdono, e se la prendono con te; se non riesci a dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano, ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi; se sai attendere, e non ti stanchi di attendere; se sai non ricambiare menzogna con menzogna, odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono, e a evitare di far discorsi troppo saggi;
se sai sognare – ma dai sogni sai non farti dominare; se sai pensare – ma dai pensieri sai non farne il fine; se sai trattare nello stesso modo i due impostori - Trionfo e Disastro – quando ti capitano innanzi; se sai resistere a dire la verità che hai detto dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi; se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consunti, le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio e te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta, e se perdi sai ricominciare senza dire una parola di sconfitta; se sai forzare cuore, nervi e tendini dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza, a tener duro, quando in te nient’altro esiste, tranne il comando della Volontà.
Se sai parlare alle folle senza sentirti re, o intrattenere i re parlando francamente, se né amici né nemici riescono a ferirti, pur tutti contando per te, ma troppo mai nessuno; se riesci a occupare il tempo inesorabile dando valore a ogni istante della vita, il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro, e, ancor di più, ragazzo mio, sei Uomo!”
Andai a visitare il manicomio di Volterra. Era in restauro. Là aveva vissuto Mister X per venti anni. Il custode mi fece vedere il cortile , sulle pareti scrosticciate quel misterioso personaggio aveva tracciato con un chiodo decine di metri di parole che giravano torno torno alle mura. C’erano disegni di astronavi, cervelli con le gambe, occhi dappertutto. Si parlava dell’amore come il principale rapporto tra gli esseri umani, dell’amore come fondamento della libertà dell’uomo. L’autore, pur in quello stato coatto, aveva combattuto la sua battaglia, scrivendo le ragioni del suo dissentire, del suo disubbidire alle normalità della follìa.
Mi sposai con quella ragazza il cui figlio era guarito. Anch’io avevo un figlio, e mi sentivo meglio. Cominciai ad interessarmi alla vita di Gandhi e alle sua lotte. Gandhi conobbe la violenza e il male, e la non violenza come via per coloro che hanno conosciuto il risveglio. Seppe conservare al suo ideale una fedeltà incondizionata e pronta ad ogni sacrificio senza chiedere obbedienza e sacrificio agli altri. Parlava ogni giorno ai lavoratori e li scongiurava di non accettare ciò che promettevano i loro padroni; cercava di trasformare il singolo, “la vita interiore del popolo”. Si paragoni la sua persona e la sua vita a qualsiasi altra dei nostri politici e si coglierà la differenza tra l’ambizioso gareggiare per il potere e la schietta, esemplare esistenza di un capo spirituale che “ama il prossimo più di se stesso”. Questa è la strada che mi si presentava davanti. Quello che ho cercato di raccontare è venti anni di storia personale che arriva agli anni 2000.
La musica jazz è sempre stata il simbolo della libertà e della uguaglianza. Un brano di Charlie Parker, “Ora è il tempo”,
NOW’ S THE TIME
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