L’Italia è stata una delle ultime Nazioni a darsi una Costituzione e quindi ha goduto dell’esperienza delle altre nello stilarla. La sua è una delle migliori del mondo. Il sistema elettorale stabilito in essa è il proporzionale. Nel mondo anglosassone è in vigore invece un sistema differente: quello bipolare: in lizza ci sono solo 2 schieramenti, chi vince ha il governo. Ridurre a 2 gli interessi delle varie componenti di una società e è arduo! I due schieramenti, per con-quistare voti, mediano al massimo le proprie posizioni; ma, a furia di mediare, si ritrovano entrambi nel mezzo, senza grosse diversità l’uno dall’altro. Una parte della popolazione non si sente più rappresentata, si disaffeziona alla politica e non va più a votare.

 

L’Italia, che col proporzionale aveva uno degli indici di partecipazione al voto più alti del mondo, ha pensato bene di uniformarsi al modello anglosassone, giustificando che il bipolarismo otterrebbe un governo “forte”. Ora: per oltre 40 anni l’Italia è stata governata da coalizioni all’interno delle quali i partiti litigavano e opponevano uno all’altro gli interessi della classe che rappresentavano. I Governi cadevano, è vero, ma sono stati quelli “dell’Italia del boom”, quelli che hanno portato l’Italia al 7° posto tra i paesi più ricchi ed industrializzati del mondo. I Governi “forti” della così detta “seconda Repubblica” hanno portato al contrario precariato, indebitamento delle famiglie, guerra (o pace a seconda dei vocabolari) e scivolamento dell’Italia nel prestigio internazionale. L’indice di partecipazione al voto sta scendendo e non sappiamo cosa accadrà adesso che in Italia la scelta è proprio “anglosassone”, tra

 

PD e PDL

due poli un sol programma

 

e non si prenda questa come una facile battuta: per un'intera settimana nell'aprile 2008  i leader dei due poli hanno amabilmente bisticciato per chi avesse copiato all'altro il programma. E anche se non fosse accaduto, entrambi credono nel mercato, non sentono il bisogno di "laicità", sono disposti a chiamare "pace" la guerra e a continuare a farla. Per essere i due poli opposti...

    Democrazia (dêmos, “popolo”, e krátos, “governo, forza”) è termine che prevede una attività di governo da parte del popolo, così come l’Oligarchia (oligoi, “pochi”, arché, “potere, comando”) da parte di pochi, l’Aristocrazia da parte dei migliori (gli aristos), la Monarchia da parte di uno solo. Poiché la cosa pubblica va governata (curata, accudita) quotidianamente, una attività di governo se non quotidiana dovrebbe essere almeno frequente. Ora è dif-ficile definire “frequente” una attività che si esplicita 1 volta ogni 5 anni. Le democrazie occidentali chiedono però al popolo (il demos) solo 1 intervento ogni 5 anni in occasione delle elezioni. Tra un intervento e l’altro la stragran-de maggioranza del popolo si tiene lontano dalla cosa pubblica. E’ lecito chiedersi allora se questa forma di governo possa chiamarsi democrazia. Ci rassicurano: “Abbastanza!”, perché è una

 

 

democrazia rappresentativa

 cioè sono i rappresentanti del popolo, da questo eletti,

che gestiscono la cosa pubblica “in suo nome

 

 

   La “democrazia elettorale” o “rappresentativa” (quella che esportiamo con le bombe) si vanta spesso di concetti altisonanti: partecipazione, sovranità popolare, “in nome del popolo!”. Ma la partecipazione reale del popolo, la frequenza del suo lavoro sulla cosa pubblica, la sua conoscenza delle cose di governo rende veramente vane quelle parole. All‘assenza di istituti di concreto governo popolare, fa riscontro la tendenza nel popolo a firmare un assegno in bianco a chi si propone di gestire in sua vece la cosa pubblica. E’ lecito chiedersi se ad una rinuncia tanto incauta non lo spinga un blocco psicologico, il ricordo della casa paterna e la spensieratezza dell’infanzia quando, accettate poche regole, si viveva tranquilli perché a tutto pensava il papà...