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AFRICA TRA CIELO E TERRA, FRA ORIENTE E
OCCIDENTE
La tentazione di godere dei medesimi privilegi in un’epoca diversa per la modalità di organizzazione della vita ma identica sul piano dei rapporti con gente socialmente più svantaggiata di me, strapagata insegnante inviata dal Ministero Affari Esteri, mi ha sfiorata appena e in quella straordinaria opportunità che mi veniva data di allargare i miei orizzonti della conoscenza, ho colto soprattutto il valore del contatto con gente che aveva una cultura diversa. Non inferiore o superiore, ma diversa e pertanto interessante da approfondire perché sconosciuta.
Nel mio cammino ho incontrato e aiutato quindi artisti squattrinati e autodidatti che grazie a un talento innato riuscivano a ricreare le atmosfere di un mondo ancora arcaico immerso in una natura immacolata, che sembrava uscita dal primo giorno della creazione, e che usavano tecniche arrangiate molto materiche, legate agli elementi che il contesto offriva loro (sabbia, terra, legno, colori in polvere, cera, batik.); ma anche artisti che hanno voluto lanciarsi nel mondo dell’arte che il senso comune definirebbe con la a maiuscola, ripercorrendo strade note ma rielaborate con ironia e con il candore di un potenziale di fantasia a noi sconosciuto. In questa mostra ho raccolto alcuni esempi che costituiscono le tappe di un percorso che va dalla percezione più pura del paesaggio africano alla contaminazione con la nostra cultura, il tutto espresso attraverso simbologie tipiche di quel mondo, tecniche primordiali, influenze religiose ed esoteriche, rivisitazioni personali. Margherita Minniti
AFRICA DALLA TERRA AL CIELO, DA ORIENTE A OCCIDENTE
dall'11 settembre 2009 circolo 8 marzo Roma via Pullino, 1 (Garbatella) associazione culturale arcobaleno affiliata all' ARCI 06-51.60.68.10 o 328-74.23.483 arcigarbatella@arciarcobaleno.it
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ESSERE ARTISTI IN AFRICA di Margherita Minniti
...Tahrir Bushra, per esempio. Lo conobbi durante un’esposizione collettiva lungo l’Indipendence Avenue di Asmara nel 1999. Le sue opere astratte dense di simbologie contrastavano nettamente con l’imperante iconografia celebrativa del conflitto tra Eritrea e Etiopia appena concluso. Seppi che era un rifugiato politico sudanese che era scappato dal suo villaggio a seguito di un orribile genocidio (nel quale aveva perso tutti i parenti) perpetrato da un gruppo di connazionali contrari all’esistenza, in Sudan, di popolazioni di religione cattolica.. Parlava un inglese approssimativo e viveva in una stanzetta di un compound militare che il governo eritreo gli aveva messo a disposizione. Aveva studiato grafica e arte a Karthoum ma il suo era ancora uno spirito puro e pervaso delle atmosfere oniriche del suo villaggio del deserto. Cominciai a seguirlo e aiutarlo economicamente, fino a lanciare le sue opere particolarissime sul ridotto mercato locale, rivolto quasi esclusivamente agli europei che lavoravano in Eritrea. Ogni sua mostra era un evento per il quale si creavano file di visitatori, le sue opere erano sempre “sold out” e cominciò per lui una vita decisamente più dignitosa, anche se gran parte del denaro guadagnato se ne andava per aiutare qualche connazionale rifugiato come lui, o amici squattrinati. Un giorno mi disse che Asmara era una città troppo piccola e che desiderava trasferirsi ad Addis Abeba, una vera capitale per altro crocevia di gente e culture. Grazie all’amicizia con il rappresentante dell’Alto Commissariato per il Rifugiati dell’ONU gli feci ottenere lo stato di rifugiato politico in Etiopia e si trasferì ad Addis Abeba. Qualche mese dopo mi capitò per le mani un bando dell’Unesco per l’assegnazione di borse di studio per giovani artistiti africani. Riempii il modulo di richiesta per lui e glielo portai ad Addis Abeba. Lo trovai, dopo varie ricerche, in una casupola di fango e paglia alla periferia della città; mi accolse con l’aria “sfumacchiata” dell’artista maledetto e declinò la mia offerta: non era pronto per il mondo occidentale, anzi, ne era addirittura terrorizzato. Le condizioni in cui viveva facevano chiaramente intendere che senza di me - mentore o agente - non era in grado di gestire al meglio le sue capacità e la sua produzione, ma non potei che rispettare la sua volontà. Dopo alcuni mesi la capitale etiopica fu scossa da un attentato in un locale del centro, il governo disse che era di matrice islamica e con una tentacolare retata furono arrestati tutti gli espatriati legati in qualche modo ai paesi arabi. Tahrir cadde nella rete perché sudanese, nonostante fosse di religione cattolica. Mi mobilitai per cercare di tirarlo fuori da quel pasticcio ma proprio allora scoppiò il nuovo conflitto fra Eritrea ed Etiopia e le persone che dall’Eritrea potevano darmi una mano per ovvie ragioni di diplomazia non furono in grado di intervenire. Finché un giorno, a sorpresa, ricevetti una telefonata di Tahrir. Chiamava da Los Angeles! Mi raccontò che era stato rilasciato e una volta fuori aveva spedito la richiesta per la borsa di studio, che gli era stata concessa alla facoltà di Arte della Berkeley University di San Francisco. Nell’attesa che cominciassero i corsi gli avevano intanto trovato un alloggio e un impiego in un negozio di dischi a Los Angeles. Sembrava molto contento di vivere in quel mondo completamente nuovo ed eccitatissimo all’idea di studiare in un’università tanto prestigiosa. A causa dei nostri reciproci trasferimenti ci siamo persi di vista, ma ogni tanto digito il suo nome su internet. Non lo trovo mai in relazione ad eventi culturali, mostre o quant’altro, ma sempre nell’elenco di qualche petizione: contro le persecuzioni religiose, per la soluzione del dramma del Darfour, per i diritti dei rifugiati, degli immigrati, dei profughi, degli oppressi..... Tahrir infine ha trovato il coraggio di affrontare l’occidente, ma non ha rinunciato ad essere se stesso. Buona fortuna Tahrir, è stato un privilegio conoscerti!
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