Il referendum del 1991 promosso da Mario Segni metteva fine alla possibilità per gli elettori di scrivere sulla scheda più nomi di candidati preferiti. Oltre a dotte motivazioni giurisprudenziali tutti salutavano questo provvedimento come fine del

voto di scambio.

Con questa denominazione si indica la gratitudine che l’elettore esprime al politico che gli ha fatto un favore o che attende un favore. La “gratitudine” ha però senso solo se può essere rilevata (se no chiunque può dire “si,si: ho votato per te...!”). La cosa è ufficialmente impossibile essendo il voto segreto. Si diceva allora che la possibilità di esprimere delle “preferenze” permetteva, pattuendo l’ordine di scrittura, il modo di scriverle (stampatello, corsivo, con o senza maiuscole, ecc.) di individuare la scheda nel seggio. A caldeggiare il timore c’era la ripartizione sul territorio nazionale della fruizione dell’opportunità: a nord l’uso si riscontrava nel 42% dei votanti, al centro si toccava il 51%, nel sud saliva al 72% e nelle isole arrivava al 75%, una ripartizione molto simile alla distribuzione della malavita organizzata, quella che certi film inventano collusa coi politici.

Della pratica ne parlavano tutti, anche se tutti continuavano dichiarare il “voto segreto”. Oggi la cosa, con l’avvento dei “telefonini” con telecamera incorporata, è obsoleta: il beneficiato dal politico per testimoniargli gratitudine non ha che da fotografarsi con la scheda in mano. La cosa è così evidente, che in ogni seggio c’è un cartello che proibisce di portare telefonini in cabina. Ovviamente non risulta che nessuno venga perquisito per controllare che non lo faccia, per cui il cartello suona come mero ricordo a chi deve “dimostrare” qualcosa: sarebbe antipatico infatti uscire dalla cabina dicendo “Scusasse, dimenticai 'u cellulare e non saccio come fotografare la scheda...”.

Nelle ultime elezioni, sia in Italia che in America, si è parlato di

brogli nel conteggio dei voti, tanto che è uscito lo slogan

non conta tanto il voto, quanto chi conta il voto

 

In America - la più convinta ad esportare con le bombe questa democrazia - i voti cominciano ad essere contati dalla imparzialità dei computer. Dopo che nelle presidenziali del 2000 in Florida sono servite 5 settimane per fare lo spo-glio delle schede e 2 anni di cause e ricorsi, la Help America Vote Act impone il voto elettronico stanziando circa 5 miliardi di dollari.

 

La confusione peggiora: alle presidenziali del 2004 sempre in Florida pare non siano state conteggiate 850.000 schede; pare in oltre che e a Bush siano stati assegnati tra i 130.000 e i 260.000 voti in più. In tutti gli Stati in cui il sistema è stato adottato si è verificata inoltre una strana e preoccupante discrepanza tra gli exit pool e la conta del voto elettronico. In precedenza le proiezioni rica-vate dagli exit pool erano sempre risultate molto vicine ai risultati reali. Al sospetto di contraffazione dei dati, l’Amministrazione ha reagito proibendo da quel momento gli exit pool. Prima di distribuire i computer nei seggi eletto-rali, furono pagati degli studenti delle università perché tentassero di contraf-fare i programmi per provarne la sicurezza. Ci sono riusciti tutti. Le autorità hanno allora rassicurato che i ragazzi partivano da una posizione avvantag-giata che non si sarebbe ripetuta più. Dopo così esaltante esperienza, alle elezioni di medio termine del 7 no-vembre 2006, 55 milioni di elettori, il 38% del totale, si son ritrovati davanti un computer.

 

Entusiasmato dal successo del 2004 in Florida, in Italia per il conteggio dei voti delle elezioni del 2006 il Presidente del Consiglio - al tempo Berlusconi - ha chiamato una delle società che hanno elaborato il software in Florida. Al grido “difendiamoci dai brogli!” ha disseminato anche eserciti di suoi sca-gnozzi nei vari seggi elettorali. Il risultato è stata la sparizione delle abituali schede bianche (oltre un milione) che si sospetta siano andate ad incrementare i voti di Forza Italia.

