RIFLESSIONE sul carattere della cultura popolare di tradizione orale

mario casale        

 

    La “pizzica”, come qualsiasi altro ballo popolare, appartiene a quel filone della creatività umana che arricchisce la cultura popolare di tradizione orale.

 

   In quella tradizione ci sono canti, balli, racconti, musiche, memorie storiche, caratterizzati da due fatti essenziali:

1) assenza di documenti scritti (...che se no orale più non sarebbe);

2) spontaneismo, assenza cioè di accademie che stabiliscano canoni o codici nelle modalità creative. E' sul campo che si creano le realtà, sono gli attori della vita, che arricchiscono questa cultura.

    

  Quando Alan Lomax (clicca) cominciò a registrare su magnetofono i canti dei neri del delta del Mississippi, cominciò la consuetudine di cristallizzare la spontaneità e la continua trasformazione della tradizione orale. E la cosa ci riguarda da vicino perché Lomax, dal Delta del Mississippi, si è poi spostato, dopo vari giri per il mondo, anche in Salento, dove ha portato la sua tecnologia a quel Diego Carpitella che per campi e paeselli girava raccogliendo canti, miti e tradizioni della gente che mai era salita agli onori dei libri scritti nelle accademie. Figurarsi cosa è successo quando il noto Ernesto De Martino si è unito al gruppo, con fotografi, cineasti e tutta la tecnologia disponibile al momento! Nacque ufficialmente la etnomusicologia.

 

    Ora: noi dobbiamo essere assolutamente grati a tutti quelli che hanno documentato e archiviato questi tesori altrimenti affidati alla precarietà della memoria umana. Però dobbiamo renderci consapevoli che le tante “cristallizzazioni” della cultura orale fatte da quel momento in poi non sono “le radici della cultura popolare”, ma sono semplicemente dei flash nel flusso di quella cultura scattati nell’attimo storico in cui li abbiamo prelevati dalla memoria umana e li abbiamo stampati su una memoria oggettuale (scrittura, foto, film, nastro, hard disk). Prima di quel nostro atto la cultura orale esisteva, e nessuno sa da quanto e in quale modo. E ancor più importante: dopo quella cristallizzazione continuerà ad esistere e a modificarsi a dispetto di ogni accademia e di ogni filologismo!

 

     Prima che l'antropologia si interessasse di etnomusicologia, si trovavano ugualmente documenti (trattati, spartiti, quadri, racconti) dai quali si poteva desumere che certi fenomeni culturali a noi arrivati per tradizione orale esistessero già da prima. Da qui, però, solo in modo del tutto arbitrario si può affermare che il fenomeno avesse sempre avuto le stesse connotazioni.  Porto l’esempio della così detta “tarantella del ‘600”: è stata in parte desunta da quadri appunto del '600; in essi si son volute trovare le radici di certe movenze di una tarantella campana ancora ballata oggi. I quadri, però, non sono film e quindi solo con arbitrarietà si possono ricostruire i “passi” e confermare quelli attuali come “autentici”. E non solo: cosa ci fa pensare che prima del ‘600 la tarantella non venisse ballata? E allora perché le immagini del ‘600 vengono prese come metro di autenticità per una cosa che probabilmente già prima esisteva e chissà quale evoluzione aveva seguito?

     Ancora: quando Roberto De Simone negli anni ’70 del ‘900 ammaliava il mondo con le sue villanelle si parlava di ritrovata autenticità nella musica napoletana e la si faceva risalire al '700. Ma già Orlando di Lasso aveva scritto “villanelle” o villanesche a metà ‘500, e se è vero che la sua era “musica colta”, in realtà lui stesso affermava di fare il verso a quella popolare. Quale era l’autentico verso di quella, che comunque era rimasta orale e affidata alla memoria degli esecutori?

 

La tradizione orale non solo si evolve senza tregua, ma è infida perché affidata alla memoria umana che spesso fa brutti scherzi. E non solo: affidata al'interpretazione dell'uomo, risente di volta in volta del suo umore.

Esistono così testi che in alcune regioni vengono cantati con la musica sulla quale altre regioni cantano altri testi. O esistono canti di storie che in alcune regioni hanno un lieto fine e in altri un finale tragico. Qual'è quello "vero"?

