Mariella Montaruli

 

Laureata in legge a Bari, esercita l’avvocatura finché,  una volta sposata,  dal marito non arrivano pressioni contro una professione giudicata troppo pubblica e libera. Ma abbandonare la professione non basta per non essere abbandonata dopo qualche tempo. Già la famiglia, da ragazza, aveva soffocato certi suoi tentativi in campo creativo, per cui il ripetersi di rinunce che però non evitano abbandoni la fa lentamente scivolare nella depressione. Lascia la Puglia e si trasferisce a Roma sperando che la Capitale, con la sua vivacità culturale e con l’affettività di un’amica che lì vive, possa risollevarla. Ma invece troverà conforto solo in un Centro di igiene mentale dove viene a contatto con altre sofferenze.

E’ proprio con una di queste che intraprende una nuova convivenza e sarà questa, con la sua pesantezza e i suoi momenti bui, a portar fuori per paradosso il suo desiderio di vita che si realizzerà nella pittura.

 

Nascono volti di una vita sperata, ma nascono anche le case cieche di una realtà che sembra non offrire mai soluzioni. Ogni opera è allora o desiderio di un futuro non realizzato o un attonito abbandono al presente.

L’apparente semplicità del tratto veicola così sempre - e sia nei volti, che nelle case, che negli astratti - sentimenti fortissimi, mentre qua e là compare una maestria della quale la mostra offre un osservatorio per una più specifica analisi attraverso i disegni di nudi, che di una naturale e spontanea felicità di tratto sono testimoni.