Si è parlato infine di truffe nelle leggi elettorali stesse.

 31 marzo 1953: la legge 148 voluta dalla DC e presentata dall’allora ministro degli Interni Mario Scelba propone un premio elettorale: al partito o coalizio-ne che riceva il 50% dei voti va il65% dei seggi. Per accaparrarsi tale premio la DC si coalizza col partito Social democratico, il partito Liberale e il repub-blicano. La legge passa alla storia come LEGGE TRUFFA. Il popolo scende in piazza in tutte le città d’Italia; a Roma i manifestanti sono caricati dai “carosel-li” della Celere, 150 vengono arrestati, traloro Pietro Ingrao direttore dell’Uni-tà. In Parlamento la discussione provoca risse con feriti e dimissionari; tra questi lo stesso Presidente del Senato, Paratore. L’opposizione (che sarebbe un partito che non concorda con le prese di posizione del Governo, nota antropologica necessaria al lettore di oggi) si scatena, Ma nella stessa mag-gioranza, di fronte ad una proposta tanto indecente, parlamentari e gruppi si dimettono indignati. Passata la legge, poi decaduta, il Paese punirà i partiti della coalizione che l’ha proposta con fortissime perdite (la sola DC perde l’8,2%) e premia quelli che l’hanno ostacolata.

21 dicembre 2005: la legge 270 voluta da Forza Italia e scritta dall’allora Ministro Roberto Calderoli propone un cospicuo premio di maggioranza alla coalizione che consegua un certo risultato elettorale, differente per Camera e Senato. In sostanza ripropone le stesse cose della decaduta 148/1953, e in aggiunta stabilisce che ogni lista presenti un candidato unico, per cui l’elettore non può che accettare il candidato scelto dal suo partito. Ma stavolta la piazza è tranquillissima, come la discussione in aula. Ciò perché si pensa che più che la “rappresentatività” al Paese necessiti la “governabilità”, che nel 2005 viene sentita come possibilità dell’Esecutivo di portare avanti i suoi progetti senza opposizione. Un premio che dia al vincitore una forte maggioranza dovrebbe permettere una simile “governabilità”. “Dovrebbe”, perché data la differenza di criterio tra Camera e Senato per l’assegnazione del premio, non è detto che la stessa coalizione sia maggioritaria in entrambe le Camere. L’unico dissenso alla legge è venuto ...dal suo estensore, Calderoli, che, in una intervista televi-siva, l’ha definita «una porcata», da cui l’appellativo PORCELLUM con cui viene poi riferita da tutti per tutti gli anni successivi.

Ci sono poi delle altre situazioni, meramente pratiche, che invitano a riflettere sulla possibilità di consentire ufficialmente al popolo di esprimere un parere, ma inibirlo in pratica nell'esprimerlo. Porgo degli esempi:

 

 

 

 

 

 

Questa è una scheda elettorale americana. E’ unica per tutte le votazioni in programma per la tornata elettorale. E’ facile capire quale semplificazione comporti contro la molteplicità di schede che dei burocrati come noi italiani inventano! Qualsiasi bovaro texano o pensionato del Pensilvania ha facilità di centrare a colpo d’occhio quello che vuole votare!

A mio avviso può esser presa a esempio di

                                chiarezza del quesito elettorale

 

 

 

 

Questa invece è la famosa “scheda a farfalla” usata in Florida nelle presidenziali del 2004. Basta crocette sui simboli! Questa scheda va punzonata. Una percentuale spaventosa ha sbagliato il cerchietto da punzonare, e uno sguardo anche superficiale alla sua struttura fa capire il perché.

Erano comunque i più fortunati: molti hanno armeggiato per ore con punzonatrici difettose.

Un nobile esempio di

 

 facilità di espressione del voto

 

Non è il caso di ravvisare in esempi  del genere una sorta di larvata

TRUFFA elettorale?