Gli usi, i canti, i racconti hanno seguito una continua trasformazione. Di un percorso qual'è l'immagine autentica?  Qual’è la vera immagine di un uomo? quella da bambino, da adolescente, da adulto, da vecchio? Le Accademie non hanno questo problema; le Accademie ereditano da un morto un fatto culturale oramai fermo e consolidato. L’accademismo è comodo per approcciare un’arte, quanto le “classificazioni” per studiarla. La cultura orale non può essere "accademizzata". Una  pretesa accademica nella cultura orale è pari alla pretesa di fare una fotografare ad un film. Tutto questo è ovvio e immediato e non varrebbe la pena di parlarne se alcuni imbecilli di autenticità, di verità e di radici non sproloquiassero con saccenza.

 

Infatti ogni scuola denigra l'altra e l'accusa di insegnare cose false! Ogni maestro si scaglia contro il suo concorrente, pretendendo di avere solo lui la verità. Le motivazioni con le quali si giustificano  sono le “verifiche sul campo” che ciascun maestro dice di aver fatto.

Ora: un maestro è uno che sa comunicare ad altri un concetto, che sa smontare una complessità nei suoi elementi semplici e li sa proporre, con sensibilità per le capacità degli allievi, uno alla volta, ricostruendo progressivamente l’insieme complesso. Ma tutti questi “maestri” che vantano aggiornamenti continui sul campo, oltre ad essere maestri dovrebbero essere anche “ricercatori”.

Ora: un ricercatore è un intellettuale, cioè uno che sin da bambino ha cominciato a ordinare le informazioni che prendeva dal mondo circostante e questo ordine, negli anni, gli ha creato nella mente una sorta di “casellario” dove archiviare le successive informazioni. Ma un casellario mobile, modificato continuamente dalle nuove acquisizioni. La disponibilità (leggi “reperibilità veloce”) di un tale patrimonio di dati, permette il nascere di “teorie”, cioè di ipotesi di regole applicabili a fenomeni simili a quelli archiviati.

Perché tutto questo poi sia fecondo, serve da una parte un grande amore per tutte le cose del mondo e dall’altra una profonda umiltà che si traduce in disponibilità a trasformare continuamente il casellario e ritrattare le teorie che ne sono scaturite.

Ma di uomini che raccolgano tante doti in se quanti se ne trovano?

 

Molti "maestri-ricercatori " hanno visto probabilmente ballare delle persone in un paese ed hanno desunto che oggi quel ballo si fa così e che solo così è autentico, perché quelli che ha visto ballare rappresentano la vera tradizione di quel ballo. Chissà da che si evinca!

Altri affermano che hanno ereditato la "verità" dai nonni geograficamente accreditati ad averla, la verità. A volte ci si emoziona credendo di aver trovato qualcosa di interessante. Io stesso a Pagani, in Campania, durante la festa della Madonna delle galline fui colpito da un gruppo e presi a studiarlo e fotografarlo, ma ho poi scoperto che fosse di Maiori e che il ritmo che batteva sui tamburi a cornice risentiva di di quello battuto durante la festa della “Madonna vocata”...

In Salento capita di restar colpito dal modo di ballare di “ragazzi del posto”, ma poi scopri che erano milanesi e magari avevano imparato a ballare in una scuola di Torino. Del resto col mio gruppo musicale siamo chiamati da molte "Proloco" che ci apprezzano per come rappresentiamo con la musica e con il ballo lo spirito popolare. Però nessuno di noi, lo giuro, né suonatore, né ballerino, è meridionale! E quando giriamo per sagre, siamo noi ad essere fotografati e filmati da una moltitudine di “ricercatori della domenica" che porteranno a casa il loro trofeo testimone forse di “autenticità delle radici”. 

 

 

 

La cosa più importante è che ogni tanto qualche giovane lo vedo improvvisare “modi” o “passi” nuovi. E questo mi rassicura che la cultura popolare di tradizione orale continuerà a vivere in parallelo ai magnetofoni e ai filmati che pensano di documentarla e ai dotti accademici che ne conoscono la "Verità".

 

 

foto:

1 stage dell'Arcobaleno nella vacanza-studio in Salento (2008)

2 Alan Lomax nel 1952 in Salento

3 contadine salentine negli anni '50

4 frontespizio di un libro di villanelle del 1600

5 equivoci:  "anziani" locali vengono fotografati dai "turisti"

   (in realtà si tratta di Sandro Pasquali che balla a Pagani con una sua allieva)

6 equivoci:  tamburellisti di Maiori "battono" in stile "Madonna Vocata" alla

   "Madonna delle Galline"

7 ragazzi a Sant'Anastasia ballano in modo originale uno stornello a "tammurriata" per la festa della "Madonna dell'Arco"

 

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